LA TURCHIA DI ERDOGAN APPOGGIA E UTILIZZA ELEMENTI JIHADISTI PER PERSEGUIRE I SUOI PIANI DI ESPANSIONE IN SIRIA; LIBIA E CORNO D’AFRICA (Terza Parte)

in Editoriale

di Alberto Rosselli

La Turchia di Erdogan appoggia il movimento jihadista in Siria

I rapporti tra la Turchia di Erdogan, o meglio l’avvio da parte di Ankara della politica di sostegno esplicito ai movimenti islamici che si rifanno al credo jihadista ebbe inizio nel 2014, quando l’esercito turco incominciò a fiancheggiare – sia in maniera indiretta che diretta – i nuclei dell’Isis impegnati in Siria per scalzare il governo di Assad e per mettere in difficoltà la componente curda e cristiana in lotta con le sanguinarie bande jihadiste. In quella circostanza, l’obiettivo della Turchia si rivelò in realtà duplice: colpire Assad e nel contempo eliminare le forze curde presenti al confine tra Turchia e Siria. Ne scaturì il noto ‘assedio di Kobane’ (cittadina situata nella zona neutrale del Rojava – Siria settentrionale – presidiata da forze curde e cristiane) da parte delle milizie dell’Isis. Pur non penetrando di forza in territorio siriano, Erdogan schierò le sue forze corazzate proprio a ridosso della cittadina, con la scusa di evitare infiltrazioni dei curdo-siriani: mossa che, in realtà, permise, a partire dai primi del 2014, ai miliziani dello Stato Islamico salafita di attaccare violentemente i propri avversari, cioè l’esercito di Damasco, i curdi e le forze cristiane. L’offensiva dell’Isis portò alla strage di migliaia di civili, alla fuga di 300.000 civili curdi in direzione della provincia turca di Sanliurfa. Tutto ciò costrinse gli Stati Uniti e gli alleati occidentali ad effettuare massicci attacchi aerei che nell’arco di poche settimane fiaccarono l’offensiva fondamentalista, anche grazie all’intervento delle neonate Forze Democratiche Siriane (SDF), formate da elementi curdi e arabi.

Appoggiate dalle continue e pesanti sortite dell’aviazione statunitense le Unità di Protezione Popolare (YPG) si allearono all’Esercito Siriano Libero (FSA), a gruppi peshmerga iracheni1, mandati dal Governo Regionale del Kurdistan, e turchi del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK). E il 14 ottobre 2014, questa coalizione scatenò una riuscita offensiva contro Stato Islamico, costringendolo a ritirarsi e ad abbandonare, verso la fine di Aprile del 2015, quasi tutte le aree precedentemente conquistate fino all’aprile 2015, mantenendo soltanto il controllo su alcune dozzine di villaggi del governatorato di Ar-Raqqah. Ciononostante, alla fine di Giugno del 2015, l’Isis – con l’appoggio della Turchia, dove nel frattempo aveva trovato rifugio e sostegno militare – tentò una nuova offensiva contro la Siria che tuttavia venne respinta al prezzo della morte di centinaia di civili trucidati dai fondamentalisti. In tutto questo contesto, è da notare l’atteggiamento ambiguo di una Turchia che, a parole, si era sempre dichiarata – in accordo con gli Stati Uniti – avversa ai movimenti fondamentalisti, ma che in realtà li stava favorendo, dando loro rifugio, armi ed equipaggiamenti in cambio del petrolio sottratto nella Siria settentrionale e nell’area nordoccidentale dell’Iraq.

