Conte e le “paure” evocate dall’avvocato del popolo

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Prima furono i runners e coloro che, “colpevolmente”, allungavano la passeggiatina con il cane. Poi venne il turno di coloro che ai primi raggi di sole proprio non sapevano resistere e, raminghi e solitari in spiagge deserte in era lockdown, sono stati perseguiti come terribili untori (dal cielo, con i droni, da terra e mare per scovarli). Poi, sono stati i fan delle Frecce Tricolori al centro delle polemiche, “scriteriati” che hanno affollato piazze e aree all’aperto per vedere le acrobazie orgoglio della nazione, nell’imminenza della Festa della Repubblica. Quindi è venuto il turno dei vacanzieri estivi, coloro che sono andati in ferie, forse ingannati dall’implicito consenso psicologico offerto dal “bonus vacanze” pensato e distribuito a larghe mani dal Governo, ai quali lo stesso Governo poco dopo, con i suoi tecnici ed esperti “videovirologi”, ha poi fatto intendere di essere proprio loro i soggetti che andavano temuti e combattuti: i veri diffusori egoisti e irresponsabili del virus. Abbiamo, quindi, avuto gli studenti nel mirino, focolai ambulanti e sprezzanti del virus, annidati nelle classi e ai cancelli delle scuole, da temere come la peste. E, infine, oggi, sono i ragazzi in generale, i giovani debosciati e irriverenti, quelli della “movida”, nel senso più dispregiativo del termine, assieme a coloro che vanno in palestra e a chi fa cene, pranzi o anche “merende sinoire” in casa, coi parenti, divenuti tutti portatori certi e incoscienti della diffusione del virus, da temere, anzi denunciare e combattere senza quartiere.
Si tratta tristemente solo di una parte della variopinta galleria di nemici che il Governo “dell’avvocato del popolo” (sua definizione data per descrivere sé stesso) Giuseppe Conte, ha individuato in questi mesi del Covid come oggetto delle attenzioni nefaste dei dodici Dpcm prodotti, con relative sanzioni, accuse e conseguente ludibrio nazionale. Nemici da evocare, contro cui scatenare tutte le forze di polizia e anche l’esercito, se non rispettosi del distanziamento sociale, ora divenuto (nel vocabolario di Governo) “distanziamento personale”. Tanti nemici individuati, e conseguente paura trasmessa e distribuita a badilate, a cui invece ne manca sempre un solo, terreno e reale: il coronavirus.

Già, perché a ricevere in diretta “urbi et orbi” sui social e in tv l’elenco delle disposizioni che oramai settimanalmente il Premier snocciola, tagliuzzando, minacciando, elargendo e poi di nuovo cancellando questa e quella libertà, sull’altare della lotta al Covid, verrebbe da pensare che il nemico non sia il Sars-Cov2, ma il popolo becero che per una irrefrenabile e scriteriata ritrosia alle regole rinfocola la sua pericolosa diffusione. E così si perpetrano questa e quella chiusura, si inventano orari e controrari, ci si concentra su chi sta in piedi e seduto in pizza, bar, ristoranti, palestre (a cui si aggiungono anche “velate” minacce del tipo “o vi adeguate o vi chiudiamo”), manifestazioni, si ipotizzano coprifuoco, lockdown locali, divieti e chiusure a macchia di leopardo, colpendo intere categorie sociali. Un guazzabuglio di norme e contronorme che riduce gli italiani a essere sempre appesi ad una dichiarazione, con le relative famiglie in ansia serale per ogni nuova imposizione governativa lasciata cadere dal pulpito televisivo. L’importante è far vedere che lo sceriffo c’è e con la sua potente mano colpisce, irremovibile, e lo fa “per il bene superiore e comune”.

