IL TERRORISMO JIHADISTA, IMPLICAZIONI GEOPOLITICHE E MILITARI

in Esteri/Terrorismo

Il recente attentato a Parigi, condotto in concomitanza con l’apertura del processo a carico degli imputati per la strage al Charlie Hebdo del gennaio 2015, ha riportato all’attenzione generale la minaccia del terrorismo di matrice religiosa. Una minaccia che, a torto, molti credevano fosse stata debellata o ridotta all’impotenza, dopo la débâcle territoriale del sedicente Stato Islamico. Una convinzione forse indotta dall’arrivo di altre minacce, percepite come più “vicine” o più pericolose, come la pandemia da Covid-19. Il diciottenne reo-confesso (entrato in Europa come minore non accompagnato) ha invece provocato un drammatico risveglio, che ha aggiunto incertezze alla percezione del futuro, già per molti pesantemente instabile a causa della crisi economica correlata alla pandemia.

Allo sforzo medico-scientifico condotto dai ricercatori, che lavorano alacremente per trovare un antidoto per vincere il virus, si aggiunge quindi l’indispensabile impegno (in realtà mai venuto meno) delle forze di polizia e dei reparti militari per contrastare il terrorismo. Ma, oltre a tutte le azioni di controllo e di repressione, per vincere la sfida terroristica è quanto mai necessario anche l’impegno culturale per comprendere meglio le cause e le articolate dinamiche del fenomeno jihadista, le sue connessioni con la politica internazionale, con la geopolitica, con la sicurezza nazionale.

Le interpretazioni della religione

La prima domanda che ci si pone ogni volta che viene effettuato un attacco terroristico è: perché? Per contrastare la minaccia è, quindi, importante conoscere quali sono le basi ideologico-religiose dei jihadisti, a partire dalle ragioni delle divisioni all’interno dell’Islàm.

Dopo la morte di Maometto, i suoi primi tre successori furono unanimemente riconosciuti come califfi, ovvero “vicari del profeta”. Alla morte del terzo califfo, nel 656, sorsero profondi dissidi circa il metodo di selezione del successore. Ciò ha portato alla divisione del mondo musulmano tra sunniti, sciiti e kharigiti o ibaditi. I sunniti sono maggioritari nel mondo islamico.

Al fine di dotare la comunità musulmana di un codice di condotta religiosa e giuridica comune che fosse basata sia sul Corano che sugli hadith (la tradizione), i dotti e i giuristi musulmani hanno codificato un corpo di norme di diritto positivo chiamato sharia. La sharia distingue le norme riguardanti il culto e gli obblighi rituali da quelle di natura più giuridica, ma contempla anche delle norme che afferiscono alla lotta armata (da noi identificata con il termine jihad), sia essa contro ribelli e briganti locali (quindi musulmani) che contro popolazioni di altre religioni. Alla base di tutto c’è la distinzione tra il mondo dell’Islàm (Dar al-Islàm), intendendo con questa accezione tutti i territori convertiti, e il mondo della guerra (Dar al-Harb), ovvero i territori non musulmani.

Per i primi sette secoli di storia il termine jihad ha avuto una connotazione squisitamente bellica, che servì come spinta per la forte espansione territoriale del dar al-Islàm. Una volta interrotta la spinta espansionistica ripresero forza gli aspetti più propriamente spirituali, indirizzando i teologi musulmani verso interpretazioni della religione che distinguessero tra grande e piccolo jihad, ovvero rispettivamente tra lotta interiore contro le tentazioni del male e lotta armata.

Tuttavia, pur avendo chiaramente indicato gli aspetti spirituali come forma superiore di jihad, tale interpretazione/distinzione ha, negli ultimi decenni, assunto un rilievo abbastanza marginale all’interno della tradizione islamica, nella quale è prevalso l’aspetto del jihad combattente.

Il dibattito all’interno del mondo musulmano sul jihad ha, infine, recentemente riscoperto interpretazioni formulate nel XII-XIII secolo, che sostenevano l’obbligo di combattere per primi i nemici più prossimi geograficamente, vale a dire i musulmani che non vivono secondo la sharia.

Gli obiettivi del terrorismo jihadista

Proprio come diretta conseguenza delle “ritrovate” basi ideologiche deve, quindi, essere letta la campagna di propaganda portata avanti prima da al-Qaida e successivamente dal sedicente Stato Islamico, due formazioni terroristiche che si propongono ai musulmani come protettori dell’Islàm e come baluardi contro gli infedeli.