Ma a questo proposito è interessante ricordare quanto disse alla fine del novembre del 2018 il libanese Ghaleb Kandil, direttore dell’agenzia di stampa New Orient News e grande esperto di geopolitica mediorientale: “Già a partire dalla fine del 2014, la strategia dello Stato Islamico era quella di vendere petrolio al mercato nero ad altri paesi mediorientali (Turchia inclusa), per proseguire la propria guerriglia jihadista tesa alla formazione di uno Stato Islamico mediorientale e transnazionale: obiettivo per il quale era necessario un consistente appoggio militare e finanziario, quello fornito dalla già citata Turchia, ma anche dal Qatar, dalla Giordania e dall’Arabia Saudita, di fatto apparentemente vicini agli USA. Per anni – prosegue Kandil – il principale punto di riferimento politico ed economico dell’Isis è stato (soprattutto per quanto riguarda lo scacchiere siriano e iracheno del nord) il governo di Ankara. Per ottenere appoggio logistico e finanziamenti, lo Stato Islamico, nel corso delle sue offensive, ha sempre depredato il petrolio siriano e iracheno, trasferendolo tramite camion in Anatolia, dove è sempre stato venduto al mercato nero in cambio di denaro fornito da società anatoliche, alcune delle quali riconducibili perfino a parenti di Erdogan. Il gruppo che è al potere in Turchia ha sempre usufruito di una sua tangente, mentre il resto di quei soldi è finito nelle casse dell’Isis”. Alla luce di queste dichiarazioni sorge spontanea una domanda: come ha fatto l’Occidente a non accorgersi di questi traffici? E per quale ragione non ha mai esercitato pressioni sui veri finanziatori dell’Isis? “Questa operazione è in corso da anni e in realtà è sotto gli occhi degli Stati Uniti e dell’Onu – spiega Kandil. “E’ del tutto evidente che dietro questa sorta di cecità collettiva, si nascondano altri interessi: mantenere buoni rapporti con tutti, e magari tenere fuori la Russia dal Medioriente”.

Ricapitolando e andando per deduzione, appare evidente che il flusso di finanziamenti illegali forniti da Turchia, Qatar e Arabia Saudita giunga poi ad altre entità ideologicamente parallele all’Isis, come Al Nusra (“Fronte del soccorso al popolo di Siria”) e i Fratelli Musulmani, che “dopo la riconciliazione fra Arabia Saudita e Turchia, promossa dagli Usa, hanno riunito nel 2015 tutti i gruppi terroristici sotto la bandiera nera di Jaish al Fath (soggetto collegato ad al-Qaeda, entità tutt’altro che estinta, anzi molto attiva e comandata dal successore di Osama bin Laden, Ayman al-Zawahiri)per una nuova escalation di attacchi contro la Siria di Assad.

A questo punto non rimane che domandarsi in che modo si possa porre fine alla crisi siriana che, a parte qualche periodo di pace totalmente instabile, potrebbe riesplodere improvvisamente e con maggiore virulenza. Sempre secondo Ghaleb Kandil occorrerebbe bloccare ogni attività terroristica, ogni fornitura di denaro ed armi ai terroristi jihadisti. “Se ciò accadesse l’esercito siriano ci metterebbe pochi mesi per rimettere a posto la situazione interna e sventare qualsiasi tentativo rivoluzionario e aggressivo da parte dei gruppi fondamentalisti”. Sappiamo che già in passato un’ apposita risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu circa la stabilità in Medio Oriente si è trovata di fronte ad un irrigidimento degli Stati Uniti. “Esattamente, Washington ha sempre preferito puntare su una strategia articolata su una guerra di logoramento, per fiaccare i movimenti fondamentalisti. Ma al riguardo sono alquanto scettico in quanto tutte le soluzioni nasceranno dai pesi e dagli equilibri locali e dentro l’area. E non credo che neppure la ventilata (ed improbabile) firma dell’accordo nucleare, potrebbe consentire all’Iran di costringere Washington a rinunciare a questo progetto. Ci vorrebbe uno sforzo più ampio. Non basta l’Iran, insieme alla Russia o alla Cina: occorrerebbe che si aggiungessero altre voci europee”.

