CONTRIBUTO DI ALBERTO ROSSELLI LA TURCHIA DI ERDOGAN APPOGGIA E UTILIZZA ELEMENTI JIHADISTI PER PERSEGUIRE I SUOI PIANI DI ESPANSIONE IN SIRIA; LIBIA E CORNO D’AFRICA (Quarta Parte)

in Editoriale

di Alberto Rosselli

Gli interessi turchi in Libia

I rapporti tra Turchia e Libia sono di vecchia data. Durante il periodo ottomano, i turchi colonizzarono e dominarono la vita politica della regione nordafricana, e la composizione etnica della Libia cambiò sostanzialmente con la migrazione di coloni anatolici dalla Turchia al Maghreb, fino alla Tunisia e a all’Algeria, con lo scopo di creare una nuova entità etnica locale, i Kouloughlis: una popolazione con sangue misto turco e maghrebino. Oltre a ciò, le autorità della Sacra Porta posero il divieto ai loro sudditi migrati in Africa settentrionale di adottare la lingua araba: questo permise alla lingua turca di mantenere il suo prestigio nella regione fino al XIX secolo. Da quel tempo, l’incidenza turcofona in Libia è cresciuta esponenzialmente, almeno fino alla conquista italiana della Libia (1912). Nel 2011, anno della caduta di Gheddafi, i cittadini turchi residenti in Libia erano circa 25.000.

Fredde in precedenza, le relazioni tra Ankara e Libia si rafforzarono quando, a seguito dell’embargo militare decretato dagli Usa alla Turchia per l’intervento a Cipro nel 1974, fu la Libia a garantire all’aviazione turca i pezzi di ricambio per i caccia di fabbricazione statunitense in dotazione. In tempi più recenti, cioè nel settembre 2011, l’allora primo ministro Erdogan, fece visita a Tripoli e ricevette un’accoglienza calorosa da parte dei libici. Oggi, la Libia è il terzo partner commerciale della Turchia in Africa. Sono innumerevoli i trattati bilaterali tra i due Paesi, tra i quali vanno ricordati l’accordo per il rafforzamento della cooperazione economica e tecnica (1975) e l’accordo bilaterale per gli investimenti e la protezione (2009). I due paesi hanno inoltre deciso di dar vita, nel 2021, ad un accordo di libero scambio. Non basta. La Turchia è tra i maggiori investitori in Libia. Sono stati firmati accordi per realizzare progetti d’intervento in Libia, in particolare nel settore delle infrastrutture, che superano i venti miliardi di dollari. In termini di quantità di lavoratori impiegati nella realizzazione di opere all’estero da parte della Turchia, la Libia è il secondo mercato dopo la Russia.

Non riuscendo a venire a capo della situazione in Siria, dove tuttora le forze di Assad continuano ad opporre tenace resistenza, all’inizio del 2020 Erdogan ha spostato la sua attenzione sulla Libia, utilizzando anche qui elementi jihadisti per sovvertire una situazione politica di per sé già molto intricata.

Come è noto, il governo di unità nazionale della Libia guidato da Fayez Al Sarraj era stato più volte dato per sconfitto in seguito all’inizio dell’offensiva dell’aprile 2019 da parte delle milizie del LNA (Esercito Nazionale Libico) di Khalifa Belqasim Haftar.

Russia e Turchia decisero di intervenire in Libia nell’autunno del 2019, anche perché gli Usa non sembrano ancora inclini ad un’intromissione diretta nella polveriera libica, pur rafforzando la loro presenza in Tunisia. In effetti, Vladimir Putin e Erdogan (quest’ultimo appoggiato dal Qatar) appaiono ormai come gli unici veri registi in grado di cambiare le sorti della guerra. Il presidente turco con Al Sarraj è riuscito a trasformare Tripoli nel più grande avamposto turco in Africa settentrionale e nel cuore del Mediterraneo centrale. Il presidente russo, invece, sostiene apertamente Haftar, anche se inizia a osservare con sempre maggiore interesse la possibilità di una pacificazione che sia collegata a una spartizione del territorio libico.

In questo contesto, la Turchia ha da subito iniziato ad inviare in questo Paese cospicui nuclei jihadisti già utilizzati precedentemente in Siria, per impiegarli a fianco delle forze libiche governative. Secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa curda Hawars News, la Turchia avrebbe trasferito a Tripoli centinaia di pericolosi terroristi islamici di Jabat al-Nusra, affiliati ad Al Qaeda, e dell’Isis. Alcuni dei capi, ricercati in tutto il mondo per crimini terroristici, sono stati identificati dal Comando dell’Esercito Nazionale Libico del generale Haftar che nel frattempo, in seguito ad alcune sconfitte ha perso il controllo della Tripolitania, ritirandosi da dove era partito nell’aprile 2019, cioè in Cirenaica. Anche l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani conferma la presenza di jihadisti mercenari armati e finanziati dal presidente Erdogan, dei quali almeno 4.700 sarebbero arrivati a Tripoli ad inizio d’anno, mentre alcune decine di jihadisti sarebbero invece fuggite in Italia.