Bisogna comunque sottolineare che il terrorismo jihadista, al di là dei roboanti slogans propagandistici, non ha come obiettivo principale la sconfitta militare dell’Occidente, ma la ricostituzione della Umma, la comunità dei fedeli, e la restaurazione del califfato. È per questo motivo che il punto di riferimento della propaganda jihadista è sempre l’epoca gloriosa degli inizi dell’Islàm, quella delle grandi conquiste territoriali spinte dal fervore religioso, quella delle grandi scoperte scientifiche e culturali, quella in cui il mondo musulmano condizionava politicamente, economicamente e culturalmente quell’importante area strategica che noi oggi chiamiamo Mediterraneo allargato e oltre, fino all’India.

Basandosi su una degenerazione determinata dal sostanziale rifiuto dei progressi civili e culturali raggiunti dalle altre civiltà negli ultimi secoli e dalla contestazione contro quella parte della società musulmana che vorrebbe guardare al futuro con spirito aperto, il fenomeno jihadista rappresenta, quindi, l’espressione violenta di una competizione politica “interna” al mondo arabo-islamico per la conquista del potere e delle risorse. Guardando le statistiche degli attacchi terroristici, infatti, la grande maggioranza delle azioni terroristiche è rivolta proprio contro gli stessi musulmani. Queste azioni violente rispondono all’esigenza di diminuire sia la coesione sociale che il consenso popolare verso i governi musulmani considerati non perfettamente in linea con la sharia, in modo da condurli alla crisi istituzionale. L’”esportazione” della violenza verso l’Occidente risponde, invece, a uno scopo propagandistico sempre interno (…io sono così devoto che sfido gli infedeli, anche se so che sono militarmente molto più forti di me…), per attirare altri seguaci. Una competizione politica, quindi, basata sullo spargimento di sangue. In tale ambito tutti gli attori coinvolti agiscono per la destabilizzazione del territorio, non per risolvere i contrasti sociali e politici ma per alimentarli, in modo da mantenere alta la tensione e l’incertezza delle popolazioni, aumentandone la sfiducia verso le rispettive istituzioni.

Tuttavia anche se, per raggiungere i loro obiettivi, i principali gruppi jihadisti hanno adottato diverse strategie operative, non li accomuna solo lo sguardo rivolto al passato, ma anche un’ideologia fondata su un moralismo totalitario, dove le donne sono le principali vittime, sull’uso spregiudicato della violenza estrema contro popolazioni inermi e individui innocenti e … sulla completa assenza di una proposta politica circa lo sviluppo economico e sociale.

Implicazioni geopolitiche

I segnali di un significativo cambiamento della minaccia terroristica erano chiari e forti, già prima dell’11 settembre 2001. Gli attentati non miravano più, infatti, a uccidere personaggi pubblici o a catturare ostaggi per negoziarne la liberazione, ma uccidevano persone a caso, decine o centinaia di persone che per fatalità si trovavano in quel luogo in quel preciso momento.

Il nuovo approccio prevede atti perpetrati da individui fanatici che sacrificano la propria vita per toglierla a degli innocenti sconosciuti, convinti di raggiungere il loro personalissimo paradiso. Atti che, sfruttando le moderne tecnologie e tecniche di comunicazione, permette ai burattinai “professionisti del terrore”, di amplificare la portata di questi vili attentati, causando significative ricadute geopolitiche. I gruppi terroristi jihadisti vogliono, infatti, proporsi come soggetto geopolitico, come comunità con un territorio riconosciuto. Un safe heaven dove possano anche tranquillamente addestrarsi, fare propaganda, pianificare gli attentati in tutto il mondo e che rappresenti anche un richiamo per gli estremisti di ogni dove.

Un esempio evidente di questi concetti è rappresentato dall’attacco terroristico alle Torri Gemelle, che ha superato per gravità, crudeltà ed efficacia le previsioni più pessimistiche. Nell’occasione, infatti, dall’Afghanistan i terroristi hanno dimostrato piena padronanza nell’uso dei media e della psicologia della comunicazione. La “sfida” è stata rivolta contro i simboli più pregnanti della ricchezza e del potere americano, quelli più conosciuti ai cittadini americani e al mondo intero. I singoli attacchi sono stati organizzati e coordinati secondo una vera e propria regia televisiva occulta, tant’è che la distanza di venti minuti tra il primo e il secondo impatto sulle Torri ha garantito lo sviluppo in diretta della sfida in tutta la sua inimmaginabile gravità e spettacolarità, sotto gli occhi di tutte le reti televisive del mondo e con la più alta audience possibile.

Quell’attacco ha causato un’immediata reazione dei mercati, con conseguenze economiche e politiche globali, i cui effetti più evidenti sono stati una perdita del 14% del Dow Jones, la perdita del 40% da parte delle compagnie aeree coinvolte nell’attacco (American Airlines e United Airlines), un aumento del 6% dei prezzi del petrolio Brent e dell’oro (da sempre un bene rifugio). In Italia il MIBTEL ha “bruciato” il 7,4% e il MIB 30 ha perso il 7,79%.

