LA TURCHIA DI ERDOGAN APPOGGIA E UTILIZZA ELEMENTI JIHADISTI PER PERSEGUIRE I SUOI PIANI DI ESPANSIONE IN SIRIA; LIBIA E CORNO D’AFRICA (Seconda Parte)

in Editoriale

di Alberto Rosselli

Religione e Stato in Turchia

In Turchia, la libertà di culto è oggi più che mai soggetta a pesanti restrizioni. Religiosi ed ecclesiastici musulmani e no non hanno infatti capacità giuridica completa. Le comunità religiose non hanno diritti di proprietà; è vietato alle donne musulmane portare il velo in uffici pubblici, scuole e università. Anche a dispetto della Costituzione che definisce il Paese uno stato di diritto, democratico e laico, Ankara nel contempo stabilisce che “nessuno può essere costretto a pregare o a partecipare a riti o a cerimonie religiose, o a divulgare le proprie credenze o convinzioni religiose”. E qui saltano fuori le contraddizioni. Nonostante lo Stato si definisca secolare, nelle scuole primarie e secondarie l’istruzione religiosa islamica è però obbligatoria per i musulmani, anche se i programmi sono stabiliti dal governo.

Ankara sovrintende di fatto alla vita e alle attività religiose islamiche attraverso il Dipartimento degli Affari Religiosi. E i 76.000 imam e i 9.700 muezzinsono di fatto funzionari statali. Sempre secondo la legge vigente, è vietato aprire scuole religiose, sia musulmane che di altre fedi, ed anche seminari e centri vocazionali e le funzioni religiose possono svolgersi solo in luoghi di culto autorizzati. Detto questo, esiste uno speciale Ufficio delle Fondazioni che controlla strettamente le attività delle altre minoranze religiose (armene ortodosse, cristiane, ebraiche e alevite) e le loro proprietà. In particolare, la chiesa cattolica – che non ha mai accettato di essere sottoposta a questa specie di dicastero – non è stata riconosciuta come istituzione religiosa ed è stata ghettizzata e privata di tutti i diritti. Le proprietà ecclesiastiche sono intestate a singoli individui e la Chiesa non può acquisire immobili, e per quanto concerne i luoghi di culto che, a causa di una prolungata assenza di sacerdoti (in Turchia l’attività sacerdotale viene fortemente ostacolata), non risultino più utilizzati con continuità, essi vengono automaticamente chiusi, sconsacrati ed incamerati dallo Stato. Oltre a ciò, va ricordato che per potere restaurare immobili o luoghi di culto antichi o fatiscenti, la Chiesa deve ottenere (cosa non facile) l’autorizzazione dall’Ufficio regionale per la Protezione dei Beni culturali e nazionali; inutile dire che quest’ultima sia assai poco incline a concedere i necessari permessi.

Per questi motivi, chi ha sempre sperato in un’ipotetica, ma ormai improbabile, ammissione della Turchia in Europa è stata proprio la minoranza cristiana di questo Paese che si è sempre sentita, più di ogni altra, severamente discriminata, soprattutto con l’avvento del presidente (‘il Sultano’) Erdogan che, di fatto, sostiene apertamente la rinascita di una Turchia fortemente etno-nazionalista, islamica e imperialista. A questo proposito (ma ne parleremo più avanti) il sostegno dato da Ankara alle forze jihadiste (come è noto, Il jihadismo è quel movimento fondamentalista islamico il cui principale obiettivo è quello di sostenere la “guerra santa” contro gli infedeli, senza escludere il ricorso ad attentati e azioni terroristiche) operanti in Siria e, più recentemente, in Libia (che fu possedimento ottomano) e in altre aree africane ne è un esempio. In questi ultimi anni, l’atteggiamento sempre più aggressivo nei confronti della minoranza curda, sia in Anatolia che nella Siria governata da Assad e il progressivo espandersi dell’area di influenza panturchista, sia in Europa che in Centro Asia, dimostrano quanto la Turchia sia attirata dall’idea di restaurare una sorta di califfato e a porsi quale guida della vasta e variegata umma (o comunità) musulmana.

