IL MARTIRIO DI EBRU TIMTIK: SOLO L’ULTIMO DEI MOTIVI DELL’IRA CHE L’ITALIA DOVREBBE PROVARE CONTRO ERDOGAN

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L’altro ieri, giovedì 27 agosto, si è spenta dopo 238 giorni di sciopero della fame in carcere l’avvocata turca dei diritti umani Ebru Timtik. Lo ha comunicato su Facebook il suo collega e legale italiano Fausto Gianelli, arrivato in missione in Turchia con i Giuristi Democratici e difensore scelto dalla donna. L’aveva incontrata nella prigione dov’era detenuta, quella di Silivri, una delle più grandi d’Europa (perché situata nella Turchia europea).

Ebru era una delle centinaia di legali finiti in prigione nel suo Paese per aver chiesto giustizia al regime di Recep Tayyip Erdogan. Venerdì 14 agosto La Corte d’Appello aveva confermato nei suoi confronti la condanna a 13 anni e mezzo, inflittale nel 2018 dopo un processo che Gianelli non esita a definire “farsa”, intentato sulla base delle dichiarazioni di un testimone successivamente risultato inattendibile perché affetto da problemi psichici.

Lo stesso destino di Ebru hanno avuto altri 16 avvocati, condannati complessivamente a 159 anni di carcere.

Durante la reclusione, la donna aveva subito una serie di soprusi, ma non erano riusciti a piegarla. A febbraio aveva iniziato lo sciopero della fame con un collega di nome Aytaç Ünsal, detenuto in un altro carcere. Gli appelli inoltrati (da ultimo domenica 23 agosto) ai giudici e alle autorità turche non sono serviti: Ebru, che era arrivata a pesare 30 chili, non ce l’ha fatta, perché la Corte di Cassazione turca non ha ritenuto che non stesse rischiando la vita.

La colpa di questa avvocata era soltanto aver chiesto un giusto processo, migliori condizioni carcerarie, il suo fervore nell’impegnarsi in cause sindacali ed ambientati, difendere le donne dalle violenze e i manifestanti di Gezi Park.

La sua morte facendo lo sciopero della fame, non può non far ricordare quella avvenuta tra aprile e maggio di tre giovani membri della band musicale folk e collettivo della sinistra rivoluzionaria “Grup Yorum”: Helin Bolek, Mustafa Kocal (20 giorni dopo) ed Ibrahim Gokcek. Erano stati incarcerati, torturati ed era stato impedito loro di esibirsi dopo il fallito golpe del 2016 contro Erdogan. Perciò avevano intrapreso lo sciopero della fame da circa un anno. Sia loro che Ebru erano considerati terroristi dal regime!

Un altro esempio del malessere della società turca laica (che si sta indignando anche per quest’ultimo martirio per la libertà), sono state le manifestazioni per l’ennesimo femminicidio nel Paese, dove c’è chi (come Bilal, figlio del presidente) vorrebbe abrogare la Convenzione di Istanbul per i diritti delle donne. La vittima si chiamava Pinar Gültekin, aveva 27 anni ed era una studentessa universitaria. Martedì 21 luglio è stata trovata cadavere in un bosco e il suo fidanzato, Cemal Metin Avci, dopo l’arresto, ha confessato di averla uccisa strangolandola. Poi ha bruciato il corpo e l’ha gettato in un bidone dell’immondizia, poi ricoperto di cemento.

La sorella di Pinar ha spiegato che lei voleva troncare la relazione, dopo aver scoperto che il fidanzato era sposato.  

Media e socia media hanno dato eco soprattutto allo sfregio religioso della conversione in moschea della ex Basilica di Santa Sofia (Hagia Sofia) e di quella di San Salvatore in Chora (trasformata anch’essa in museo da Ataturk); molta è stata l’indignazione per i mosaici bizantini non distrutti ma coperti da teli bianchi o da calce con la scusa di preservarli.

Ma al di là dell’altissimo valore simbolico di questi edifici per i cristiani e della sinistra minaccia che si può leggere alla libertà religiosa, le morti di cui sopra dovrebbero ovviamente colpire ancora di più l’Italia e l’Europa, che invece trattano ancora con Erdogan, il quale tra l’altro non ha mai smesso di accarezzare il sogno di entrare in un’Unione troppo debole per opporglisi a dovere.

Sul sito “Cronacadiretta.it” l’ex deputata e presidente dell’Associazione ACMID-DONNA Souad Sbai, paladina dei ditti delle donne e giornalista esperta di integralismo e terrorismo islamico, la quale nell’ottobre 2019 era scesa in piazza davanti a Castel Sant’Angelo per manifestare contro l’arrivo a Roma del presidente turco vicino ai Fratelli Musulmani per essere ricevuto dal presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella, dall’allora premier Paolo Gentiloni e da Papa Francesco, commentando la fine di Ebru Timtik ha accusato il governo italiano di essersi “appiattito” di fronte alle violazioni dei diritti umani giustificate e sostenute dal “sultano”. “Il Governo M5S-Pd ha tollerato l’intollerabile e oggi non ci resta che guardare alla morte di questa paladina che, pur di dire la sua anche dalle mura della prigione numero 9 di Silivri, ha deciso di iniziare uno sciopero della fame che ha finito col comprometterne la salute …  Il mondo ha perso una sua paladina, l’Italia un’opportunità per difendere valori sani e tutelare il rispetto di diritti imprescindibili per l’essere umano”.

Sono nata a Magenta (MI) il 26/08/1980 e vivo a Meda, in provincia di Monza e Brianza. Dopo la Maturità Classica, mi sono laureata in Scienze dell’Educazione (2004) con una tesi in Pedagogia Interculturale intitolata “Donna e Islam: la questione del velo”. Ho scritto due racconti sui diritti delle donne, uno sulle arabe e musulmane intitolato “Dopo la Notte” (Ed. Filo, 2009) e l’altro incentrato sulla figura di Olympe de Gouges, autrice della “Dichiarazione dei Diritti della Donna e della Cittadina” (1791, epoca della Rivoluzione Francese). Dopo la laurea ho scritto su molti giornali online ed alcuni cartacei.