In un mondo che cambia velocemente non siamo più attrezzati ad affrontare la realtà.

in Editoriale

Di Alessio Follieri

Supponiamo un automobile costruita per viaggiare al massimo della velocità a 100 chilometri orari. Possiamo modificarla con il massimo della tecnica a disposizione per farle raggiungere i 150 chilometri orari. Con maggiori modifiche possiamo spingere ancora di più le prestazioni per farle superare i 200 chilometri orari. Questo processo non è infinito! La tecnica attuale impone dei limiti e quanto più tentiamo di migliorarne le prestazioni tanto più raggiungiamo il limite prossimo che rappresenta una barriera sempre più impervia e invalicabile.

In una società sempre più governata dalla tecnica, anche l’uomo è considerato alla stregua di una macchina. Una trasformazione antropologica imposta da uno sviluppo (che non è progresso) tale da spingere l’individuo al proprio miglioramento prestazionale. Siamo chiamati a produrre di più e soprattutto a farlo il più velocemente possibile. Esattamente come l’esempio dell’automobile oggi la società spinge l’uomo oltre la barriera dei limiti precedenti e ciò avviene non più con una cadenza generazionale, ma anche intergenerazionale e addirittura nell’arco di pochi anni. Cambiano i ritmi, si velocizzano, ma in pochi si interrogano se l’uomo sia biologicamente e mentalmente preparato a questo cambiamento.

Mentre in passato vigeva uno scopo al cambiamento, basti ricordare il percorso del secolo scorso, dove la spinta motrice era fornita dalla realizzazione di un sogno che unì le masse nell’obiettivo di quel cambiamento sociale per migliorare le condizioni esistenziali, oggi sembra non esserci più alcuno scopo. E’ l’assenza dello scopo ed anche l’inesistenza di un sogno, di un desiderio realizzativo, di un ideale “motore” del cambiamento.

Oggi il cambiamento è spinto da fattori che si collocano lontano dall’universo umano, esse si svolgono in quell’ambito tecnico dell’apparato e quindi dei sistemi che non hanno più nulla di umano, per questo sono essenzialmente tecnici. Lo vuole l’economia, lo decide il mercato. In pochi sembrano intravvedere quanto l’elemento tecnico è ormai lo scenario unico nel quale si svolge il processo umano estraneo all’ambiente stesso in cui perpetua la propria esistenza e la prospettiva futura non fa ben sperare perché le nuove generazioni nascono in mondo dove il profilo umanistico già non esiste più da tempo. I più giovani oggi vivono una realtà irrealistica, scoprono il mondo dietro a un touch screen, non vivono il mondo lo vedono. Sono chiamati a svolgere il proprio compito nel raggiungimento e nel solo scopo immediato di realizzare i propri obiettivi nell’ambito dei parametri dettati dal mercato. Questi obiettivi sono fortemente “compressi” e non seguono processi naturali che comprendono l’intera sfera esistenziale umana che si compone anche di: idee, sentimenti, emozioni. La società oggi sintetizza dei giovani che debbono avere nel più breve tempo possibile un intero sistema esistenziale pianificato dove le famiglie non hanno più né tempo né spazi. In questi termini è chiaro che il beneficio dell’acclamato benessere (oggi in crisi), il conclamato circolo dell’innovazione tecnica e nella fattispecie tecnologica, hanno un caro prezzo, perché finiscono per sviluppare e determinare una realtà sociale estranea all’individuo. La crisi emozionale e più incisivamente mentale di tale dissociazione tra individuo e realtà che non è più a dimensione d’uomo, implica tutto lo svolgimento della crisi contemporanea che presto si sta trasformando in uno “stato di cose” e non è più considerata come crisi. E’ in questa fase che tramonta anche l’approccio critico alla realtà.

Esattamente come un automobile, quanto più la spingiamo ai limiti tecnici, quanto più rischia di rompersi, anche l’uomo soggiace a questa regola generale. Oggi più di ogni altra epoca dovremmo interrogarci sul senso di spingere oltre i limiti uno sviluppo dissociato dal progresso, soprattutto dovremmo interrogarci se non vi siano valide alternative né ulteriori orizzonti dove proiettare il nostro futuro.

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