Libano, così muore uno Stato in default

in Esteri

Un tempo era considerato la “Svizzera del Medio Oriente”. Oggi è uno Stato in bancarotta. Non si ferma la discesa del Libano prese con la crisi più grave dalla fine della guerra civile nel 1990.

Un tempo era considerato la “Svizzera del Medio Oriente”. Oggi è uno Stato fallito.  In bancarotta. Non si ferma la discesa del Libano, una volta considerato all’avanguardia nel Medio Oriente e oggi alle prese con la crisi più grave dalla fine della guerra civile nel 1990, tanto che l’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani Michelle Bachelet ha dichiarato che la situazione “sta rapidamente sfuggendo al controllo”.

Stato fallito

Tutto è iniziato lo scorso 17 ottobre con le imponenti manifestazioni di piazza che hanno portato alle dimissioni del governo Hariri. La protesta era contro la classe politica che ha condotto il Paese dei cedri alla bancarotta, in un sistema basato sulla corruzione e il clientelismo; le cose però vanno addirittura peggio con il nuovo esecutivo guidato da Hassan Diab, appoggiato soprattutto da Hezbollah (il “partito di Dio” sciita): negli ultimi mesi la lira libanese ha perso oltre l’80% del suo valore, gettando sul lastrico gran parte della popolazione.

“Per molti anni il cambio è stato fissato a 1.500 lire libanesi contro un dollaro: oggi ce ne vogliono almeno 9.200 – spiega a Il Bo Live Camille Eid, giornalista e scrittore libanese da oltre 30 anni in Italia, dove collabora con il quotidiano Avvenire –. Un’intera classe media, che una volta rappresentava l’ossatura dell’economia e della società, non esiste letteralmente più. La metà della popolazione vive sotto la soglia della povertà e la percentuale cresce di settimana in settimana”.  “Per la prima volta non vedo un barlume di luce – commenta amaro Camille Eid –: nemmeno durante gli anni bui della guerra ci siamo ritrovati in una situazione del genere. Allora c’era più solidarietà internazionale, alimentata dagli amici del nostro popolo e dalla diaspora; c’erano gli emigrati che mandavano rimesse alle famiglie. Oggi chi è disposto ad aiutare un governo considerato espressione di Hezbollah? Cercheranno di lasciarlo morire, e con esso il Paese. Mi rendo poi conto che la soluzione non è nemmeno far tornare al potere quelli di prima: l’unica speranza è un cambio radicale di tutta la classe politica”.

Disperazione sociale

Annota su Internazionale Pierre Haski, direttore di France Inter: “Il 3 luglio un uomo di 61 anni si è suicidato in una strada del centro di Beirut, lasciando un messaggio in evidenza sul suo corpo. “Non sono un miscredente, è la fame che è una miscredente”, ha scritto l’uomo, riprendendo il ritornello di una canzone famosa in Libano. Con sé aveva anche il suo certificato del casellario giudiziario immacolato, per dimostrare che era una persona onesta.  Questo suicidio, seguito da altri due negli ultimi giorni, ha sconvolto i libanesi, travolti dalla rapidità e dalla portata della crisi economica e sociale del loro paese. Una crisi che dura ormai da mesi, che ha provocato una rivolta della popolazione e ha fatto cadere un governo, ma che continua a prolungarsi inesorabilmente.  Tutti gli indicatori sono in rosso. Il prezzo dei generi alimentari è aumentato del 55 per cento, la disoccupazione ha raggiunto quasi il 33 per cento della popolazione attiva, la valuta nazionale crolla e le interruzioni della corrente elettrica sono ormai la norma”.

Prima di arrivare a questa crisi, Riad Salameh, l’uomo al timone della Banca centrale da ormai 26 anni, le aveva provate davvero tutte. Ricorrendo a quella che lui stesso aveva definito “ingegneria finanziaria” l’autorevole tecnico, nominato tre volte nella sua carriera miglior governatore di banca centrale del mondo, era riuscito a mantenere il cambio fisso con il dollaro, 1, 5 sterline libanesi. Era stato proprio lui a decidere di ancorarlo al biglietto verde 22 anni prima. Ecco perché lottava affinché questo meccanismo fosse preservato. 
Ma il perno su cui si reggeva la finanza e l’economia del sistema libanese alla fine ha ceduto. L’ancoraggio, pur esistente ufficialmente, in pratica è saltato. E sul mercato nero la sterlina libanese è crollata nei confronti del dollaro americano, perdendo oltre il 40% in pochi mesi.

