La nuova Lega e la vecchia Lega

in Politica

Ieri si è chiuso la campagna per il tesseramento di un nuovo partito, la “Lega per Salvini Premier”. Nel raccontarlo, in questi giorni diversi quotidiani hanno scritto che la vecchia Lega di Umberto Bossi sia stata così definitivamente superata o liquidata, ma formalmente non può essere sciolta poiché gravata dal debito di 49 milioni di euro con lo Stato per l’ormai famosa storia dei rimborsi illeciti. La vecchia Lega, inoltre, continua a ricevere il sostegno di alcuni militanti e dirigenti storici che faticano ad accettare la leadership di Salvini e soprattutto la scomparsa dalle priorità del partito delle questioni legate al federalismo e all’autonomia del Nord, e anzi la rivendicata ambizione di conquistare sempre più voti al Sud. L’essere diventati nazionalisti – “sovranisti”, come si dice oggi – e non più nordisti, insomma.

Secondo quanto scritto ieri da Repubblica, che cita genericamente come fonte i responsabili del vecchio partito, il 30 per cento dei militanti della Lega Nord non avrebbe fatto la tessera della nuova Lega.

Dalla Lega Nord alla Lega di Salvini, in breve
La Lega Nord è nata ufficialmente alla fine del 1989, con la fusione di diversi movimenti autonomisti regionali dell’Italia settentrionale. Tra i maggiori, insieme alla Liga veneta, c’era la Lega Lombarda, fondata nel 1982 da Umberto Bossi, allora quarantunenne. La sua carriera politica fu molto rapida e molto di successo, dato che già nel 1987 venne eletto sia alla Camera che al Senato (scelse il Senato, guadagnandosi così il soprannome di “senatùr”).

Il primo successo elettorale a livello nazionale della Lega arrivò con le elezioni politiche del 1992, pochi mesi dopo l’inizio delle indagini sulla corruzione di “Tangentopoli”: nell’aprile di quell’anno la Lega Nord prese oltre l’8 per cento dei voti a livello nazionale sia alla Camera che al Senato, un successo enorme per un partito allora praticamente inesistente a sud dell’Emilia-Romagna. Alle elezioni politiche successive, nel 1994 e nel 1996, la Lega aumentò ancora il suo consenso arrivando al 10,7 per cento. Una parte di questo successo, si è soliti ripetere nelle analisi di quelle elezioni, venne da un voto “di protesta” contro i vecchi partiti.

Fin dalla sua fondazione la Lega ha avuto una sua mitologia, una sua simbologia e i suoi riti politici: il richiamo disinvolto alle lotte indipendentiste dei comuni italiani contro l’imperatore germanico del XII secolo Federico Barbarossa, che divenne simbolo della lotta tra le autorità locali e il potere centrale (da qui il richiamo all’episodio semi-mitico di Alberto da Giussano e del Carroccio durante la battaglia di Legnano, 1176, che ha dato anche il soprannome “il Carroccio” al movimento); i raduni annuali in un grande prato vicino a Pontida, un paese a una quindicina di chilometri da Bergamo; le cerimonie con un’ampolla contenente l’acqua del fiume Po; i modi spicci e l’abbigliamento (le celebri canottiere) del suo leader Umberto Bossi, un quotidiano e per certi periodi anche un “Parlamento della Padania”.

Nel corso degli anni le aspirazioni secessioniste vennero via via ridimensionate fino a sparire quasi del tutto, i raduni estivi a Pontida cominciarono a somigliare sempre più a sagre di paese, uno degli esponenti politici che un tempo si scontravano fisicamente con la polizia diventò ministro dell’Interno, per fare l’esempio di Roberto Maroni, e la leadership di Bossi cominciò a essere messa in discussione da altri dirigenti più pragmatici e moderati.

La rivalità tra “bossiani” e “maroniani” accelerò tra il 2012 e il 2013 con le inchieste sulla Lega e le successive dimissioni di Bossi. Durante la segreteria di Maroni alcuni esponenti del partito – soprattutto in Piemonte e Veneto, dove la Lega aveva perso più consensi – si dimisero. Molti iscritti vennero espulsi sia in Veneto che in Lombardia e il 7 dicembre del 2013 le primarie degli iscritti alla Lega furono vinte da Matteo Salvini, appoggiato da Maroni, proprio contro Umberto Bossi: Salvini fu eletto segretario federale del partito sostenendo da subito una nuova linea e facendo prevalere la propria posizione su quella di Maroni, che pure lo aveva sostenuto, e dell’allora sindaco di Verona Flavio Tosi, che volevano portare la Lega a posizioni più moderate e centriste.

Secondo Salvini, invece, la Lega poteva crescere soltanto occupando lo spazio che si era liberato a destra con la scomparsa di Alleanza Nazionale e con l’ulteriore spostamento al centro di Berlusconi. Nel dicembre del 2017 Salvini chiuse formalmente con la vecchia Lega – per le questioni di bilancio di cui sopra, ma facilitando anche così un più rapido cambiamento del partito – fondando un nuovo partito nazionale, la “Lega per Salvini premier”.

