Souad Sbai

Un pericolo da non sottovalutare: la radicalizzazione jihadista nelle carceri italiane. Di Souad Sbai

in Editoriale/Politica/Terrorismo
Souad Sbai

I percorsi che conducono alla radicalizzazione in Italia come nel resto d’Europa sono molteplici. Le porte d’ingresso possono essere parenti,  amici o conoscenti occasionali; predicatori estremisti, veterani di vari conflitti   e militanti che frequentano moschee o centri culturali e di aggregazione sociale; Internet e le comunicazioni online. Non ultimo, uno dei luoghi  privilegiati per l’indottrinamento e il reclutamento è il carcere. Le criticità ambientali rendono infatti quello carcerario un ambiente particolarmente favorevole alla trasmissione dell’ideologia e della forma mentis jihadiste, mettendo a dura prova l’efficacia delle procedure di sicurezza negli istituti penitenziari. Come supporto informativo e di analisi rivolto alle istituzioni, al mondo della politica e agli addetti ai lavori, questo report prende in esame      le varie fasi del processo di radicalizzazione, le dinamiche della radicalizzazione in carcere e le criticità del caso italiano, che attengono sia alle politiche di sicurezza penitenziaria che a quelle di de-radicalizzazione. Le riflessioni e le proposte d’intervento qui elaborate sono il frutto delle attività di ricerca, formazione e informazione, delle conferenze e delle tavole rotonde realizzate dal Centro Alti Studi “Averroè” sul tema della radicalizzazione e della lotta al terrorismo jihadista.

Il processo di radicalizzazione

La comprensione del processo di radicalizzazione è di fondamentale importanza per il contrasto al terrorismo. Si tratta di una trasformazione psicologica ed emotiva attraverso la quale un individuo fa proprie idee e finalità politico-religiose sempre più radicali, con la convinzione che il raggiungimento di tali finalità giustifichi metodi estremi. Alla trasformazione segue un cambiamento di tipo comportamentale. Il tutto può avvenire in tempi brevi: possono bastare 3 o 4 settimane.

I soggetti che intraprendono questo processo presentano di solito già  fattori personali e contestuali che li rendono suscettibili alla radicalizzazione, come l’aver vissuto un’esperienza traumatica, la ricerca di un’identità, l’aver subito discriminazioni o situazioni di disagio economico, la scarsa integrazione. In Europa, i profili dei jihadisti includono criminali che vivono ai margini della società, ma anche laureati e professionisti affermati, oppure adolescenti e cinquantenni, convertiti senza conoscenze religiose pregresse e studiosi di teologia islamica, sia uomini che un numero crescente di donne. Esaminarne il profilo e la storia consente di scoprire le motivazioni alla  base delle loro specifiche reazioni a stimoli, influenze e forze esterne durante  la radicalizzazione. Ad esempio, coloro che vivono già nella violenza, vedono nella religione un pretesto  per canalizzare un’intima rivolta personale contro    il sistema e la società, percepiti in maniera ostile, e trovano nell’ISIS una struttura flessibile e pragmatica in cui realizzare il desiderio di contrapporsi   allo status quo. È così che l’Islam è divenuto impropriamente un simbolo di rivolta anti-sociale. Il presentarsi di fattori personali e contestuali costituisce la prima fase del processo di radicalizzazione ed è il presupposto per le quattro fasi successive. Nella fase d’identificazione, l’individuo si allontana  progressivamente  dalla  sua precedente identità culturale, politica e religiosa, e dai comportamenti solitamente adottati, per entrare nella sua nuova personalità a cui corrispondono diversi abitudini e modalità relazionali. È questo il momento della sperimentazione ideologica: la persona non  è  ancora  radicalizzata  e  non possiede nozioni approfondite dei sistemi di pensiero dei gruppi estremisti, ma si avventura nel primo approccio con gli ambienti radicali, facendo  esperienza della simbologia e adottando posizioni radicali non pienamente sviluppate per senso di rivalsa contro la propria famiglia o la società.

Nella fase dell’indottrinamento, gli estremisti in fieri cominciano a isolarsi, ad abbracciare pienamente la visione jihadista del mondo, convinti che sia la soluzione ai problemi della società. L’esito sarà l’interiorizzazione dell’ideologia jihadista, sebbene il livello di radicalizzazione non si trovi ancora a un punto tale da spingere l’interessato a infrangere la legge o a usare la violenza. La fase di manifestazione è caratterizzata dall’impegno personale nella promozione della nuova ideologia, con l’obiettivo di dirigere il mondo circostante al cambiamento ritenuto necessario, anche attraverso l’azione violenta. Questa fase coincide con il reclutamento in gruppi estremisti.

Quando l’identità della persona è del tutto assimilata a quella del gruppo e della sua ideologia, il processo raggiunge la sua fase finale: il terrorismo. Non si tratta naturalmente di un processo lineare. Può infatti subire battute d’arresto e anche essere abbandonato completamente. Di qui, l’importanza dell’elaborazione e della diffusione di contro-narrative che possano neutralizzare la persuasività del discorso estremista nella fase d’identificazione e d’indottrinamento.

Le prigioni come luogo di radicalizzazione

Le dinamiche che caratterizzano le cinque fasi del processo di radicalizzazione possono realizzarsi in diversi luoghi e tra questi c’è il carcere. La prigione come fabbrica di terroristi dunque, un fenomeno diffuso in tutti i paesi dell’Europa occidentale. La presenza di detenuti estremisti …

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