La cantante curdo-tedesca che non piace al Sultano

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La storia di Hozan Canê, cantante e regista curdo- tedesca arrestata e detenuta nella città di Edirne nella Turchia occidentale, assomiglia a quella di molti altri attivisti politici finiti sotto la scure di Erdogan. La sequenza è nota: l’accusa di «propaganda terroristica», fondata su prove inconsistenti, un processo senza garanzie di imparzialità e infine, il carcere. Condannata a più di sei anni di reclusione nel novembre 2018, il processo a carico di Canê è ripreso ieri. In agosto, infatti, il tribunale ha respinto in appello la prima sentenza per insufficienza di prove, rinviando il verdetto a settembre. Ma ancora una volta, secondo le informazioni fornite ieri dai suoi familiari, la sentenza è rinviata ad ottobre.

In un messaggio inviato all’Associazione per i popoli minacciati (Apm) la figlia di Canê, Dilan Örs, «esprime la speranza che sua madre venga assolta e si rivolge al governo tedesco affinché si impegni per la sua liberazione». Hozan Canê, 49 anni, è infatti una cittadina tedesca di origini curde. Costretta a sposarsi all’età di dodici anni, a 13 concepisce il primo dei suoi tre figli. All’inizio degli anni novanta si trasferisce dalla sorella a Istanbul. Si esibisce come cantante e si fa notare per il suo impegno nella musica a sostegno del popolo curdo. Per sfuggire alla repressione delle autorità turche chiede asilo in Germania e si trasferisce a Colonia insieme ai figli.

La sua vicenda giudiziaria inizia nel corso delle elezioni presidenziali in Turchia nel giugno del 2018: la donna viene arrestata per aver sostenuto, esibendosi in concerto, la campagna elettorale del Partito Democratico dei Popoli (Hdp). Il partito filo curdo – il cui leader Selahattin Demirtas è stato arrestato nel 2016 con l’accusa di «propaganda terroristica» – rappresenta all’opposizione fasce di popolazione discriminate, tra cui le donne e alcuni gruppi religiosi quali gli Assiro-Aramei cristiani, gli Aleviti, gli Yezidi e gli Armeni. Nello stesso anno, il 14 novembre 2018, un tribunale turco condanna nuovamente l’artista a sei anni e tre mesi di reclusione: questa volta l’accusa è di appartenenza al Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk), un’organizzazione classificata come terrorista.

Le accuse si basano su alcuni contenuti che la donna avrebbe pubblicato sui suoi profili social: una foto, in particolare, la ritrae con Murat Karayilan, leader del Pkk. Dopo l’arresto, la figlia di Canê ha dichiarato che gli account utilizzati su Facebook con il nome d’arte della madre sarebbero falsi, mentre il suo difensore ha riferito che la foto sarebbe stata scattata durante una conferenza stampa del 23 aprile 2013: una data considerata l’inizio del processo di pace tra i curdi e la Turchia. Nel mirino della pubblica accusa ci sarebbero anche alcune foto recuperate dal cellulare della cantante, che la ritraggono in uniforme insieme ad alcuni combattenti del Pkk. La donna ne ha giustificato l’esistenza spiegando che le immagini sono tratte da una delle sue pellicole, un film sulla persecuzione degli Yazidi da parte dello Stato Islamico nelle montagne dello Shingal, proiettato nel 2016 e presentato in diversi festival.

Il 16 settembre 2019, un tribunale di Edirne la condanna a una sospensione condizionale della pena di un anno e cinque mesi per aver insultato il presidente Erdogan attraverso una caricatura apparsa su una pagina Facebook a suo nome. Così arriviamo all’audizione di agosto: in aula presenzia il portavoce per i diritti umani del gruppo parlamentare Spd del Bundestag, Frank Schwabe. Secondo le dichiarazioni di Schwabe, «la cittadina tedesca Hozan Canê non è stata trattata dalla magistratura turca nel rispetto dello Stato di diritto».

«Le accuse contro Canê mi sembrano costruite. Le autorità turche hanno preso di mira lei e molti altri attivisti dell’opposizione, inclusi politici, attivisti per i diritti umani, artisti e giornalisti», spiega il parlamentare tedesco impegnato in una campagna a sostegno dei diritti umani con il programma internazionale “I parlamentari proteggono i parlamentari”. Il dubbio