Cosa manca in questi interventi “urbi et orbi”, nei Dpcm che, già lo sappiamo, presto diverranno tredici e poi quattrodici e così via… in una parossistica escalation (a cui contribuisce anche l’intervento dei presidenti di Regione e sindaci del bel Paese che introducono a loro volta regole e divieti ulteriori a pioggia) con nuove e astruse norme da imporre e poi spiegare e poi puntualizzare e poi riscrivere nuovamente?
Semplice: mai si parla dei fondamentali strumenti da mettere in campo per combattere il virus (e non gli italiani), di medici e infermieri da arruolare, della medicina territoriale da potenziare per curare a casa il maggior numero di persone possibile, delle terapie intensive da aumentare ancora visto che come malattia non esiste solo il Covid (in questo caso la colpa infatti è stata scaricata sulle Regioni, dimentichi che esse agiscono solo nel solco economico tracciato dal Governo). Mai un accenno ai necessari protocolli farmacologici e di cura che a questo punto dovrebbero essere noti, che ordinino in modo coerente e costruttivo le tante ed efficaci strategie messe in campo da altrettanti determinati camici bianchi italiani, i quali pure hanno ottenuto risultati, se non straordinari almeno incoraggianti, ma troppo sovente si sentono ancora soli, senza una linea efficace comune. Non una parola su idrossiclorochina, Remdesivir, Plaquenil (messo alla berlina da Oms e Aifa, ma di fatto efficace a quanto pare) e su cortisone e antibiotici: tutte armi che i medici sanno esistere e utilizzano per salvare vite. Non un accenno al siero iperimmune, e alle banche del sangue da costruire in modo organico e diffuso per raccoglierlo e metterlo da parte, in modo che – seppure non sia evidentemente la cura definitiva al virus e al di là di questa o quella polemica – possa comunque essere una freccia in più nella faretra del medico che affronta una battaglia per provare a salvare chi pare perduto. Nulla di tutto ciò. Per questo Governo il virus si combatte colpevolizzando e rinchiudendo quella mandria incontenibile che sono gli italiani.

Nella bolla intangibile e ricorrente dei Dpcm del Premier, è sempre, di fatto, colpa di altri quello che sta accadendo. Questa e quella categoria di cittadini, quelli che non hanno messo la mascherina, quelli che sono andati in vacanza (ma non quelli che sono andati a votare un mese fa, perché nel seggio, non sulle spiagge, il virus non colpisce), quelli che hanno cenato dalla nonna, questo e quel comportamento, questa e quella area sociale del folle, indisciplinato e un po’ masochista popolo italiano, che produce il peggiore dei peccati: l’assembramento.
Eh no, caro Premier: gli italiani non sono così! Gli italiani sono un popolo straordinario, che ha sempre dato prova di incredibile responsabilità. Gente capace di uscire da situazioni complicatissime grazie a colpi di genio e non comuni capacità di adattarsi. E che oggi ha ben presente che cosa sia il virus. Gli italiani non sono affatto quegli irresponsabili che Lei, ogni giorno, a ogni Dpcm, tratta sempre con quel fastidioso distacco e imperio, come con un gregge di pecore.
Comprendiamo che una comunicazione di perenne emergenza serva a sviare l’attenzione dalle responsabilità (parola nobile che si oppone a colpa e colpevole) di chi deve governare, dirottando sui comportamenti individuali il faro della rabbia e della paura proiettando colpe e sensi di colpa (colpa di cosa poi?). Ma abbiamo anche compreso che i comportamenti individuali, per il virus, paiono meno influenti di quel che ci si potrebbe aspettare in assenza di una vera strategia sanitaria che da noi, caro avvocato del Popolo, latita. Il virus e la sua diffusione, pur rammentando sempre che contagiato o meglio positivo al tampone non vuole dire malato, ha un evidente andamento sinusoidale a prescindere. Non per ricordare i casi di altre nazioni, chimere di coloro che vengono definiti “negazionisti”, ma in Svezia, per dire, una cosa s’è dimostrata: i risultati si sono ottenuti ugualmente dando importanza fondamentale alla politica dei servizi alla salute e dell’attenzione alle aree più deboli ed esposte, rispetto a quella delle limitazioni delle libertà.
Questo è un virus vigliacco ad alta contagiosità, ma che un buon sistema sanitario, efficiente e pronto, diffuso e rapido, con le giuste medicine, è in grado di rendere a bassa mortalità. I nostri medici ospedalieri e di base lo sanno, basta chiedere a uno qualunque di loro. E lo dimostrano anche i mesi che stiamo vivendo. Il problema vero è invece quello del suo Governo che al posto di concentrarsi su ciò, prosegue a far propaganda, dimentico delle categorie a rischio, e delle situazioni a rischio (anziani, lavoratori sanitari, Rsa, luoghi di lavoro più delicati) ma ben concentrato sugli obbiettivi facili perché ritenuti esempi di attività futili: coloro che la sera del sabato in piazza si ammassano per una bevuta, chi va al ristorante e non rispetta le distanza o chi va in palestra. Un Governo che fa leva sugli istinti bassi e diffusi, incitando la delazione e la denuncia, che premia chi spia dal buco della serratura o dalle grate delle imposte, ma scorda che i focolai e la mortalità si concentrano ancora su categorie ben definite che son sempre quelle: anziani, soggetti deboli e malati, lavoratori sanitari, Rsa, i quali di certo non fanno “movida”. Lei non vede che il Paese è sfibrato, stanco e fino ad oggi ha dato prova di enorme responsabilità e correttezza. Che le mascherine, in realtà, tranne alcuni concentrati e ristretti casi, le usiamo tutti i giorni. Che tutti noi quando incontriamo qualcuno o quando si saluta un parente, un amico, un figlio, ormai abbiamo radicato dentro quel dubbio, quel timore, quella stilettata fredda che genera la parola Covid.