La crisi dell’autonomismo settentrionale, la critica interna dei militanti storici e la mancanza di radicamento al Centro e al Sud resero necessario cercare una nuova “dottrina”: da partito indipendentista del nord, la Lega è diventata un partito nazionalista e sovranista vicino ai movimenti di estrema destra locali e stranieri, e alleata ai movimenti cattolici più conservatori: nella sostanza, nel linguaggio e nelle pratiche. L’identità settentrionale è stata sostituita da temi come l’avversione all’immigrazione, all’Islam e all’euro, a difesa dell’”italianità”; le ampolle pagane con l’acqua del Po hanno lasciato posto a rosari, presepi e vangeli.

La nascita del nuovo partito – con un nuovo statuto e una nuova sede legale al posto di quella nella storica via Bellerio a Milano – è stata coerente con la trasformazione ideologica decisa da Salvini, ma ha anche a che fare con il pagamento dei 49 milioni di euro di rimborsi elettorali utilizzati dalla Lega in modo illecito. Nel 2018, il tribunale di Genova ha deciso che il partito deve restituire allo stato il denaro ricevuto in quel periodo versando su un conto a disposizione della Guardia di Finanza rate da 600 mila euro, frutto dei versamenti degli eletti, delle donazioni degli iscritti e del finanziamento pubblico del 2 per mille che la Lega, ormai svuotata, continua comunque a ricevere. La vecchia Lega è dunque stata definita una sorta di “bad company” che servirà a pagare i debiti e a ottenere le donazioni dei nostalgici.

Il problemi interni
Ieri Repubblica ha scritto che al nuovo partito – mantenendo gratuitamente la tessera del partito “vecchio” – a febbraio 2020 si erano iscritte 50 mila persone, precisando però che «una fetta importante dei militanti storici» non aveva rinnovato l’iscrizione. Il giornale spiegava che «almeno un terzo» aveva rinunciato: «Molti di loro si definiscono bossiani, maroniani. Ma non salviniani. E si allontanano proprio perché manca la parola per loro “magica”: Nord». Sempre Repubblica scrive oggi che alcuni esponenti della vecchia Lega avrebbero inoltre contestato le modalità del tesseramento:

«La scelta di “regalare” e di non far pagare l’iscrizione alla Lega Nord che viene mantenuta in vita solo formalmente, potrebbe invalidare l’intero percorso che conduce alla Lega per Salvini Premier e al sistema del doppio tesseramento. Alcuni dirigenti fedeli al Senatur sono pronti a far valere l’illegittimità e a riprendersi il simbolo, il nome e l’immagine di Alberto da Giussano. Tutto si fonda su un interrogativo presente nei pareri legali: “È possibile non pagare le quote associative per un partito che avrebbe ancora 49 milioni di debito con lo Stato?”».

Su Facebook, Matteo Salvini sembra aver risposto indirettamente ai dati presentati su Repubblica annunciando che fino a ora sono state fatte 100 mila tessere e che l’obiettivo è arrivare a 200 mila. Sul dato del 30 per cento degli iscritti alla Lega Nord che non avrebbe aderito al nuovo partito non è stato fatto alcun commento.

Oltre alla divisione tra militanti nordisti e sovranisti e alle difficoltà che il partito potrebbe incontrare al Sud poiché la militanza più attiva è ancora prevalente al Nord (e per spiegare questo Repubblica cita i dati sui versamenti del 2 per mille alla Lega, la maggior parte dei quali proviene da Lombardia, Veneto e Piemonte), i problemi politici interni della nuova Lega avrebbero a che fare con il malessere nei confronti di Salvini di una parte della classe dirigente e dei militanti storici.

Giancarlo Giorgetti, deputato e vice segretario della Lega i cui rapporti con Salvini si sono fatti man mano più tesi, ha deciso di non partecipare alla festa di partito che si è tenuta in questi giorni a Cervia, in Romagna, limitandosi a un collegamento video. Il presidente del Veneto, Luca Zaia, nella gestione del coronavirus è andato in direzione contraria a quella del suo segretario.

Zaia peraltro è in campagna elettorale per le regionali del prossimo settembre: la sua rielezione è considerata scontata, ma potrebbe non rappresentare una piena vittoria per Salvini stesso. Zaia è considerato un “rivale” interno di Salvini e la sua lista personale, dicono i giornali locali, è data intorno al 40 per cento mentre quella della Lega si fermerebbe tra il 10 e il 15, complice il mancato raggiungimento dell’autonomia regionale con la Lega al governo che il presidente veneto continua a mettere al centro dei suoi programmi. Il divario tra le due liste sarebbe tale che Zaia avrebbe chiesto ad alcuni suoi candidati di passare alla lista di partito, per evitare che la lista della Lega venga avvicinata o sorpassata da quella di Fratelli d’Italia indebolendo la sua maggioranza.

Oltre ai problemi interni, ci sono poi i prossimi appuntamenti elettorali e scadenze politiche. Sarà importante vedere, per Salvini, come andranno le regionali e quelle della prossima primavera, e se le promesse fatte – come quelle di elezioni nazionali anticipate – si realizzeranno, dopo che un anno fa la decisione di togliere il sostegno al primo governo Conte non aveva portato a nuove elezioni bensì a un’alleanza tra Partito Democratico e Movimento 5 Stelle. Sullo sfondo restano poi due questioni: la crescita nei sondaggi di Fratelli d’Italia a danno proprio della Lega e il congresso di partito previsto nel prossimo anno, nel quale si vedrà se e quale consistenza hanno queste insofferenze nei confronti di Salvini. il post