Adriano Segatori

IL JIHĀD COME IMPRESA

in Editoriale

di Adriano Segatori

Parto dalla come sempre ineccepibile analisi di Souad Sbai sulla questione della persecuzione francese degli islamici per una riflessione sul problema jihādista.

A parte la nota differenza tra il grande jihad e il piccolo jihad, che entra nella speculazione teologico-filosofica, ciò che interessa individuare è la tattica diversificata di intrusione dei movimenti islamisti in ambito europeo.

Nei primi anni del ‘900, in Russia, esistevano movimenti terroristici che attentavano alla sicurezza della popolazione e dell’autorità dello zar, ma è con il movimento bolscevico che la strategia rivoluzionaria prende piede. In due modi: con il denaro e con il malcontento interno.

Da un lato, ci fu un enorme finanziamento dell’organizzazione eversiva – solo la Germania, durante la Prima Guerra Mondiale, versò tra i 40 e gli 80 milioni di marchi agli agenti che agivano contro Nicola II e questi, dall’altro lato, erano attivi a creare dissidi interni al governo e al regime per generare una debolezza diffusa del potere imperiale.

Se osserviamo il jihad da un punto di vista della guerra rivoluzionaria – dovendo per ragioni di spazio tagliare con l’accetta le altre variabili – le due tattiche sono sovrapponibili.

Un abbondante flusso di denaro dal Qatar e dai Fratelli musulmani sotto la copertura di aiuti umanitari ai correligionari in Europa e, contemporaneamente, una infiltrazione metodica e pervasiva nelle istituzioni occidentali di cui il reato di islamofobia ne è un esempio chiarissimo. Questa operazione dichiaratamente manipolativa è finalizzata a rompere una eventuale solidarietà interna agli Stati di fronte al pericolo islamista e a indebolire il fronte interno davanti ad un nemico comune creando due fazioni: i “buoni” accecati dall’umanitarismo suicida e i “cattivi” accusati di egoismo malvagio.

Souad Sbai ha perfettamente centrato il problema. Erodogan e accoliti sono gli impresari di una iniziativa politica e militare che ha come bersaglio l’Europa e la sua civiltà. La religione è assolutamente secondaria in questa operazione, se non come strumento politico e giuridico per occupare un territorio considerato nemico, e la diffamazione mediatica è solo uno dei dispositivi messi in atto da tempo, assieme a quello finanziario, a quello culturale, a quello commerciale ed altri più sottili e impercettibili espedienti.

Basta vittimismo e autocommiserazione! Stanare gli imam che predicano la radicalizzazione, gli ulema che controllano l’integrità dottrinaria e gli intellettuali che supportano questa nuova forma di lotta sociale è dovere imprescindibile di uno Stato e del suo governo, che nulla ha a che vedere con il noioso e scontato razzismo usato per confondere la massa. Alla fine, i terroristi sono solo i manovali della violenza, perché quella più cupa ed eversiva è situata ai piani alti del sistema.

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