Cassa integrazione non ancora pagata, sempre più lavoratori in fila alla Caritas

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Aumenta la richiesta di accesso agli ammortizzatori sociali. La Cisl: istituire un registro dei casi maggiormente a rischio

Più poveri, più fragili. Con una speranza diventata un miraggio. Se nelle intenzioni la cassa integrazione avrebbe dovuto salvaguardare il reddito di migliaia di lavoratori, per molti le misure di sostegno attivate durante il lockdown si sono trasformate in illusorie aspettative, svanite nelle maglie della burocrazia e dei ritardi nel pagamento dei sussidi. All’aumento delle richieste di attivazione degli ammortizzatori sociali diminuiscono i beneficiari. Molti dei quali costretti a rivolgersi alla Caritas per far fronte ai bisogni primari. Nuovi poveri, nonostante un contratto di lavoro in tasca. Temporaneamente “sospeso” per far fronte alle difficoltà di ripartenza delle aziende e non supportato dal pagamento dei sostegni che avrebbero dovuto accompagnare operai e impiegati, commessi ed artigiani verso la ripresa. Un fenomeno crescente che ha spinto la Cisl di Pisa a chiedere l’istituzione di una sorta di registro dei lavoratori in cassa integrazione costretti a chiedere aiuto alla Caritas. 

«L’obiettivo è di avviare un percorso con la Prefettura per cercare di sbloccare le situazioni più critiche», spiega il segretario generale della Cisl di Pisa, Dario Campera. «La maggior parte – prosegue – ha percepito quanto dovuto almeno fino a giugno. C’è però una fetta di lavoratori che attende di incassare ancora l’assegno di aprile». Tre mesi senza reddito e nessuna garanzia di ripartenza rischiano di alimentare fenomeni di precarietà economica e sociale di centinaia di famiglie. Cassa integrazione in deroga, la cui gestione è passata dalle Regioni all’Inps, e Fondi d’integrazione salariale i meccanismi di sostegno al reddito che presentano le maggiori criticità. 

«A pesare è soprattutto la mancata concretizzazione degli accordi nazionali e regionali con il sistema bancario – prosegue Campera -. Le intese che prevedono l’anticipo dei pagamenti da parte degli istituti di credito non si sono tradotti in fatti concreti».

A fronte dei ritardi nei versamenti, prosegue la richiesta di attivazione di ammortizzatori sociali. Nell’ultimo mese sono lievitate di oltre mille unità le domande presentate dalle aziende pisane per l’accesso alla cassa integrazione in deroga, raggiungendo la quota record di 11.168. A queste si aggiungono le richieste di attivazione della cassa integrazione ordinaria (6.999), cassa integrazione speciale per operai agricoli (370) e di assegno ordinario (3.445). 

Dietro Firenze, quella pisana è la provincia toscana con la più alta richiesta di accesso agli ammortizzatori sociali. Nonostante la fine del lockdown, la corsa all’attivazione o alla proroga della cassa integrazione non si è mai fermata. «Questo è il segno – prosegue il segretario della Cisl pisana – che la ripresa non si è ancora materializzata o che comunque ci sono molte difficoltà a recuperare i livelli pre-Covid». Una lenta ripartenza che fatica a riprendere i livelli produttivi ed occupazionali precedenti all’emergenza sanitaria, e che continua ad alimentare le richieste di accesso ai sostegni al reddito. Operai ed impiegati le figure professionali verso le quali si sono maggiormente concentrate le richieste di ammortizzatori sociali. Oltre 2,2 milioni l’ammontare delle ore da coprire con aiuti statali chiesto con il solo meccanismo della cassa integrazione in deroga. Per ogni lavoratore è stata chiesta in media la copertura di circa 25 giornate di lavoro full-time, due in meno rispetto al periodo di lockdown. «Turismo e commercio risultano i settori più in difficoltà – conclude Campera -. La crisi è però generalizzata e senza una proroga del blocco dei licenziamenti (il governo dovrebbe prolungare la misura, in scadenza ad agosto, fino a dicembre, ndr) si rischia una carneficina». iltirreno

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