Per effetto di quella strage si è poi verificato un deciso cambio nella politica estera degli USA, che sono passati dall’isolazionismo a un rinnovato multilateralismo, coinvolgendo anche i Paesi alleati. Il rapido deterioramento dei rapporti con alcuni Paesi, ritenuti sostenitori del terrorismo (gli “stati-canaglia”), ha innescato diverse crisi internazionali, che hanno interessato aree già allora difficilmente gestibili. Crisi che, per molti versi, non sono ancora state risolte.

Uno schema che, seppur con diverse sfumature operative, é stato confermato dalla crisi dell’area siro-irachena, provocata dall’autoproclamato Stato Islamico.

Tutte queste aree di instabilità hanno, con il tempo, generato anche un forte movimento migratorio clandestino che ha messo sotto pressione i Paesi occidentali più vicini, in particolare i Paesi della riva settentrionale del Mediterraneo. Un fenomeno che ha rapidamente catalizzato le aspettative di altre migliaia di persone, attratte dalla prospettiva di una vita migliore. Un fenomeno che, per effetto dei numerosi collegamenti clandestini, ha anche permesso di aumentare i profitti dei terroristi, superando le consuete distinzioni con le organizzazioni criminali basate sugli obiettivi (politico-religiosi i primi e di puro lucro le seconde) al punto che, ormai, i terroristi si finanziano sempre più spesso con il traffico di persone o con il narcotraffico.

Implicazioni militari

Sotto il profilo militare, il terrorismo jihadista è inquadrabile tra i conflitti a bassa intensità. Anche se non appare rappresentare una minaccia strategica, né tantomeno territoriale, esso é alquanto difficile da contrastare perché è caratterizzato da considerevole difficoltà di prevenzione e da estrema fantasia nell’escogitare nuovi subdoli metodi di attacco. L’asimmetria dello scontro riguarda sostanzialmente i metodi e i mezzi impiegati dai terroristi per il raggiungimento dei loro obiettivi. Gli attentatori, infatti, sanno perfettamente che la loro debolezza relativa non gli permetterà mai di attaccare frontalmente uno Stato solido e stabile, né tantomeno di conquistarlo con la forza. Ma ciò non significa che il fenomeno sia irrilevante o che si debba rinunciare alla battaglia e all’impiego dei militari. Una risposta militare è comunque inevitabile. Data la natura della minaccia, si deve tuttavia fare affidamento sullo strumento militare non come azione risolutiva ma soltanto quando è strettamente necessario e in supporto alle altre forme/iniziative di contrasto (politico, economico, normativo, investigativo).

Nella predisposizione della risposta militare bisogna, inoltre, considerare che le dimensioni e l’estensione geografica hanno reso il terrorismo jihadista un fenomeno ormai globale e, come abbiamo visto, con importanti implicazioni geopolitiche. Le tecnologie di comunicazione e informatiche hanno aggiunto complessità a un fenomeno già di per sé sufficientemente complesso, influendo in maniera determinante sulle modalità di reclutamento e di attacco. Bisogna infine tenere a mente che non si potrà mai essere completamente sicuri di evitare gli attentati. La protezione totale è, infatti, impossibile da attuare, neppure trasformando tutto il Paese in un bunker. Se le forze di sicurezza non riescono talvolta a prevenire un attacco è perché nel terrorismo la sorpresa in campo tattico è un fattore intrinseco ovvio e quasi lapalissiano.

Con queste premesse, le direttive politiche dovrebbero assolutamente evitare macroscopici errori strategici e concettuali quali l’avvio di grandi operazioni militari tese a cancellare la struttura statale esistente, come nel caso dell’Iraq nel 2003 (Stati Uniti) o della Libia nel 2011 (Francia e Gran Bretagna). Tali azioni, oltre a fare un gravissimo danno d’immagine, creano caos internazionale, fomentano i risentimenti nei confronti dell’occidente e creano le condizioni per la conquista del potere da parte delle organizzazioni terroristiche. Il Segretario alla Difesa Weinberger (in carica dal 1981 al 1987) ha avuto modo di sottolineare che “…se decideremo di impiegare le nostre Forze oltremare, dovremo preventivamente avere definito chiaramente gli obiettivi militari e politici…”. E, infatti, nel corso della guerra di liberazione del Kuwait (1991), gli USA dimostrarono lungimiranza quando decisero di non abbattere tout-court il sistema statale iracheno, per non lasciare pericolosi vuoti di potere. Come nella fisica, anche in geopolitica i vuoti lasciati dalle legittime istituzioni vengono riempiti di fatto dalle forze oscure e illegali, nel nostro caso i terroristi. Un concetto semplice ma poi dimenticato, come tutti sappiamo.