Apparendo abbastanza disgregata in tema di geopolitica e cultura mediorientale, l’Europa brancola nel buio, cercando in ogni modo di tenere buono Erdogan con abbondantissime elargizioni di denaro per frenare l’avanzata di un esercito di ben tre milioni e mezzo di disperati fuggiti dalla Siria e trasferitisi momentaneamente in Turchia con l’intento di ‘invadere’ i Balcani, e perdonandogli il suo ormai tradizionale atteggiamento da sultano. Quella della UE è una debolezza sulla quale lo stesso Erdogan gioca ormai con grande destrezza, minacciando di aprire i cancelli al minimo cenno critico rivolto dall’Europa ad una Turchia sempre più islamizzata e filofondamentalista, ma che al momento opportuno ogni tanto arresta qualche decina di jihadisti per mostrare il suo impegno contro il fondamentalismo, mentre dall’altro lo finanzia a mani basse. E se è vero che – sempre a proposito della questione siriana – tutti si stracciano le vesti per gli scempi commessi dall’Isis, riconoscendo (con molto ritardo) auspicabile la permanenza di Assad al potere (la lezione di Gheddafi, eliminato improvvidamente in nome della libertà, è forse servita a qualcosa), è altrettanto vero che sia la UE che l’Occidente in generale sono soliti chiudere gli occhi riguardo l’appoggio di Erdogan ai terroristi dell’Isis, e di Qatar e Arabia Saudita ad Al Nusra, oltre alle organizzazioni jihadiste sostenute e finanziate legate ai Fratelli Musulmani. Come ha spiegato Souad Sbai “Nei confronti della Turchia di Erdogan, l’Unione Europea fa da un lato la voce grossa, indignata per la repressione degli oppositori e della libertà di stampa o per l’invasione anti-curda in Siria; dall’altro, continua invece a cedere su tutti i fronti, avallandone persino le strategie di assalto culturale, oggi principalmente incentrate sull’utilizzo manipolatorio della cosiddetta ‘islamofobia’. Prodotto dei pensatori fondamentalisti contemporanei appartenenti ai Fratelli Musulmani, il concetto di islamofobia viene utilizzato come clava per colpire chiunque in Europa, e in generale nel mondo occidentale, osi esprimersi in maniera critica nei confronti della componente di religione e cultura islamica”.

Come si è detto, a fianco delle milizie jihadiste che da tempo – nonostante fragili tregue imbastite con Damasco – hanno messo a ferro e fuoco la Siria di Assad, operano anche reparti regolari dell’esercito turco, con la scusa di dare la caccia alla minoranza curda che vive nel nord di questo disgraziato Paese. Come ha riferito AsiaNews, nel novembre dello scorso anno le violazioni di confine da parte delle truppe blindate e motorizzare di Erdogan si sono moltiplicate, fino a diventare sistematiche, e senza che nessuno in Occidente protestasse presso il governo di Ankara. “Lo scorso autunno, l’esercito turco e le milizie filo-jihadiste che hanno sostenuto l’offensiva lanciata da Ankara contro i curdi nel Nord-Est siriano – riferisce l’Agenzia AsiaNews – hanno attuato un’autentica ‘pulizia etnica’ ai danni di tutte le minoranze religiose presenti in Siria; a partire da quella cristiana, nonostante le rassicurazioni fornite dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan al vice-presidente Usa Mike Pence. Intimidazioni e violenti attacchi contro armeni e cristiani si sono infatti moltiplicati, come d’altra parte aveva denunciato anche Amnesty International, i cui attivisti hanno più volte rilanciato le testimonianze di soccorritori, sfollati e giornalisti”, secondo i quali tra novembre e dicembre del 2019 si sarebbero registrate gravi violazioni e crimini di guerra, fra i quali esecuzioni sommarie e attacchi che hanno ucciso o ferito civili.

