Il piano di Conte-Gualtieri per avere i 209 miliardi dall’Ue, dietro le buone intenzioni, nasconde una stangata di tasse

in Economia

Resilienza: «capacità di un materiale di assorbire un urto senza rompersi». Così dice il dizionario della lingua italiana. Ed è bene ricordarlo, perché nelle 72 pagine del documento appena sfornato dal governo Conte-Gualtieri, intitolato «Linee guida per la definizione del Piano di ripresa e resilienza #nextgenerationitalia», questo vocabolo è sparso a piene mani, come se si volesse dare, con questa parola, un valore taumaturgico alla prolissa elencazione dei buoni propositi con cui il governo italiano cerca di convincere l’Unione europea a sganciargli i 209 miliardi del Recovery Fund.Perfino gli acronimi, per via della resilienza, sono nuovi di zecca: così, per rispondere al Next Generation Ue (NgEu) di Ursula Von der Leyen, ecco il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr) dell’Italia, con uno spreco di maiuscole che alla burocrazia di Roma e Bruxelles piacciono tanto, mentre l’editing di questo giornale non le tollera, in quanto segno di vuota retorica.

Già, la retorica. Purtroppo, il Pnrr del governo Conte-Gualtieri ne è pieno, e fa capire molto bene perché Carlo De Benedetti abbia detto in tv a Lilli Gruber che a Bruxelles, secondo le sue fonti, sono sconcertati per la mancanza di concretezza dei documenti italiani, dove non c’è un solo progetto da realizzare con i fondi Ue di cui si dicano con precisione i costi, i tempi e gli stati di avanzamento da controllare, se necessario, anche ogni settimana. Proprio così: ogni settimana. Perché sarà solo in questo modo che le rate del Recovery Fund ci saranno concesse. Eppure il Pnrr è stato scritto con il solito burocratese, generico e fuori dal tempo.

Un esempio per tutti: la giustizia civile. Da anni, ormai lo sanno anche i sassi, gli investitori stranieri non vengono più in Italia perché, a causa delle lentezze giudiziarie, ci vogliono in media otto anni per un giudizio civile di primo grado. Il documento del governo riconosce che la riforma della giustizia è una priorità e promette tre linee di intervento: «Riduzione della durata del processo civile e penale, revisione del codice civile, riforma del diritto societario, anche per uniformare la governance societaria agli standard Ue, e la riforma della disciplina della crisi d’impresa». Ovvero riforme la cui urgenza è nota da tempo e la cui approvazione e messa in opera richiede un impegno, o per dir meglio un accanimento, di cui non si è vista traccia per decenni, compresi gli ultimi due anni, in cui il ministro della Giustizia si è distinto solo per la scarsa produttività di buone leggi. Ma ora, come sta scritto nelle condizioni del Recovery Fund, l’inazione del governo costerà cara: senza riforme vere della giustizia, niente fondi.

Lo stesso principio sarà applicato a tutte le riforme che la Commissione Ue ha sollecitato all’Italia nelle Raccomandazioni 2019 e 2020, rielencate nel Pnrr. Oltre a quelle più note, più volte ricordate dalla Von der Leyen (digitalizzazione, economia verde, difesa del clima, infrastrutture), l’Italia ha aggiunto come proprie missioni «l’istruzione e la ricerca, l’equità di genere e territoriale, la salute». Ogni capitolo meriterebbe un approfondimento. Sull’attuazione dell’intero programma pende però l’incognita dei fondi Ue: saranno davvero disponibili? In quali tempi? Infine, dovranno essere conteggiati come nuovo debito nazionale, oppure no?

Domanda cruciale, quest’ultima. Ma per ora senza risposta certa, come ammette a pagina 37 lo stesso Pnrr, con riferimento ai sussidi e ai prestiti: «È ragionevole ritenere che le sovvenzioni che i paesi membri riceveranno nel corso del programma non contribuiranno alla formazione dell’indebitamento netto della pubblica amministrazione. La valutazione dell’impatto sullo stock di debito verrà chiarito da Eurostat a conclusione delle opportune consultazioni».

Più avanti: «Va tuttavia considerato che i prestiti erogati dalla Commissione Ue, se non compensati da riduzioni di altre spese o aumenti delle entrate, contribuiranno ad accrescere il debito della Pa e l’accumulazione di debito pubblico. Al Pnrr dovrà pertanto affiancarsi una programmazione di bilancio volta a riequilibrare la finanza pubblica nel medio termine, dopo la forte espansione del deficit prevista per quest’anno in conseguenza della pandemia e degli ingenti interventi di sostegno all’economia».

Traduzione: anche i 127 miliardi di prestiti del Recovery Fund (diversamente dagli 82 miliardi di sussidi) andranno ad aumentare il debito pubblico. Per cui, oltre a restituire i prestiti, l’Italia dovrà «riequilibrare la finanza pubblica» e ridurre il debito con tagli di spesa e nuove imposte. E dovrà farlo rispettando le severe condizionalità previste dal Recovery Fund, che a giudizio di molti sono più pesanti di quelle del Mes. Il che significa intraprendere, tra pochi mesi, un percorso di austerità che durerà anni, con tagli di spesa che potrebbero riguardare gli stipendi pubblici e le pensioni, e nuove tasse su tutto ciò che non è green, come la stangata di 19 miliardi sulle accise del gasolio appena varata.

Nel presentare il Pnrr di Gualtieri-Conte, i tg di Stato e i giornaloni hanno detto giubilanti che gli obiettivi sono due: ridurre le tasse del ceto medio e raddoppiare il tasso di crescita del pil, dallo 0,8% (media dell’ultimo decennio) all’1,6% (media Ue). Sono due fake news, balle spaziali. Bastava leggere tutte le 72 pagine del Piano per appurarlo, senza fermarsi alle prime righe. Purtroppo, se attivato, il Recovery Fund sarà nello stesso tempo un bene e un male. Un bene perché molte riforme di cui l’Italia ha bisogno dovranno, finalmente, essere fatte sotto i controlli e la sferza di Bruxelles. Un male perché tutto ciò comporterà non solo un maggiore prelievo fiscale, ma anche un’umiliante perdita di sovranità, destinata a pesare sui futuri governi, quale che sia il loro colore, e la loro resilienza. italiaoggi.it

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