Ma ritorniamo all’intolleranza religiosa che, a conti fatti, in Turchia si riverbera ormai sulle sole religioni non islamiche. Ai cristiani sono ancora precluse la carriera militare e le alte cariche pubbliche: questo perché sono ritenuti un gruppo sociale ‘sospetto’ e potenzialmente pericoloso per la sicurezza del Paese. I cristiani non possono frequentare istituti o scuole per la formazione vocazionale. Ragione per cui, gli aspiranti sacerdoti sono costretti a migrare all’estero. A causa di tali norme, varie minoranze religiose – come le già citate greco-ortodossa, ebraica e armena – vivono, assieme ai loro credenti, in uno stato di sostanziale inferiorità giuridica. Sono ormai trascorsi 13 anni da quando un comitato di rappresentanti delle chiese greco-ortodossa, siriaca-cristiana, armena e cattolica presentò al primo ministro turco, al ministero degli Interni e a quello degli Esteri una serie di richieste atte a normalizzare, almeno in parte, la situazione. Tuttavia, da Ankara non è mai giunta alcuna risposta. Anzi, in questi ultimi anni, il presidente Erdogan ha inasprito la sua guerra nei confronti delle ‘diversità etnico-religiose’ presenti in Anatolia, contravvenendo a tutti i più elementari principi di una moderna democrazia, varando nel contempo un ambizioso piano di tipo imperialista. “Il problema di fondo – come ha osservato il giornalista esperto di problemi mediorientali Gian Micalessin – è che da anni ci rifiutiamo di vedere il vero volto della Turchia: un paese fondamentale musulmano, composto da una parte della popolazione (quella che ha votato, cioè più della metà) che si riconosce perfettamente nella visione islamista-nazionalista di Erdogan. Il presidente ha vinto perché ha offerto ai turchi il sogno di far rinascere l’impero ottomano, quel neo-ottomanesimo a cui ha spesso fatto riferimento parlando dei “nemici crociati” e di un’Europa da sconfiggere a colpi di natalità”. La realtà, secondo Micalessin, è che “la costituzione di Ataturk era solo un tentativo di rivedere la natura della Turchia, dandole una veste laica e democratica. Ma di fatto quella era solo una maschera, indossata da Erdogan per tredici anni, prima nel tentativo di entrare in Europa, e ora per realizzare il suo disegno strategico e politico”.

L’ottomanismo, il panturchismo, il panturanismo e il panislamismo quali motori ideologici e religiosi alla base dell’attuale espansionismo turco

Nella prima metà del XIX secolo, in seno all’Impero Ottomano, comparvero o vennero riesumate ideologie come l’ottomanismo, il panislamismo, il panturchismo e il panturanismo. In questo periodo, diversi intellettuali e patrioti turchi come Yusuf Akçura (1876 1935), Munis Tekinalp (1883-1961), Ziya Gökalp (1875-1924) e Namik Kemal (1840-1888), compresero la necessità di risollevare radicalmente l’ormai decadente impero, motivandone l’esistenza attraverso l’attribuzione ad esso di antiche, talvolta mitiche, ma importanti valenze e peculiarità culturali, religiose ed etno-linguistiche. Nella fattispecie, il panturanismo, sostenuto da Akçura, faceva riferimento alla mitica terra di Turan, mentre Tekinalp tendeva ad includere nella famiglia ottomana soltanto il popolo turco.

Gökalp – che fu probabilmente il più influente panturchista, e più tardi uno dei più ferventi nazionalisti turchi – distingueva invece il panturanismo dalla politica reale, per via del carattere eminentemente utopistico del primo. Occorre, infine, ricordare che il panturchismo (come pure il panturanismo) emerse come reazione ad un’altra ideologia irredentista, cioè il panslavismo, emanazione della Russia zarista. Con alcuni distinguo interni, il panslavismo era un movimento volto a risvegliare la coscienza nazionale dei popoli slavi e ad attuarne la loro unificazione politica, economica e culturale. Esso risentì non poco dell’influenza degli ideali libertari post rivoluzionari francesi diffusi in Europa da Napoleone Bonaparte, nonché delle suggestioni romantiche e risorgimentali ottocentesche. Sorto all’inizio del XIX secolo, in un primo tempo esso trovò molti sostenitori tra gli intellettuali slavi dell’impero austroungarico. Il primo congresso panslavista (quello di Praga del 1848) fu presieduto dallo storico ceco Frantisek Palacky, che ipotizzò la formazione di una federazione di popoli slavi facente capo all’Austria (austroslavismo). In Russia, i suoi seguaci si avvicinarono molto alla slavofilia, affermando che sarebbe spettato alla Russia il compito di riunire tutti i fratelli slavi in un grande stato dopo averli liberati dalla dominazione straniera: progetto che, in realtà, non galvanizzò mai il governo di San Pietroburgo, ma che lo indusse, comunque, ad utilizzare lo stendardo panslavista per giustificare la sua politica espansionistica e colonialista in Europa orientale e in Asia Centrale.

