La sfida agli aguzzini di Sabrina, sequestrata e stuprata in Sud Sudan ma mai sconfitta

in Diritti umani/Donna

La missione per una ong americana. L’improvviso scoppio della guerra civile, la violenza sessuale, un lungo processo per inchiodare i colpevoli. Nell’indifferenza di Italia e Stati Uniti. Una cooperante racconta la sua esperienza da incubo. Il calvario per ottenere giustizia. E la forza di ricominciare.

“Un rumore di passi pesanti, come di anfibi militari. E poi una raffica di spari contro la porta”. Questo è solo l’inizio di un incubo dal quale servirà molto tempo per svegliarsi. È il luglio 2016, quando in Sud Sudan scoppia la guerra civile tra le truppe governative di Salva Kiir e quelle di opposizione di Riek Machar, i due leader che si contendono il comando di un paese poverissimo.

In Sud Sudan il Pil procapite è di circa 657 dollari, per questo viene considerato dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione uno dei paesi “ad azione prioritaria” al quale il nostro stato destina una buona fetta di aiuti internazionali. Solo nel 2018, l’Italia ha inviato 15 milioni di euro per opere idrauliche e progetti di educazione alla popolazione. Così dopo essere sfuggita a una relazione violenta ed il 6 aprile 2006 essere scappata dalla propria abitazione mentre una scossa di terremoto danneggiava la sua casa e distruggeva L’Aquila, Sabrina Prioli era in Sud Sudan allo scoppio della guerra civile.

Cooperante di lungo corso, con esperienze in Italia, Perù, Colombia e Africa, oggi cinquantenne, ha deciso di fissare la sua tragica esperienza in un memoir intitolato “Il viaggio della Fenice”, pubblicato con Amazon, perché a causa della crisi generata dal Covid, l’editore con il quale aveva un accordo è fallito.

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