Il professore francese decapitato e la solita retorica sugli attentati

in Esteri/Terrorismo

di Francesca Musacchio

Dopo la decapitazione del professore francese, come sempre dopo un attacco terroristico di matrice islamista, governi, commentatori e opinione pubblica si scoprono allarmati da quanto accaduto e dal rischio rappresentato dall’Islam radicale. Passato lo sconcerto e dopo fiumi di retorica, l’argomento viene relegato nel cassetto della memoria fino al prossimo orrore. E anche questa volta, l’assassinio del professore francese, la cui unica colpa è stata quella di mostrare una vignetta di Charlie Hebdo per difendere la libertà di espressione, verrà ben presto dimenticato.  

Dalle Torri Gemelle in poi, gli attacchi terroristici che si sono succeduti non ci hanno insegnato nulla. A distanza di 20 anni, e dopo decine e decine di attentati che hanno causato vittime e dolore, la retorica sulla gestione dell’Islam radicale non è cambiata. Nulla è stato fatto per fermare la violenza che porta un culto ossessivo e distorto. La politica occidentale ha permesso la contrapposizione tra mondo libero e fanatismo, lasciando che il secondo dettasse le regole del gioco senza opporsi. E questo per assecondare in primis gli interessi economici derivanti dai rapporti con Paesi tra i quali il Qatar, noto sponsor del terrorismo islamista. 

Il flusso di migranti, che da aree fortemente islamizzate arriva nel cosiddetto “mondo libero”, ha lentamente ma progressivamente inserito nel tessuto sociale occidentale un sistema di vita e pensiero che mina le basi non solo della democrazia, ma soprattutto della sicurezza.

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