Dopo la Rivoluzione d’Ottobre del 1917, di primo acchito Lenin rigettò con sprezzo il panslavismo, considerandolo un’ideologia imperialista e quindi reazionaria, ma successivamente ebbe forse a ripensarci. Ciò che è certo è che, a partire dalla fine degli anni Venti, il panslavismo venne decisamente riportato in auge da Stalin che ne rivalutò diversi elementi funzionali ai suoi aggressivi progetti imperiali, soprattutto in Asia e nel Caucaso. Facendo propri alcuni principi della cultura occidentale, l’ottomanismo (inteso come movimento politico) sosteneva invece una politica di uguali diritti per tutte le comunità religiose ed etniche dell’impero ottomano, con lo scopo di integrarle al suo interno. Un programma che non piacque agli intellettuali panturchisti, in quanto essi temevano pericolose commistioni etniche, lesive delle tradizioni e della cultura turche.

Differentemente, il panislamismo mostrò un carattere prettamente religioso e antimperialista, in quanto movimento sostanzialmente avverso a qualsiasi intromissione da parte delle grandi potenze non islamiche nell’universo musulmano. Il panislamismo concentrò i suoi sforzi per utilizzare la fede come strumento utile per aggregare ed uniformare tutti i sudditi dell’impero. Esso auspicava, infatti, l’unione politica di tutti i popoli islamici in un’unica istituzione, la Dar al-Islam. Il panislamismo conobbe il suo periodo di maggiore splendore sotto l’ultimo sultanato ottomano, quello di Abdul Hamid II, che cercò in tutti i modi di impedire la secessione delle province arabe, tentando nel contempo di porre un freno all’espandersi del colonialismo inglese, francese e russo. La deposizione del sultano, avvenuta nel 1909, e la Rivolta Araba della tarda primavera del 1916, sostenuta e abbondantemente finanziata dai britannici, segnarono il declino del panislamismo. Sayyid Jamal al-Din al-Afghani (1839-1897) – chiamato anche Sayyid Muhammad Ibn Safdar al-Husayn – fu il fondatore e il diffusore in Persia, Egitto e Impero Ottomano del movimento.

Erdogan e il suo progetto di totale islamizzazione della Repubblica di Ataturk attraverso la cancellazione di ogni retaggio cristiano: Santa Sofia, San Salvatore in Chora e la Torre di Galata

Il piano egemonico del presidente Erdogan non si ferma all’applicazione dei teoremi panturanisti destinati a giustificare l’espansionismo anatolico all’estero (Siria, Libia, Somalia e Centro Asia turcofono) ma, in politica interna, va di pari passo con una politica di totale ‘turchizzazione islamista’, attraverso operazioni di epurazione di politici a lui non graditi, ma anche attraverso la trasformazione del patrimonio architettonico risalente al periodo cristiano precedente la caduta di Costantinopoli del 1453.

Come è noto, lo scorso 24 luglio, il presidente turco ha trasformato la grande chiesa di Santa Sofia da museo patrimonio dell’Unesco in moschea, affidandone l’amministrazione all’ente che gestisce le tutti i luoghi sacri islamici presenti in Anatolia. Ma a questo punto ci si domanda come abbia potuto un Consiglio di Stato abrogare nel 2020 un decreto presidenziale del 1934 (cioè risalente al periodo repubblicano di Ataturk): sarebbe stato molto più corretto quanto proposto da alcuni parlamentari, cioè attenersi alla legge del 1934: richiesta respinta dalla Corte, totalmente controllata da Erdogan. L’argomento a sostegno dell’usurpazione di Santa Sofia, ha argomentato Erdogan, è semplice. Il decreto del 1934 che fece di Santa Sofia un museo è valido, ma può sempre essere sostituito da un decreto presidenziale di segno opposto. Per farla breve, grazie ad un cavillo giuridico, dopo quasi novant’anni, a Santa Sofia si tornerà a recitare le preghiere islamiche. Con buona pace di chi aveva pensato che quel luogo potesse continuare ad essere un baluardo della bontà del dialogo interreligioso.

