Faisalabad annulla le nozze della sposa-bambina. Farah torna a casa

in Diritti Umani

Il tribunale di Faisalabad invalida il matrimonio e la conversione forzata della piccola cattolica e la restituisce al padre.

È a casa Farah: il giudice Rana Masood Akhtar del tribunale di Faisalabad l’ha restituita al suo papà e ai suoi cinque fratelli, al nonno e alla comunità cattolica che per otto mesi ha battagliato perché fosse liberata. Liberata dal suo aguzzino musulmano, liberata dalle funzionarie preposte a rafforzare in lei la conversione all’islam nella Dar-ul-Aman, liberata dalle umiliazioni di poliziotti e magistrati compiacenti con chi l’aveva rapita, convertita, sposata a forza e ridotta a schiava incatenata in un cortile. Farah Shaheen, orfana di mamma, aveva solo 12 anni il giorno in cui venne sequestrata e costretta a chiamare “marito” un pakistano musulmano di 45 anni.

INCATENATA A PULIRE STERCO

Sorride Farah nelle foto diffuse il giorno del suo rilascio da Aid to the Church in Need, circondata da parenti e una folla di bambini come lei: non c’è traccia dello smarrimento che le abitava gli occhi a dicembre, quando la polizia aveva fatto irruzione nella casa di Khizar Hayat. Qualcuno aveva fatto girare le immagini delle sue caviglie sbendate, mostrando la pelle ridotta a cuoio indurito da piaghe, cicatrici e macchie di sangue raggrumato, segni delle pesanti catene che la piccola si era trascinata tra i liquami del cortile, pulendo lo sterco delle bestie di quell’uomo che la mattina del 25 giugno l’aveva sequestrata, convertita all’islam, stuprata, sposata a forza.

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