Libano, sentenza Hariri: un membro di Hezbollah colpevole

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Il Tribunale dell’Aja ha iniziato la lettura delle 2.600 pagine del verdetto sulla morte dell’ex premier, ucciso 15 anni fa da un’autobomba sul lungomare di Beirut. Colpevole il pianificatore Salim Ayyash, assolti gli altri tre imputati. I sospetti si concentravano sul “partito di Dio” sciita sostenuto dall’Iran. Previste manifestazioni vicino al palazzo presidenziale. Non ci sono prove che sia stata la mano di Hezbollah, cioè del “partito di Dio” sciita sostenuto dall’Iran, a compiere l’assassinio di Rafik Hariri, primo ministro straziato sul lungomare di Beirut da una bomba potentissima il giorno di San Valentino di quindici anni fa: il giudice David Re, presidente del Tribunale speciale per il Libano, ha iniziato la lettura del riassunto di 2600 pagine della sentenza. Ma Salim Ayyash, accusato di essere il pianificatore, è stato ritenuto colpevole. Gli altri tre imputati, Hussein Oneissi, Assad Sabra e Hassan Merhi, sono stati invece assolti per mancanza di prove. I quattro erano stati collegati all’assassinio grazie alle tracce lasciate da telefoni cellulari, mentre l’organizzazione non è accusata direttamente, anche se molti libanesi ritengono proprio il gruppo responsabile dell’attentato.

Quel 14 febbraio 2005 altre 21 persone rimasero uccise. Si racconta che l’esplosione sia stata tremenda, tanto da sventrare gli edifici vicini. Ed era stata preparata per bene, con tattiche militari, al punto che non era servita a niente la raffinata difesa del convoglio, fornito persino di sistemi elettronici in grado di fermare le trasmissioni radio e impedire dunque l’uso di ordigni telecomandati. Ma dove la tecnologia di guerra non era bastata, era servito lo sdegno generale, che dopo alterne vicende aveva portato al ritiro delle forze siriane, alleate di Hezbollah, dal Libano.

La sentenza che il Tribunale speciale dell’Aja rende pubblica è destinata a lacerare ancora di più un Paese stremato dalla crisi economica e ferito dall’esplosione dello scorso 4 agosto, che ha devastato la zona portuale di Beirut. Anche per quest’ultima catastrofe, una fetta di cittadinanza punta il dito sul “partito di Dio”, ipotizzando che all’origine del disastro sia stato un arsenale di missili e non i materiali chimici abbandonati in un magazzino.

La comunità sciita ha sempre giudicato la Corte dell’Aja un organismo di parte, creato ad hoc contro Hezbollah. In qualche modo, la vicenda ha un parallelo negli sviluppi dell’inchiesta sull’esplosione al porto: anche qui il “partito di Dio”, affiancato dal presidente cristiano Aoun, rifiuta la prospettiva di una commissione internazionale d’inchiesta. Ma una grossa fetta dei libanesi ha poca fiducia nel sistema giudiziario nazionale e invoca un ricambio politico globale.

Oggi sono previste due diverse manifestazioni vicino al palazzo presidenziale: nonostante i richiami alla moderazione da parte dei figli di Hariri, l’ex premier Saad e il fratello Baha, la tensione è alta. Paradossalmente potrebbe essere la diffusione della pandemia, con il numero dei contagiati in crescita rapida, l’unico elemento a ridurre la presenza nelle piazze. repubblica

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