Sempre secondo Hawar News, un gruppo di esperti del Comitato delle Sanzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU avrebbe avviato indagini in merito alle accuse fatte alla Turchia di trasferire mercenari stranieri dalla Siria alla Libia. “Le fonti hanno spiegato che ci sono informazioni che indicano che un aereo militare turco ha trasportato mercenari siriani da Gaziantep (al confine tra Siria e Turchia) a Istanbul e poi in Libia”. Già il 19 gennaio scorso il presidente francese Emmanuel Macron – nel corso del vertice sulla Libia svoltosi a Berlino – chiese una “sospensione” all’invio di mercenari siriani filo-turchi in Libia a sostegno del governo di Tripoli. Sulla stessa linea di condanna esplicita si sono pronunciati Russia, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita.

Ancor più recentemente, il 5 giugno 2020, Haftar ha perso la roccaforte di Tarhouna, in Tripolitania, base che viene conquistata dalle forze dell’Esercito Nazionale Governativo (GNA) di Al Sarraj. A questo punto non gli rimane che la Sirte. Sentendosi perduto, il 6 giugno, sollecitato dall’Onu, Haftar va dal presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi per intavolare colloqui di pace. I negoziati tuttavia non vanno per il verso giusto

A fare andare tutto a carte quarantotto è stato Al Sarraj che ha respinto con estrema determinazione il tentativo di mediazione dell’Egitto, accettato invece dal generale Haftar. Tale accordo prevedeva il cessate il fuoco a partire da lunedì 8 giugno. Secco è stato il commento del portavoce di Al Sarraj: “Non abbiamo tempo per guardare le assurdità proferite in TV da Haftar”, hanno fatto sapere dal comando militare governativo di Tripoli.

Nell’agosto 2020, Erdogan ha conseguito in Libia un risultato di grande importanza strategica. Il 17 dello stesso mese, nel corso di un incontro trilaterale, svoltosi a Tripoli, tra GNA, Turchia e Qatar (erano presenti i ministri della Difesa turco e qatariota, Hulusi Akar e Khaled al Attiyah) la Libia ha formalmente concesso alla Turchia la concessione d’uso, per la durata di 99 anni, del porto di Misurata come base per le sue unità presenti nel Mediterraneo Orientale, e quello dell’aeroporto militare di al-Watya, in Tripolitania Occidentale. Secondo informazioni riferite su canali social pro-Turchia e riprese dall’Agenzia di stampa Nova, il porto di Misurata (nella foto sotto) sarebbe stato dato in concessione alla Turchia per un periodo di 99 anni. Nell’ambito dell’accordo, il Qatar (presente al meeting con una delegazione mista civile e militare) si fece carico dei costi inerenti la ricostruzione, a Tripoli, di basi, caserme e accademie distrutte o danneggiate durante la guerra. Come spiegò il viceministro alla Difesa tripolino, Salah al-Namrouch: “abbiamo raggiunto un’intesa con il ministro alla Difesa turco Hulusi Akar e con il ministro del Qatar Khaled bin Mohammad Al-Attiyah volto ad una cooperazione tripartita per istituire una base per l’addestramento dei cadetti libici, e proprio per questa ragione Turchia e Qatar invieranno consiglieri militari”

Proprio il giorno dell’intesa venne notata la presenza del ministro degli Esteri tedesco, Heiko Maas che parlando con i giornalisti affermò che le potenze straniere “erano impegnate nel fornire armamenti alla Libia. La presenza a Tripoli il giorno della firma dell’accordo di Heiko Maas venne interpretata da alcuni osservatori come la volontà, da parte di Berlino, di contribuire all’azione militare di Ankara e del Quatar in Tripolitania: eventualità che venne vista molto negativamente dalla Francia, saldamente contraria ad un espansionismo turco.

Da parte sua, il governo italiano non commentò in alcun modo l’accaduto, anche se in un recente passato aveva avviato programmi bilaterali di cooperazione militare con Tripoli per l’addestramento e la formazione delle forze libiche, recentemente riconfermati.

Pochi giorni dopo la firma dell’intesa, con molta disinvoltura e rapidità la Turchia ha rafforzato la sua presenza nella regione occidentale, in particolare Tripoli e Misurata, ed ha trasferito due sistemi di difesa aerea presso la base aerea di Al Watiyah, inviando da 50 a 60 veicoli militari nelle vicinanze della base e trasportando, tramite cargos turchi mercenari ed estremisti siriani jiadisti da Gaziantep a Misurata.

