UN NO CONTRO L’ANTIPOLITICA

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Domani torna in edicola CulturaIdentità. Sperando di sollecitare la tua curiosità, ecco in anteprima il mio editoriale di questo mese

UN NO CONTRO L’ANTIPOLITICA

Probabilmente adesso dovrei spiegarvi le ragioni di merito del nostro NO al Referendum sul taglio dei parlamentari. E dovrei dilungarmi su una serie di questioni che smontano pezzo a pezzo la retorica di chi ha modificato in Parlamento la Costituzione, stabilendo che i rappresentanti del popolo debbano essere un terzo in meno.
Potrei dimostrarvi che i risparmi di questa “riforma” sono irrisori e che gli sperperi sono ben altri; potrei ricordarvi che è vero che in termini assoluti l’Italia ha molti parlamentari e in Europa è seconda solo al Regno Unito, ma che è altrettanto vero che in rapporto alla popolazione essa è addirittura ventiduesima; potrei illustrarvi come intervenire esclusivamente sul numero dei deputati e dei senatori e non sul funzionamento complessivo delle Camere genererebbe una serie di corto circuiti istituzionali; potrei evidenziare come la vittoria del SI renderebbe ancora più chiuso il ceto politico e legata alla volontà dei leader e dei loro “cerchi magici” (le “segreterie dei partiti” oramai non esistono quasi più) la scelta degli eletti. E potrei ribadire che il tema della rappresentatività, anche territoriale, del corpo parlamentare è cruciale nella salvaguardia della democrazia e che il “taglio” lascerebbe senza voce ampie porzioni di territorio nazionale, concentrando la rappresentanza nelle aree metropolitane. Pensate, se negli Stati Uniti non esistesse un meccanismo volto a bilanciare questo aspetto nelle elezioni presidenziali, attraverso l’istituto dei “grandi elettori”, e che impone ad ogni candidato di visitare e considerare anche il più sperduto Stato dell’Unione, Trump non sarebbe mai stato eletto alla Casa Bianca.
Ma il punto temo sia un altro ed è surreale dover discutere di una “riforma costituzionale” che si pone esclusivamente il problema di quanti seggi debbano essere disponibili a Montecitorio o a Palazzo Madama. 
Per chi nel 2016 ha votato NO alla riforma predisposta da Renzi, non solo perché voleva far cadere il suo Governo, ma anche perché oggettivamente si trattava di una proposta farraginosa, scomposta, costruita con un “taglia e cuci” inammissibile quando si parla della Legge Fondamentale di uno Stato, è avvilente doversi pronunciare sul quesito che ci verrà proposto il 20 e 21 settembre.
Eppure vi è una grande “questione di fondo” alla base della consultazione referendaria, che deve spingere tutte le persone “responsabili” nei confronti del paese ad andare a votare: è giunto infatti il momento di innescare un’inversione di tendenza, rivendicando forza e autorevolezza a favore del potere politico, e quindi della democrazia. E’ dai tempi di Tangentopoli che in Italia la Politica ha perso vigore, capacità decisionale e di interdizione nei confronti di altri poteri, che incidono notevolmente sulla vita pubblica: la Magistratura, la Burocrazia, la Finanza. Alla critica verso i “politici di professione” degli anni Novanta, è seguita l’indignazione nei confronti della “casta” alimentata dalle campagne di Sergio Rizzo, Giannantonio Stella ed altri polemisti, che facendo di ogni erba un fascio, gettava benzina sul fuoco del risentimento popolare verso i presunti “potenti”, aprendo la porta alla stagione dei “tecnici” o, peggio, dell’antipolitica grillina, con tutti i danni connessi all’idea che “uno vale uno” porta con sé, dal momento che poi essa si tramuta in “l’uno vale l’altro”.
In 30 anni, senza renderci conto che le vere “caste” inaccessibili e privilegiate erano altre, abbiamo smantellato i partiti e, in generale, i corpi intermedi, ovvero quegli strumenti indispensabili a consentire a tutti i cittadini, a prescindere dal censo o dalla nascita, la partecipazione attiva alla vita pubblica della Nazione. Contestualmente il potere politico si è riscoperto sempre più debole rispetto ad altri soggetti, con la conseguenza che a risultare inefficace è diventata proprio la sovranità popolare, che nelle democrazie occidentali si esercita, appunto, attraverso i rappresentanti eletti dai cittadini.
Il “taglio dei parlamentari” si inserisce in questo processo di lungo periodo. E’ l’ennesima umiliazione che si vuole infliggere alla Politica.
L’esito, però, non è ineluttabile, a patto che la Politica si dimostri capace di uno scatto d’orgoglio, che la porti a rivendicare le proprie prerogative. 
Questa è l’occasione giusta. Lentamente lo scontento della gente è sempre meno indistinto e sempre più legato alla scarsa qualità dell’azione amministrativa e di chi la esercita. Non è un caso che il consenso del M5S stia colando a picco.
E’ ancora possibile rimettere ordine nella vita politica ed istituzionale di questo paese, a patto però di non inseguire più i grillini sul loro terreno. Serve una contro-narrazione potente e credibile.
La vittoria del SI al Referendum, invece, verrebbe percepita come una legittimazione del loro percorso politico, così come lo è stata la rassegnazione che ha consentito a questo governo di gestire l’emergenza coronavirus, senza provare a cercare soluzioni più autorevoli e plurali, col risultato di avere un Presidente del Consiglio investito di “pieni poteri”, ma in balia di tecnici e burocrati.
Basterebbe crederci, credere nel valore della Politica. Noi, nel nostro piccolo, voteremo NO.

Alessandro Sansoni

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