La rottura tra Conte e Salvini. Ecco cosa è successo davvero”

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Movimento Cinque Stelle, investito dalla ‘caso Venezuela’, è sempre più dilaniato al suo interno. Alessandro Di Battista punta ad assumere la leadership e a rompere l’alleanza giallorossa, strenuamente dal premier Giuseppe Conte che, ormai, gioca le sue carte da uomo solo al comando.

Conte tramava in autonomia fin dall’inizio

Ora, però, sorge il dubbio che questa attitudine del premier a autonomia non sia stata acquisita nel corso dell’emergenza coronavirus, ma rientri in un piano predeterminato che nasce da lontano. Secondo una ricostruzione de ilGiornale.it “l’avvocato del popolo” avrebbe agito con un suo “Deep State” sin dai primi mesi del governo gialloverde. “Io lo chiamo il partito del Quirinale”, ci dice il deputato Claudio Borghi, presidente della Commissione Bilancio alla Camera, ricordando che la nomina di Giovanni Tria al ministero dell’Economia e di Enzo Moavero Milanese agli Esteri avvenne per espressa volontà del presidente Sergio Mattarella. Ma non solo. “Ex post posso dire che, fin dai primi giorni, c’erano dei segnali strani che allora non avevo capito perché, essendo alla prima legislatura, non conoscevo l’ambiente del Palazzo”, rivela Borghi riferendosi alla scelta di Conte di nominare l’attuale segretario generale di Palazzo Chigi, Roberto Chieppa come suo capo di gabinetto. “Mi fermavano e mi dicevano: ‘Ma voi volete fare la rivoluzione con l’uomo più vicino al Pd?’”, aggiunge Borghi. Quello era un segnale, ma non fu il primo. Conte, infatti, già a partire dal giorno del suo insediamento, parlò del completamento dell’unione bancaria, un tema inviso sia alla Lega sia al M5S. “Solo dopo sapemmo che si mise accanto un tale Piero Cipollone di Bankitalia che gli dettava la linea”, rivela ancora il deputato leghista. Un altro uomo chiave, un altro tassello dell’orientamento non propriamente sovranista di Conte.

Conte andava a braccetto con la Merkel

Anzi, nel corso dei vertici europei, il premier ha sempre dato l’impressione di essere alquanto in linea con gli altri leader dell’Ue. “Conte – commenta stizzito Borghi – faceva finta di ascoltare, diceva di sì a tutti, me compreso, e poi faceva come voleva e te lo ritrovavi abbracciato alla Merkel” tant’è vero che, a fine gennaio, chiede alla Cancelliera tedesca un aiuto per “fermare” Salvini che, ormai, viaggiava intorno al 35% dei consensi. “Io, però, mi sono accorto in modo inconfutabile che Conte non era con noi già durante l’Eurogruppo del dicembre 2018 quando l’Italia dovette trattare la revisione del Mes”, dice Borghi. Nel complesso, però, i gialloverdi inizialmente riescono a portare a casa i loro cavalli di battaglia: il reddito di cittadinanza e Quota 100, “anche se poi Conte andava in Europa e smontava tutto, portando il rapporto deficit/Pil dal 2,4% al 2,04%”. Lo scenario cambia inevitabilmente dopo l’exploit della Lega alle Europee perché i grillini temevano che, se fosse passata la flat tax, il Carroccio sarebbe potuto salire ancora nei sondaggi. “Il partito M5S ha iniziato a remare contro da allora, mentre il deep State rappresentato da Conte ha remato contro fin dall’inizio”, confida Borghi. A conferma di ciò basta ricordare che Giovanni Tria, una volta smessi i panni da ministro, ammette al quotidiano La Repubblica: “Le dichiarazioni sulla riforma fiscale da fare in deficit, senza coperture, erano fatte solo a fini politici, ma io nella mia bozza di manovra, concordata con i viceministri Garavaglia e Castelli, avevo scritto ben altro”. E ancora: “C’era scritto che avremmo scongiurato la clausola di salvaguardia sull’aumento dell’Iva (23 mld), in parte (8 mld) con entrate fiscali aggiuntive e risparmi di spesa su Quota 100 e Reddito di cittadinanza, e per il resto con un taglio delle spese tendenziali, uno sfoltimento delle agevolazioni fiscali e misure anti-evasione”.

“C’era un fitto dialogo tra Pd e M5S”

“In pratica, dicendo no alla flat tax, hanno messo Salvini nelle condizioni di far saltare il banco”, ribadiscono dalla Lega. Ma l’economia non è l’unico terreno di scontro. “Conte e i Cinquestelle la tirano per le lunghe sull’Autonomia differenziata, mentre sulla Giustizia l’accordo prevedeva che la fine della prescrizione sarebbe partita solo dopo la riforma che avrebbe accelerato il processo”, ricordano ancora i leghisti, mettendo in evidenza che la Riforma Bonafede è, di fatto, ancora lettera morta. E, se la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato il no alla Tav da parte del M5S, la certezza che il governo era al capolinea si è avuta quanto i voti degli eurodeputati grillini sono divenuti determinanti per l’elezione di Ursula Von Der Leyen. “Conte è un avvocato, un personaggio molto vanesio che si è fatto intortare dall’Europa e, con il vertice di Biarritz, ha ricevuto la benedizione di Bruxelles per far nascere il governo giallorosso”, commenta un autorevole esponente del Carroccio, convinto del fatto che Pd e M5S si stessero preparando da tempo all’eventualità che Salvini potesse far cadere il governo. “Il dialogo tra il capogruppo dei grillini e quello dei democratici era sempre fitto sia alla Camera sia al Senato. E, quando vedi due che dovrebbero stare su fronti opposti che si appartano per parlare, significa che qualcosa bolle in pentola”, commenta la nostra fonte. Il giornale