Lo scorso 21 agosto scorso, subito dopo la conversione d’uso di Santa Sofia, il leader anatolico ha emesso un nuovo decreto presidenziale che ha trasformato l’ex chiesa bizantina di San Salvatore in Chora (edificio che alla fine del secondo dopoguerra venne trasformato nel Museo Kariye) nell’ennesima moschea. L’edifico sorge nel distretto occidentale di Istanbul, detto Edirnekapi. Il cambio di status era già stato approvato nel dicembre 2019, ma la decisione del Consiglio di Stato turco non era ancora stata ratificata, almeno fino al colpo di mano dello scorso agosto di un Erdogan mai sazio di nuove conquiste in nome di Allah. Edificata nel IV secolo, San Salvatore venne ricostruita tra 1077 e il 1081, e successivamente nel XII secolo in seguito ad un crollo parziale causato da un terremoto. La chiesa vanta pregevoli mosaici di epoca bizantina ed è anch’essa un sito sotto protezione dell’Unesco.

Dopo avere islamizzato le due chiese-museo, Erdogan ha compiuto un nuovo passo che ha come obiettivo la distruzione di un pregevole manufatto laico edificato nel 1348 dalla Repubblica di Genova, cioè la famosa Torre di Galata che fino a ieri è stato uno dei monumenti simbolo della metropoli sul Bosforo, costituendo una delle principali attrazioni per i turisti provenienti da tutto il mondo. Questa volta, però, la decisione di Erdogan ha scatenato le ire della municipalità di Istanbul che ha annunciato azioni legali contro i responsabili di un tale iniziativa, considerando che la gestione della torre è passata solo pochi mesi fa al ministero della Cultura, intenzionato ad aprire un museo all’interno dello storico monumento. Il viceministro della Cultura Ahmet Misbah Demircan, fedelissimo di Erdogan (dal 2004 al 2019 sindaco della circoscrizione di Beyoglu, considerata il centro di Istanbul, in cui si trova la stessa torre di Galata) ha cercato di ammansire il sindaco, dichiarando che gli evidenti lavori di demolizione in atto fanno parte di un non ben chiarito piano di restauro “per l’apertura di un museo dove prima c’era una caffetteria”, per cui la rimozione di alcuni muri è stata “necessaria”. Dichiarazione che non ha convinto il Comune e gli esperti di arte e architettura. A Demircan ha immediatamente risposto il portavoce del comune di Istanbul (da 14 mesi in mano al partito di opposizione Chp, Partito Popolare Repubblicano) Murat Ongun, che ha annunciato querele nei confronti dei responsabili di un tale scempio.

Sulla questione ha nicchiato il ministro della Cultura e Turismo, Nuri Ersoy, che si è limitato ad annunciare che “la Torre di Galata riaprirà il 15 settembre”. Il presidente del Direttorato per il patrimonio artistico di Istanbul, Mahir Onal, raggiunto al telefono da AGI, ha definito quanto accaduto “uno sfregio”, e ha chiesto che i lavori di restauro tornino, almeno, sotto la giurisdizione del Comune. “Quanto abbiamo visto capitare a uno dei principali monumenti di Istanbul è qualcosa di inconcepibile, uno sfregio al patrimonio artistico della città. Chiediamo che la giurisdizione torni al comune e che i nostri tecnici possano immediatamente intervenire e che i lavori in corso, che stanno apportando danni in maniera dolosa, vengano fermati subito”. La Torre di Galata fu fatta costruire dal primo governatore della colonia genovese di Costantinopoli, Rosso Doria, nel 1348, per essere utilizzata per dare l’allarme in caso imbarcazioni ostili puntassero verso la città, già all’epoca di importanza strategica sia per la posizione a cavallo di due continenti, sia per il fatto che lo stretto del Bosforo collega il Mar Nero con il Mediterraneo attraverso Marmara. Alta circa 67 metri e avente un diametro di nove, per secoli la torre genovese è stata l’edificio più alto della città. Nel 1453, i genovesi ne consegnarono le chiavi al Sultano Mehmet, conquistatore di Costantinopoli, con cui gli stessi liguri avevano già raggiunto un accordo per poter proseguire i propri commerci da prima che il Sultano facesse breccia nelle mura della capitale. A partire dal 1700, con l’impero ottomano al massimo della sua espansione, la torre divenne un punto di osservazione per individuare gli incendi che spesso devastavano la città. La Torre come appare oggi è il frutto di un’opera di restauro terminata nel 1967, dopo che, nel 1875, una tempesta ne spazzò via il tetto.

Pubblicazione riservata a cura di almaghrebiya.it

Ultime da Editoriale

Vai a Inizio pagina