Superiorità morale e ipocrisie: ecco come ragiona un radical chic

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In entrambi i casi si tratta di una rivolta di piazza: sono due collere simili, dice l’autore, ed entrambe prevedono la sollevazione del popolo, la guerriglia e la violenza. Eppure “una ha torto e l’altra ha diritto”. Perché? La sommossa è negativa perché è la guerra di una minoranza contro quella che l’autore considera la “giustizia”. L’insurrezione invece impugna le armi per rivendicare un diritto: è la difesa della massa contro chi vuole usurpare il potere. Dunque è legittima. Nella pratica per Hugo assaltare il Palazzo del governo è lecito se si vuole cacciare il Re, ma è un sacrilegio se la rivolta insidia un governo democratico. Allo stesso modo, sparare contro la folla è giustificato se lo si fa per difendere il “progresso” mentre è un crimine se ad aprire il fuoco sono i cannoni di un sovrano.

Direte: ma che c’azzecca tutto questo con i radical chic? C’entra. Perché il modo di ragionare di Hugo sulle insurrezioni somiglia a quello utilizzato dalla sinistra italiana, europea e globale per perorare la causa della propria superiorità morale e politica. Sia chiaro: non stiamo dicendo che l’autore francese era un radical chic. Non sia mai. Ci serve solo come esempio. Hugo relativizza la violenza e la giustifica sulla base della propria lettura della storia: etichetta quindi con il bollino dei “buoni” tutto ciò che gli aggrada e con quello dei “cattivi” ciò che non apprezza. Lo stesso sono soliti fare – ma con molta meno intelligenza – i protagonisti di un certo pensiero progressista, radical nei contenuti e chic nelle movenze. Il riassunto può essere questo: se la pensi come me sei nel giusto, altrimenti vai demonizzato. E non importa se a volte pur di difendere le equazioni progressista=giusto e populista=sbagliato l’intellighenzia radical usa “due pesi e due misure” con tanta sfacciataggine da apparire imbarazzante.

Va detto che il radical chic non ha una carattere ben definito. E il significato del termine è evoluto nel tempo: una volta dipingeva il ritratto di chi per moda o convenzienza sposava idee anticonformiste pur appartenendo ad un ceto sociale elevato. Oggi la locuzione abbraccia altre accezioni. Identifica ad esempio l’atteggiamento di chi è convinto di avere una certa superiorità culturale ed esibisce appena può questa cultura “elevata”. Tradotto in altri termini, come nel caso di Hugo, è quel modo di fare in cui ciò che aggrada una certa parte (la sinistra) è giusto mentre tutto il resto (la destra) va cestinato. In Italia i protagonisti di questo “movimento” incarnano ora l’uno ora l’altro significato del termine.

Dunque i radical chic nostrani sono quelli che combattono l’inquinamento ambientale vestendo sintentico, acquistando iPhone e mangiando McDonald’s. Oppure chi predica l’accoglienza ma non vuole migranti a Capalbio. Ma sono anche quelli che s’indignano se alla manifestazione del centrodestra mancano le mascherine e poi tacciono se i Black Lives Matter si assembrano nelle piazze di tutto il mondo. Sono insomma quelli che il voto popolare va bene, ma solo se vince la sinistra. Radical chic sono le sardine, che riconoscono ai “populisti” libertà di parola ma negano loro “il diritto di essere ascoltati” (che poi sarebbe la stessa cosa). Radical chic è il modo in cui vengono descritti gli scontri di piazza degli antagonisti (è sempre la polizia a “caricare” e mai i manifestanti ad “attaccare” gli agenti). Sono insomma quelli che il titolo “patata Bollente” di Libero no, ma i “partigiani con lo schippo” contro la Meloni anche sì. Due pesi e due misure, appunto. E sono solo pochi esempi.

Osservare l’evoluzione di questo pensiero serve a mostrare l’ipiocrisia di un intero mondo politico e culturale. Per questo dedicheremo ai radical chic e alle loro uscite una rubrica settimanale. Questa. Sarà un modo per canzonare e mettere a nudo le contraddizioni di chi si sente sempre dalla parte giusta della storia. E di chi rivendica una certa superiorità morale. Senza averla.

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