Beirut al bivio tra caos e resurrezione

in Editoriale

di Gianandrea Gaiani


La disastrosa esplosione che ha semidistrutto Beirut il 4 agosto impone alle forze libanesi, alla comunità internazionale ma in particolare ai paesi europei e arabi una rapida azione di supporto al Paese dei Cedri.
Gli Stati che dichiarano di avere a cuore il Libano dovrebbero supportare il governo libanese o favorire la nascita di un esecutivo di unità nazionale per stabilizzare la situazione ed evitare un crollo che avrebbe conseguenze importanti in tutta la regione e altererebbe ulteriormente gli equilibri accendendo nuove micce alle porte dell’Europa.
E’ nell’interesse della comunità internazionale aiutare oggi più che mai il Libano per impedirne un tracollo economico, politico e sociale che sembra ormai alle porte.
Le difficoltà finanziarie erano già evidenti prima dell’epidemia di Covid-19, che le ha aggravate, mentre il governo attuale sostenuto da Hezbollah e altre formazioni ma non dai partiti filo-arabi o filo-occidentali, resta debole e sfiduciato da una popolazione ormai privata da disordini violenze, povertà crescente e corruzione.
Una miscela esplosiva in uno Stati piccolo ma da sempre diviso tra etnie, confessioni e fedi politiche diverse.
Il bilancio della devastante esplosione è per ora di 157 morti e 5000 feriti, ma i danni materiali sono pari ad almeno 5 miliardi più un miliardo di mancate entrate del turismo. Il porto della città, polmone finanziario del Libano, è completamente distrutto, 300 mila persone hanno perso la propria abitazione e altri sono sfollati sulle colline per sfuggire alle polveri tossiche generate da una deflagrazione che secondo uno studio dell’università di Sheffield è stata pari a un decimo di quello scatenato dalla bomba nucleare di Hiroshima. 
Una situazione drammatica che pone il Libano a un bivio: o vengono messi da parte i settarismi e tutte le forze politiche, etniche e confessionali locali e i loro sponsor esterni si adoperano per varare un programma di ricostruzione e stabilizzazione oppure il Libano rischia lo smembramento in “feudi” e aree di influenza.
La sfida ora sarà trovare un’intesa tra gli iraniani che sostengono Hezbollah, i sauditi che appoggiano Hariri, i francesi che hanno ancora un’influenza diffusa nel loro ex protettorato e i turchi che sostengono forze sunnite, per evitare l’onda lunga degli scontri sociali che travolgerebbero il Libano.
Inutile farsi illusioni: non ha senso sperare in un intervento significativo della Ue: L’Europa non esiste a Lampedusa, figuriamoci a Beirut. Ma i singoli Stati europei hanno o avrebbero carte da giocare se si muovessero in fretta, coordinandosi e con piani precisi.
L’Italia, al di là delle chiacchiere sul nostro ruolo nel Mediterraneo e l’amicizia col Libano non sembra avere un governo in grado neppure di inviare tempestivamente un sottosegretario agli Esteri a Beirut. Il premier Giuseppe Conte si è limitato a una telefonata all’omologo libanese Hassan Diab, e la Difesa ha inviato un paio di aerei con 8 tonnellate di aiuti umanitari e alcuni specialisti nei soccorsi.
Ben diversa la reazione, immediata, della Francia.
Emmanuel Macron è giunto oggi a Beirut e vi tornerà tra tre settimane, ha incontrato i vertici istituzionali portando un piano non solo di massicci aiuti umanitari ed economici ma ha chiesto ai politici libanesi “forti iniziative politiche per risolvere la crisi economica” in atto in Libano. “Ho parlato con franchezza ai tre presidenti della necessità di combattere la corruzione, attuare le riforme, condurre un’indagine trasparente su quanto sta accadendo nel sistema bancario e portare avanti il dialogo con il Fondo monetario internazionale. Il Libano soffre da anni per una crisi economica e finanziaria per la cui soluzione sono necessarie serie iniziative politiche” ha detto Macron.
Il presidente francese ha chiesto ai leader rivali dei partiti politici libanesi “un nuovo patto politico” per evitare il tracollo dello Stato e il suo smembramento.
Anche Londra sta inviando aiuti e si impegna per la ricostruzione del porto con importanti aiuti finanziari.
In un contesto sociale di sfiducia generalizzata nei confronti della politica, i dissidi interni alle forze politiche non si placheranno facilmente e il rifiuto di Hezbollah (e probabilmente del governo) ad accogliere la richiesta di una commissione d’inchiesta internazionale sull’esplosione al porto aumenterà inevitabilmente le tensioni.
Circa le cause dell’esplosione nessuno (neppure USA e Israele) sembrano credere a un atto deliberato o terroristico ma suscita sconcerto che una tale quantità di materiale esplosivo come il nitrato d’ammonio sia stato lasciato per sei anni in un deposito del porto, in una zona densamente popolata, vicino a un deposito di fuochi d’artificio.
Che si sia trattato davvero di nitrato di ammonio o, come sostengono diversi esperti, a esplodere sia stato un deposito contenente molte tonnellate di armi ed esplosivi militari, resta però grave che un deposito del genere sia stato mantenuto in un’area commerciale e residenziale, peraltro in un Paese nel quale Israele compie regolarmente attacchi militari per colpire gli arsenali di Hezbollah.
Il capo delle dogane libanesi ha detto che aveva già chiesto alla magistratura di imporre lo sgombero di quel materiale, ma senza successo. Volendo dar credito a questa versione in assenza di prove di un attentato o di dolo non si possono escludere responsabilità della burocrazia, pigrizie e lentezze amministrative ma il rifiuto di Hezbollah ad accettare una commissione d’inchiesta internazionale aumenta i sospetti che si celi qualche segreto inconfessabile dietro alla mega esplosione.
Tutti gli ex premier libanesi, all’opposizione rispetto al presente governo sostenuto anche dal Partito di Dio (Hezbollah), hanno proposto un’inchiesta “internazionale o araba”, considerato che le esplosioni hanno “minato la fiducia dei libanesi verso il governo”. Tra questi Fouad Siniora, Saad Hariri e Tammam Sala come pure leader politici quali Walid Joumblatt e Marwan Hamadé.
Una “indagine rapida e trasparente” sulle cause dell’esplosione è stata chiesta anche da Macron mentre l’ex premier Saad Hariri ritiene che ci sia un nesso tra l’esplosione di martedì scorso e l’atteso verdetto della Corte penale internazionale (atteso in questi giorni) sull’assassinio di suo padre Rafiq Hariri (ucciso il 14 febbraio del 2005 con altre 21 persone), di cui sono accusati 4 esponenti (irreperibili) della milizia sciita.
Hezbollah, che ha sempre negato ogni responsabilità per la morte di Hariri, teme che una commissione d’inchiesta internazionale sull’esplosione del 4 agosto possa venire “viziata” dalla grande influenza che hanno sulla comunità internazionale Stati Uniti e Lega Araba, accesi oppositori del regime iraniano grande sponsor di Hezbollah.

 

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