Fra quanti denunciano gli abusi delle truppe turche e arabo jihadiste vi è anche un politico cristiano siriano, Bassam Ishak, responsabile del Syriac National Council. Interpellato lo scorso novembre 2019, dal Catholic News Service, Ishak ha parlato “di intimidazioni e attacchi mirati contro armeni e cristiani siriaci, a cui è ormai impedito da tempo di accedere alle loro terre e ai loro immobili situati nel Nord-Est della Sira. A che se i miliziani filo-turchi avrebbero ricevuto l’ordine di “non toccare fisicamente i cristiani” ma, in compenso, di poterli depredare di tutto”. Ma le forze jihadiste protette dalla Turchia non sono nuove a tali scempi. Ricordiamo che nel 2018, ad Afrin, nel nord-ovest siriano, forze regolari turche supportate da guerriglieri fondamentalisti, sottrassero ai contadini curdi che vivevano nella zona tutto il grano e le derrate alimentari, con lo scopo di farli morire di fame. Successivamente, tale politica di ‘annientamento per inedia’ è stata applicata alle minoranze cristiane di Ras al-Ayn proprietarie di almeno un terzo dei terreni agricoli dell’area. Ma non è tutto. Sempre secondo AsiaNews, a partire dallo scorso mese di ottobre 2019 le forze jihadiste presenti in Siria avrebbero imposto (soprattutto nel circondario della cittadina di frontiera di Ras al Ain, che Ankara vorrebbe inglobare) alla minoranza cristiana una sorta di ‘tassa per la sopravvivenza’ in quanto considerata ‘inferiore’: notizia confermata dai media di Damasco. Organi di informazione siriani riferiscono di violenti scontri avvenuti a Ras al Ain, dove Ankara punta a creare una ‘zona sicura’. Il centro abitato è sotto il controllo delle forze guidate dai curdi siriani, sostenuti dai soldati di Assad che da anni ingaggiano combattimenti con le truppe di Ankara, gli jihadisti e quella porzione di guerriglieri affiliati all’Isis che, come ha riferito l’agenzia stampa Hawar, sono passati sotto la bandiera del Syrian National Army, l’esercito sorto in opposizione al regime di Assad, anch’esso sostenuto da Ankara.

Come ha osservato il giornalista ed esperto di jihadismo, Giovanni Giacalone “intanto Recep Tayyip Erdogan continua con la sua tattica a tre sponde con Russia, Nato e jihadisti. Da una parte stringe accordi con Mosca sulla cosiddetta “escalation zone”, dall’altra fornisce supporto diretto ai jihadisti e quando i militari di Ankara vengono colpiti mentre si trovano a combattere assieme ai “barbuti”, gioca la carta dell’appartenenza alla Nato e chiede sostegno. Nel frattempo minaccia l’Europa con l’apertura del “rubinetto migratorio”. Un gioco estremamente pericoloso quello di Erdogan, che ha un disperato bisogno di portare avanti la guerra a Idlib1, perché abbandonarla significherebbe aver fallito la lunga e costosissima campagna contro Bashar al Assad. D’altro canto però, le perdite subite in Siria dai reparti turchi sono diventate quasi insostenibili, come l’intero costo delle operazioni di fiancheggiamento alle forze jihadiste: fatto che ha creato un sensibile malcontento tra la popolazione anatolica che inizia a domandarsi fino a che punto e a quale costo Erdogan vorrà arrivare per estendere la sua area di influenza non soltanto in Siria, ma anche in Libia, nel Mali e nel Corno d’Africa. A livello economico e di immagine internazionale, il sostegno turco ai jihadisti sparsi per il mondo e il chiaro intento di creare, come si è detto, una sorta di nuovo Impero Ottomano che faccia da guida a parte della umma islamica, non piace affatto né agli Stati Uniti, né alla Russia (non parliamo poi della UE la cui politica estera, in questa circostanza, si è mostrata praticamente nulla, in quanto totalmente scoordinata e spesso contraddittoria). D’altra parte, come è noto, Vladimir Putin ha investito moltissimo, sia militarmente che economicamente, per sostenere Assad che, dato più volte per sconfitto, rimane comunque saldamente al comando, avendo respinto con energia e successo ogni offensiva turco-jihadista su Idlib, città chiave per il controllo dell’area nord-occidentale siriana. Se Erdogan pensava che un’occupazione della Siria settentrionale ed una contestuale eliminazione delle minoranze curde-siriache fosse un gioco da ragazzi, si è clamorosamente sbagliato, mettendo, con il passare del tempo in dubbio la sua credibilità non soltanto agli occhi del mondo, ma anche a livello interno nazionale.

Pubblicazione riservata a cura di Almaghrebiya.it

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