Lamiae Chriqui

Vent’anni all’omicida di Lamiae Chriqui

in Cronaca

Hussain Afzal, pakistano di 34 anni, era un richiedente asilo. Aveva trovato ospitalità all’Arcobaleno ma era anche stato accolto in casa a Sammommè da Lamiae Chriqui, 28 anni, originaria del Marocco, e dal marito. Ma quella sera del 2016, il 6 ottobre, quell’ospitalità diventò la condanna a morte per Lamiae: Afzal la colpì con un coltello, amputandole un dito, ma Lamiae riuscì a scappare in bagno e a chiedere aiuto. Il suo destino però era segnato: la furia del suo carnefice si trasformò in puro orrore quando Afzal prese la bombola del gas e diresse il getto verso di lei. Morì soffocata, mentre la casa bruciava e lui fu visto uscire fuori. 

La polizia lo arrestò il giorno dopo. Per quel delitto, Afzal era stato condannato in primo grado a venti anni di carcere, in abbreviato. La condanna fu confermata in appello, adesso la prima sezione della Cassazione l’ha resa definitiva respingendo il ricorso dell’imputato, che chiedeva fosse eliminata l’aggravante della crudeltà. Afzal era difeso dall’avvocato Luca Maggiora del foro di Firenze mentre le parti civili, Jamal Mouttadakkil e il proprietario dell’abitazione, Roberto Pastorelli, erano rispettivamente rappresentate dagli avvocati Pamela Bonaiuti del foro di Prato e Fausto Malucchi del foro di Pistoia.

Rimane solo un tassello che non sarà mai messo a posto in questo mosaico: il movente. Afzal raccontò di aver perso la testa perché la vittima avrebbe avuto i suoi documenti e non li avrebbe voluti restituire. Ma il perché non è mai stato chiarito.

La Nazione

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