In tale ambito, appare opportuno sottolineare una volta di più che l’intervento militare massivo non consente di risolvere definitivamente il problema, dato che la sottrazione di territorio alle organizzazioni terroristiche si trasforma quasi sempre in una migrazione verso altri territori dove lo Stato è collassato o non riesce a garantirne il controllo. L’Iraq, l’Aghanistan, la Siria e, da ultimo, la Libia ne sono le prove.

Ciò nonostante, i Reparti militari possono dare il proprio contributo alla lotta al terrorismo internazionale, attraverso lo svolgimento di operazioni di antiterrorismo e di controterrorismo. Nel pianificare tali interventi, la priorità andrà data all’intelligence, che dovrà rappresentare l’indispensabile base informativa per poter mettere in atto interventi militari “mirati”, dall’azione delle Forze Speciali fino all’operazione internazionale su più vasta scala, in modo da colpire direttamente le strutture terroriste nei rispettivi bacini di gravitazione. Per la lotta al terrorismo internazionale potranno quindi essere utilissime alcune consolidate capacità ed eccellenze già presenti nello strumento militare. Basti ricordare le ampie competenze nell’intelligence, la notevole capacità di proiezione verso qualunque destinazione o la grande professionalità e operatività delle Forze Speciali di ogni Forza Armata.

Dato che, nell’attuale situazione non appare verosimile la possibilità di un’invasione del territorio nazionale, né da parte dei gruppi terroristici né da parte di entità nazionali avversarie, il problema che si pone ai militari, in sostanza, non è più soltanto la protezione delle proprie forze e delle installazioni più o meno sensibili, ma è anche quello di poter efficacemente intervenire in maniera preventiva e “chirurgica” per disarticolare le ramificazioni jihadiste.

Tuttavia, qualunque siano le motivazioni che muovono verso l’intervento militare, questo non dovrebbe mai risultare come progetto isolato, ma appare indispensabile che sia sempre accompagnato da altre iniziative politiche, sociali ed economiche tese a screditare i terroristi, isolandoli dalle loro società, e per inaridirne le fonti di finanziamento e di reclutamento. Solo in questo modo potrà essere raggiunto il successo strategico. Mancando tali iniziative il mero intervento militare potrà ottenere solo un successo “tattico”.

Conclusioni

Un fantasma dai mille volti si aggira per il mondo e ha scatenato una guerra che oggi interessa l’intero pianeta, dai centri americani alle savane del Sudan, dalle città europee alle isole della Malesia. Un fantasma che identifica come nemici “tutti gli altri”, compresi quegli stessi musulmani che vivono il Corano non in maniera letterale e intransigente, ma che lo interpretano con spirito moderno. Un fantasma che ha anche cambiato le proprie modalità operative, passando dagli attacchi portati in gruppo, prima in maggioranza, a una prevalenza di attacchi condotti da solitari, dall’uso di esplosivi e armi da fuoco all’impiego prevalente di armi bianche e veicoli a motore, da operazioni attentamente pianificate ad azioni che sembrano condotte sull’onda dell’emotività del momento.

In questo quadro di diffusa incertezza i Paesi minacciati hanno però acquisito una nuova consapevolezza circa le intricate interconnessioni mondiali del terrorismo e su un più efficace impiego delle forze di polizia e dei reparti militari per il suo contrasto. Hanno soprattutto acquisito la consapevolezza che il terrorismo jihadista si combatte principalmente con la coesione e una maggiore collaborazione tra Paesi. Una consapevolezza che nasce dall’orrore, dalla paura, dall’oltraggio. L’autoproclamato Stato Islamico, per esempio, ha potuto commettere atti atroci sfruttando l’insipienza di politici che guardavano cinicamente solo al proprio orticello, ai propri interessi elettorali, alle rivalità di campanile. In tal modo ha potuto fare una efficace propaganda e crescere, anche territorialmente. Nel momento in cui c’è stata una reale cooperazione, invece, ha dovuto ritirarsi, subendo pesanti sconfitte.

Echeggiando una celebre frase del Giudice Giovanni Falcone possiamo dire che, essendo il terrorismo jihadista un fenomeno umano, anche questo un giorno finirà, a patto però che si riesca a realizzare un ampio e condiviso quadro strategico nel quale gli attori impegnati in questa delicatissima missione possano operare sinergicamente ed efficacemente su diversi fronti e con tutti gli strumenti politici, diplomatici, militari, giuridici, economici, sociali, mediatici e culturali a disposizione.

La qualità della pace dipenderà da come avremo ottenuto la vittoria. Se il mondo musulmano percepirà questa vittoria come una umiliazione, non potremo apprezzare a lungo il dolce sapore della pace ed emergeranno nuove forme di lotta violenta per la supremazia. Come ha detto Javier Solana in un suo intervento a Berlino nel 2004, “…It is a matter of preserving our basic values…”, e non solo. difesaonline.it

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