Il partito dei vescovi vota No ed evoca la crisi di governo

in Politica/Speciale Vaticano

Se un vescovo del Nord e uno del Sud, il primo più vicino alle posizioni di centrodestra e il secondo più legato al Pd, si esprimono chiaramente per il «no» al referendum sul taglio dei parlamentari, allora è chiaro che la fotografia dei vescovi italiani ben rispecchia una propensione a bocciare la proposta di revisione della composizione del Parlamento. Se a monsignor Antonio Suetta, vescovo di Sanremo e a monsignor Domenico Mogavero, vescovo di Mazara del Vallo, si aggiunge monsignor Antonio Raspanti, vicepresidente della Conferenza episcopale italiana, il cerchio si chiude.

La Cei e i vescovi italiani tifano per il «no» al referendum e le motivazioni sono chiare. «Si chiede una modifica più complessa e più strutturata dicono fonti ecclesiastiche e vogliamo di certo una maggiore partecipazione politica e non una minore partecipazione. Con la vittoria del «sì», avremmo più liste bloccate e i politici diverrebbero sempre più casta». Non si tratta, quindi, di un’indicazione di partito. «Qui è in gioco il contenuto della riforma dicono dalle sacre stanze e il fatto che i vescovi delle differenti estrazioni politiche siano compatti sul fronte del no, ne è un chiaro segnale». «La consultazione referendaria risponde più a un’esigenza di propaganda che cavalca il sentimento di anti-politica oggi molto diffuso»: è lo slogan ricorrente tra i prelati.

Era stato il vicepresidente della Cei, monsignor Raspanti, ad aprire il fronte del «no», con l’invito affinché «non sia compromesso l’equilibrio dello Stato». «Capisco aveva detto – che il numero dei parlamentari è la tessera di un grande mosaico che ha bisogno di pesi e contrappesi. La cosa che deve preoccupare è che non siano fatti singoli aggiustamenti sull’onda emotiva dell’anti-politica. Cambiamenti vanno fatti, cercando però di mantenere equilibrati i bilanciamenti dello Stato. Infatti molti esponenti del mondo politico già dicono che c’è bisogno di una nuova legge elettorale perché va da sé che la diminuzione del numero di parlamentari porta a ridisegnare i collegi».

Ai vescovi italiani si aggiungono l’associazionismo cattolico e la «base» dei fedeli, a propendere per il «no» al referendum. «È una riforma voluta dal Movimento 5 Stelle che il Pd ha accettato per non fare cadere il governo confidano ma il mondo cattolico vuole allargare le maglie della democrazia, e non restringerle». Per i cattolici, dunque, «con questa riforma si avrebbe un taglio lineare che non tiene conto della conformazione dei seggi elettorali territoriali. Il voto parla alla pancia del Paese, ma in questo momento occorre dare un contributo fattivo e organico». Si tratta, per Cei e mondo cattolico, di una «misura populista che non va a risolvere i problemi del Paese». Il timore di una vittoria del «sì» è forte. «Si tratta di un populismo becero confidano altre fonti al Giornale che diminuisce la territorialità dei parlamentari e che porterebbe a una poca partecipazione dei cittadini. Se vincesse il sì, il voto diventerebbe ancora meno territoriale. Andrebbe in crisi il principio democratico e del rispetto delle minoranze. Siamo contro una minore partecipazione».

Se sul tema del taglio dei parlamentari non c’è molta «preoccupazione», maggiore interesse è rivolto ai risultati delle Regioni. E in particolare l’attenzione si rivolge a Toscana, Marche e Puglia. «In Toscana si ha la percezione che il centrodestra possa vincere confidano e anche le Marche sono in bilico». Ma se così fosse, è il ragionamento di alcuni esponenti di movimenti cattolici, «il governo dovrebbe interrogarsi e ripensare agli equilibri al suo interno».

Una crisi di governo? Rimpasto? «Di sicuro se i risultati delle regionali dovessero far emergere una volontà elettorale più vicina al centrodestra, il governo non potrà far finta di niente. Magari sarebbe auspicabile un governo tecnico o un rimpasto per traghettare verso nuove elezioni». Ma sui singoli candidati non ci sono indicazioni. L’auspicio è, e resta, quello di una riflessione da parte dell’esecutivo nel caso in cui la democrazia scegliesse il cambiamento. Il giornale