Ieri Haftar ha ricevuto il capo dei servizi segreti militari egiziani, generale Khaled Megawer, in una rara visita presso l’ufficio di Haftar nella base di Rajma, vicino Bengasi.

Prospettive per l’Italia?

In seguito a questi fatti e grazie al dilettantismo diplomatico palesato dal nostro governo in Libia, Roma appare ormai fuori dai giochi. Allo stato delle cose, recuperare un ruolo diplomatico in questo Paese appare una chimera, soprattutto in Tripolitania dove Erdogan, in virtù degli aiuti forniti ad Al Sarraj, sta di fatto consolidando la sua presenza per garantirsi lo sfruttamento dei bacini petroliferi locali, cioè in quelle aree dove l’Italia ha i suoi principali interessi, sia energetici che (non meno importanti) quelli legati all’immigrazione. Infatti, è proprio da qui che sono sempre partiti la maggior parte dei barconi carichi di migranti diretti verso le coste del nostro Paese.

Questa sorta di impotenza, derivante in gran parte da una politica (la nostra) assolutamente distratta – anche dalle gravi vicende sanitarie interne dovute alla pandemia Covid-19 nel frattempo sopraggiunte – e da una sostanziale disunione all’interno della UE, fa intravvedere uno scenario assai poco incoraggiante, oltre che preoccupante. Una situazione destinata a generare due tipologie di rischi: da un lato a lungo termine, dall’altro anche su un intervallo temporale assai più breve. Sul primo fronte si è già in parte accennato: Roma in Tripolitania ha molti suoi interessi che rischia di compromettere seriamente, con contraccolpi economici dannosissimi per la nostra già disastrata economia. Senza rapporti privilegiati con un governo stanziato a Tripoli, il nostro peso in materia di energia e di immigrazione potrebbe essere di gran lunga ridimensionato, con tutte le conseguenze del caso. Tuttavia, a breve termine, i rischi per l’Italia sono legati alla presenza di nostri uomini (militari e civili impegnati presso gli impianti di estrazione del greggio) in Libia. Il riferimento va soprattutto al contingente di 300 soldati stanziato a Misurata dai tempi dell’operazione Ippocrate, varata nel 2016. Qui i nostri militari hanno assistito (soprattutto grazie ad un ospedale da campo ancora oggi in funzione) i miliziani impegnati nelle operazioni contro l’Isis. Ancora oggi il contingente è presente a Misurata, ma sotto il profilo politico è come se non ci fosse ed è una carta che l’Italia non riesce a spendere in alcun modo, grazie all’insipienza del nostro attuale dicastero degli Esteri. Oltre a ciò, gli oltre 300 nostri soldati saranno probabilmente esposti al fuoco visto che, per il prossimo futuro, si prevedono ancora schermaglie tra le molteplici forze locali. Il paradosso è che alcuni nostri uomini rischiano la vita senza però ben capire quale possa essere il loro compito sul campo. A Tripoli, una nostra unità militare (quale?) della nostra Marina militare, presente per dare manforte alla locale Guardia Costiera, è stata spesso costretta ad allontanarsi in rada in quanto molto vicina al fuoco delle controparti. Stesso discorso va fatto per la Somalia, dove ormai nulla si muove senza il consenso di Ankara.

Detto questo, una cosa è certa, se Erdogan già ricattava l’Unione Europea con lo spauracchio dell’apertura al passaggio del flusso di immigrati attraverso il cosiddetto ‘corridoio balcanico’ (fortunatamente presidiato da forze di sbarramento greche e bulgare), con un suo controllo anche sulla rotta meridionale nordafricana la situazione non potrà che peggiorare e a quel punto sarà un problema che riguarderà tutta l’Europa, e non soltanto l’Italia. Non bisogna inoltre dimenticare che la Turchia continua a spalleggiare estremisti islamisti e jihadisti in Siria e in Libia ed anche questo potrebbe per il Vecchio Continente diventare un serio problema nel breve e medio termine. La Nato sembra però non rendersene conto, accecata da un’obsoleta “russofobia” (vedi l’atteggiamento degli Stati Uniti di molti Paesi europei): un’eredità – come è stato giustamente osservato da più analisti – della Guerra Fredda che le impedisce di mettere a fuoco i reali pericoli che tuttavia risultano molto facili da comprendere.

Le frontiere turco-bulgare e turco-greche sono state sostanzialmente chiuse nel 2016 (anno della firma degli accordi con l’UE) e progressivamente rafforzate grazie ai 6 miliardi di euro che i Paesi europei hanno versato al governo di Ankara negli ultimi tre anni.

Pubblicazione riservata a cura di Almaghrebiya.it

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