Adriano Segatori

NIENTE SARÀ COME PRIMA

in Editoriale
Adriano Segatori

di Adriano Segatori

Questo slogan inflazionato, buono per le più insulsecondizioni di cambiamento, ha tutte le carte in regola per essere associato all’attuale condizione sanitaria.

E non lo intendo per l’enfatica propaganda pandemica, ma per le dinamiche relazionali che stanno dietro ai decreti di distanziamento e ai provvedimenti di isolamento: da quelli che possiamo anche considerarli banali della chiusura domiciliare, a quelli emotivamente e psicologicamente più devastanti dell’ospedalizzazione e della morte.

Premetto che, per educazione familiare e per terapia personale, ho un buon rapporto con la morte. È una seccatura che interrompe progetti e speranze, ha in sé quel disorientamento normale di fronte all’ignoto, nonché la comune paura della sofferenza, ma è un momento implicito nella vita al quale ci si deve preparare per tempo. 

Più di una quindicina di anni fa organizzai un incontro pubblico dal quale poi nacque un saggio: “L’appuntamento con la morte. Un’opportunità da non perdere”.

Tutti i relatori – da Massimo Fini a Claudio Bonvecchio – concordammo sull’importanza di questa circostanza che, in una certa misura, sancisce il valore della vita che si è costruita. È l’evento indifferibile e irripetibile che firma definitivamente il palinsesto dell’esistenza individuale.

Ma non è solo la morte soggettiva che interessa più di tanto: quando non si è più il problema resta agli altri. Ciò che è importante è il rito che accompagna il fine vita, la relazione tra la persona cara che ci lascia e chi è con lei al momento del passaggio.

Ecco, per molte persone morte in questa scenografia pandemica il rito dell’accompagnamento, della ricapitolazione – come direbbe Castaneda –, dell’addio è stato negato da stolte esagerazioni securitarie. Nonni spariti da casa in una qualunque giornata e mai più rivisti, neppure in bara. Morti da soli con l’affanno di essere abbandonati e la desolazione di chi resta di non vederli neanche prima della sepoltura o, cosa ancora più devastante per alcuni, della cremazione.

Nipoti ai quali è stato negato l’ultimo abbraccio e, con esso, il pensiero stesso della morte, che in tutte le tradizioni, anche quelle ritenute più primitive, è sempre stato avvolto in un’aura di sacralità. 

Questo tempo assurdo e nichilista, dove già di per sé il morire aveva perduto parte della sua valenza trascendente per essere affidato ai tanatocrati dei decessi tra cuori battenti ed elettroencefalogrammi piatti in attesa degli espianti degli organi buoni, questo tempo assurdo e nichilista è arrivato al punto di burocratizzare il tutto con una crocetta su un modulo e la firma di un funzionario funebre.

Tutta colpa del virus, dicono. No, tutta colpa del cinismo dei manipolatori della scienza e dei diffusori del terrore.

Morire è un fatto naturale, ma il come è una condizione personale ed affettiva unica. Chi ha potuto assistere il proprio caro sa che il momento finale è il passaggio delle consegne, è il tempo delle memorie condivise, è la redenzione dai rimorsi e dai rimpianti: per ben che vada, è l’ultima voce espressa ed ascoltata.

I falsari della sicurezza hanno cominciato con il sospetto del contagio per finire con la negazione dell’ultima stretta di mano.

<<La morte dei giovani è un naufragio, quella dei vecchi un approdare al porto>>, ha scritto Plutarco, e per continuare con la metafora, possiamo dire che la colpa inespiabile del responsabile della navigazione è di aver impedito al vecchio lo sbarco, negandogli il saluto degli altri passeggeri. E non è poco per chi ha una coscienza e a quella dovrà rispondere.

Ultime da Editoriale

Vai a Inizio pagina