Nel campo di Lipa, inferno gelato dei migranti sulla rotta balcanica: “Meglio in prigione”

in Diritti Umani/Esteri

Dopo l’incendio che lo ha distrutto a dicembre 2020, il campo di Lipa, in Bosnia Erzegovina, è ancora più precario di quanto non fosse prima. Dentro ci vivono circa 900 uomini, migranti arrivati nell’ultimo tratto della rotta balcanica. Gestito dalle autorità bosniache, a 20 chilometri dall città di Bihac, Lipa “è peggio della prigione: non abbiamo acqua calda né energia elettrica né cibo vero”. Fanpage.it ci è entrato.

Il campo di Lipa, in Bosnia Erzegovina, quando nevica è una distesa bianca in mezzo alle montagne. È costruito su un altipiano, doveva essere una soluzione temporanea, e per arrivarci da Bihac, la città grande più vicina, ci sono circa quaranta minuti di macchina che, a volte, si fanno a passo d’uomo per la neve che intralcia la strada. Ci sono 900 persone nelle tende, migranti nella parte finale della rotta balcanica, e dalla fine di dicembre, quando Lipa è stato incendiato, la situazione è perfino peggiorata. Cosa sia successo nella settimana di Natale 2020 non è ben chiaro: le condizioni climatiche proibitive spingono l’Iom (Internazional organization for migrations), che all’epoca gestisce il posto, a sgomberare per trovare un luogo più idoneo. Da tempo si discute del Bira, un centro proprio a Bihac, al chiuso. Ma le proteste della popolazione locale hanno irrigidito le autorità, che di Bira smettono di parlare.

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