Lei preferisce alimentare un generico e confuso, allarmismo, che anche il proprio apparato a volte contraddice salvo poi clamorosamente e senza vergogna ricontraddirsi, visto che il vice ministro della Sanità, Sileri, affermava solo l’altro ieri che sono raddoppiati i posti in terapia intensiva, con i blocchi operativi on demand, e che in totale in Italia vi siano circa 12.000 terapie intensive disponibili, ponendoci in una condizione di assoluto vantaggio sul virus, salvo poi adottare Dpcm a raffica lasciandoci in una condizione di pre lockdown. Lei preferisce parlare di aumento di contagi e tamponi lasciando colpevolmente transitare il messaggio non detto ma chiaro, che tali cifre si riferiscano tutte a persone malate.
Avete spinto l’acceleratore su interventi estemporanei tipo lotteria con una girandola di bonus e interventi da luna park (come i banchi a rotelle, i bonus bici, monopattini, caldaie etc…) che nulla hanno a che vedere con la vera realtà sanitaria della lotta al virus. Mentre poco o nulla avete fatto per aiutare i medici, che hanno fatto esperienza e passi avanti nella lotta contro questa malattia carogna, per aiutare gli ospedali, per aumentare gli infermieri magari da mettere anche nelle scuole (invece di perdersi nella lotta anche a colpi di carte bollate su chi deve misurare la febbre), in modo da sgravare professori e presidi da responsabilità sanitarie che non possono competere loro ma che invece sono ricadute proprio sulle loro spalle.
La verità è che qui nessuno vuole negare che il virus esista, non si sottovaluta la pandemia, non si ha poco o nullo rispetto per i morti, ma, anzi, il contrario. Chi sottovaluta la pandemia non è chi critica il sistema che non riesce a contenerla con una strategia risoluta e chiara, ma è chi fa leva su sentimenti altri che nulla c’entrano con la medicina per combattere il Covid, chi continua ad affrontare e scaricare su comportamenti sociali intesi come alterati un’emergenza la quale invece deve essere affrontata sostenendo con tutte le forze la nostra eccellenza sanitaria. Un abbaglio, dettato dalla paura, dall’impreparazione, dalla mancanza di nervi saldi e dall’insopportabile imprecisione di chi Governa (è ora infatti di finirla con Dpcm, sulla cui reale valenza permane più di qualche dubbio, per di più raffazzonati e non corretti che una volta annunciati hanno necessità di giorni e settimane di precisazioni per i danni o le zone interpretative assurde e oscure che aprono) e che ci sono costati tanto, troppo fino a oggi.

La speranza è che un giorno, quando le nebbie della paura di questa peste moderna lasceranno i pensieri degli italiani – paura che, come più di 2400 anni fa ci insegnò Tucidide “uccise Atene più della peste stessa”, quel timore diffuso dell’altro, del domani, dei nostri giovani e persino di sé stessi come involontari untori, che voi avete alimentato e alimentate, un veri “subvirus pandemico” subdolo che sta lacerando nel profondo la nostra straordinaria Nazione con ferite difficilissime da rimarginare -, che quel giorno essi si ricordino di chi li ha trattati come soggetti da controllare e contenere, come il gregge da recinto, anziché rispettarli come persone, uomini e donne che, nel quotidiano, vivono un tenebroso e infausto presente facendo esattamente e solo ciò che possono: affrontare ogni giorno con la schiena dritta, il responsabile rispetto di chi si ama, della vita e con la volontà ferrea di uscire da questa maledetta pandemia. tgvercelli.it

Luca Avenati

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