ATTENTATO A NIZZA: CHI HA “MANDATO” AOUSSAOUI?

in Editoriale/Terrorismo

di Souad Sbai

Lampedusa di nuovo piattaforma per il terrorismo jihadista in Europa. Dopo Anis Amri, l’autore della strage di Berlino del dicembre 2016, è giunto il momento di Brahim Aoussaoui, il tunisino di 21 anni che all’interno della basilica di Notre-Dame di Nizza ha tagliato la gola a una donna di 60 anni (quasi decapitata) e a un uomo di 55 anni, ferendo a morte una donna di 44 anni. Oltre alla scelta dell’arma (un coltello da 17 centimetri, al posto di un camion) e del Paese dove colpire (la Francia), a differenziare significativamente i casi di Aoussaoui e Amri è la rapidità con cui il primo ha portato a compimento quella che molto probabilmente era già la sua missione di partenza.

Anche Amri era giunto clandestinamente a Lampedusa, ma prima d’infiltrarsi in Germania aveva trascorso circa un quinquennio in Sicilia, trasferito da un carcere a un altro ed è in prigione che si sarebbe radicalizzato (un classico). La notifica di un provvedimento di espulsione non attuato dalle autorità italiane, sembra per mancanza di collaborazione da parte della Tunisia, lo spinge a recarsi illegalmente in territorio tedesco, dove ad attenderlo c’erano militanti di una cellula dell’Isis, viatico per il successivo attacco ai mercatini natalizi della capitale.

La vicenda terroristica di Aoussaoui si è invece esaurita in un lampo. Dal 20 settembre, giorno del suo sbarco come “migrante” a Lampedusa, al 29 ottobre, giorno del massacro di Nizza, è passato poco più di un mese. Dopo la quarantena obbligatoria su una delle famose imbarcazioni messe a disposizione dal ministero dei Trasporti, il 9 ottobre viene mandato a Bari in un centro di “accoglienza”, dove riceve il provvedimento di espulsione naturalmente disatteso. Poi, il repentino passaggio in Francia, presumibilmente attraverso il confine con la Liguria, a un passo da Nizza.

Le visite di Stato in Tunisia dei ministri dell’Interno e degli Esteri, Luciana Lamorgese e Luigi Di Maio, insieme alla letterina inviata dal premier Giuseppe Conte al presidente Kais Saied, sono evidentemente servite a poco nel rafforzare la cooperazione bilaterale contro l’immigrazione illegale (nel 2020, sono quasi 10mila i tunisini sbarcati in Italia grazie a trafficanti e scafisti, oltre il 40 per cento del totale degli arrivi). Alle croniche difficoltà nel dare seguito immediato alle espulsioni, si va quindi a sommare un’inquietante mancanza di controlli adeguati verso i soggetti a cui non viene riconosciuta una qualche forma il diritto per restare in Italia.

L’impressione è che Aoussaoui abbia eseguito con estrema facilità un piano già stabilito: l’infiltrazione tra i “migranti”, il transito in Italia e la meta da raggiungere in Costa Azzurra. Le indagini dovrebbero allora fornire risposte chiare e, il più possibile, pronte, alle seguenti domande: chi ha “mandato” Aoussaoui dalla Tunisia in Italia? Quali appoggi logistici ne hanno facilitato illegalmente il salto in territorio francese? Ci sono cellule jihadiste attive in Italia che fanno da tramite tra Tunisia e Francia? Chi ha accolto e armato Aoussaoui a Nizza? Se è vero che a Bari era “sempre al telefono”, con chi era in contatto?

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