“Nessuna minaccia…”. Il pm gela Silvia Romano

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L’istanza di archiviazione è ancora in attesa di convalida da parte del gip

In attesa della sentenza del giudice i pesanti messaggi rivolti nei confronti di Silvia Romano tramite i social network a seguito della sua liberazione, e che avevano dato avvio alle indagini da parte della procura della Repubblica di Milano, rientrerebbero nel campo degli insulti e non in quello delle minacce.

Questo il risultato dopo gli accertamenti effettuati nel corso di un’investigazione avviata poco dopo il rilascio della giovane cooperante milanese, rapita in Kenya il 20 novembre 2018 e liberata lo scorso 9 maggio solo dopo il pagamento di un riscatto da parte dello Stato Italiano. La conversione all’Islam di quella che ora si fa chiamare Aisha, nonché la vicenda connessa alla operazioni di trattativa avviate coi terroristi che l’avevano rapita, avevano fatto nascere un clima di forte risentimento nei suoi confronti, sfociato con delle invettive sul web.

La procura della repubblica di Milano ha indagato a fondo sulla vicenda, riuscendo a risalire ai responsabili dei post incriminati anche grazie alla collaborazione fornita proprio da Facebook. Un appoggio fondamentale, quello del celebre social network, che ha permesso agli investigatori di risalire a coloro che si celavano dietro almeno una decina di profili “fake”. Ora è stata richiesta l’archiviazione dell’indagine, visto che non sembrerebbe sussistere il reato di minaccia che aveva dato avvio alla stessa. L’inchiesta, coordinata dal responsabile dell’antiterrorismo milanese Alberto Nobili era stata affidata fin da subito al Ros (raggruppamento operativo speciale), l’organo investigativo dell’Arma dei Carabinieri con competenza specifica sulla criminalità organizzata e sul terrorismo. Si parlava allora di “minacce aggravate“, un capo di imputazione che aveva spinto le forze dell’ordine ad approfondire la conoscenza del contenuto dei numerosi messaggi incriminati apparsi sui vari social network.

Solo alcuni dei responsabili sarebbero riusciti a sfuggire alle maglie delle verifiche da parte degli investigatori. Tuttavia, a seguito delle indagini, quelli che erano stati inizialmente catalogati come messaggi in grado di rientrare nel campo delle “minacce aggravate” si sarebbero rivelati infine come ingiurie ed insulti diffamatori. L’ipotesi di reato, pertanto, sarebbe caduta, dato che per queste ultime categorie non viene a prefigurarsi una situazione perseguibile a termini di legge…. segue

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