I suicidi sono aumentati in Libano, tanto che Embrace, una ong che si occupa di salute mentale, ha da alcuni mesi messo a disposizione un servizio telefonico di prevenzione. Human Rights, Banca Centrale e lo stesso premier Diab, avevano già annunciato che la crisi economica avrebbe portato a una forte crisi alimentare, che le stime dicono riguarderà almeno metà della popolazione entro fine anno.

Resta l’esodo dei libanesi più istruiti, che entrano a far parte della diaspora più consistente del mondo in rapporto alla popolazione, una diaspora che il 6 luglio manifestava a Parigi e Londra per chiedere un governo composto da personalità indipendenti.

“Nel Libano di oggi”, scrive la caporedattrice del quotidiano francofono di Beirut, L’Orient-Le Jour, “si notano una grande stanchezza, una grande collera e una grande aggressività. Ma anche, ed è piuttosto sorprendente, una grande compassione reciproca, di quelle che nascono tra i feriti gravi”. 

La maggior parte delle imprese ha chiuso a metà marzo per arrestare la diffusione del virus. Ma il Paese dei Cedri era in crisi economica già prima della pandemia, con un settore bancario privo di liquidità e una moneta in caduta libera. Il 7 marzo il governo ha deciso di non rimborsare una prima tranche di debito, come non era accaduto neppure durante la guerra civile, e ha dichiarato default. La Svizzera del Medio Oriente è in bancarotta. Ora migliaia di aziende potrebbero non riaprire mai più. Il governo del nuovo premier Hassan Diab ha chiesto aiuto al Fondo monetario internazionale. Ma ciò richiederà difficili riforme che molti libanesi non possono permettersi. E forse un ridimensionamento di Hezbollah e dell’influenza iraniana, chiesto da Washington e difficilissimo da realizzare. Tra i punti da attuare anche la fine della corruzione, del sistema settario e il recupero dei fondi rubati da parte della classe politica. Dalla fine della guerra civile nel 1990, il Libano ha costruito un’economia di servizi basata su finanza, immobili e turismo. Ha finanziato il Pil con capitale straniero, in gran parte proveniente dalla diaspora. Un dollaro valeva 1.500 lire libanesi, un cambio fisso che durava dal 1997. Il mese scorso un dollaro veniva scambiato a 4mila lire sul mercato nero. I prezzi hanno subito un balzo superiore al 50%. La classe media è sparita, i poveri sono diventati indigenti, ha fatto capolino la fame. A Tripoli, città sunnita e poverissima nel Nord, il 60% della popolazione guadagna meno di un dollaro al giorno.

Come racconta Ave Tavoukjian, giornalista del Daily Star, quotidiano in lingua inglese del Paese, “negli ultimi mesi, il popolo libanese ha guardato con allarme alla situazione: le loro preoccupazioni sono giustificate, la maggior parte di coloro che gestiscono attività ha visto i propri ricavi ridursi praticamente a nulla, una conseguenza del ridotto potere d’acquisto della popolazione”. “Eppure tutto ciò – conclude – non è nulla in confronto a ciò che deve ancora venire”

Apocalisse umanitaria

I problemi macro economici del Paese dei Cedri, che importa tutto e vive solo di servizi ,erano giù seri, irrimandabili. La guerra civile nella vicina Siria, scoppiata nella primavera del 2011, ha poi dato il colpo di grazia. Un milione e mezzo di profughi siriani si è riversato nel piccolo e impreparato Libano, trasformandolo nel Paese con il più il più alto rapporto al mondo di rifugiati per abitante. Le sue strutture e infrastrutture, già insufficienti per i libanesi, hanno resistito ma alla fine non hanno retto alla pressione.

Insieme all’inasprimento delle misure contro le imprese e i lavoratori siriani, si è registrato un aumento del numero di incursioni militari nei campi profughi, in particolare nella valle della Beqaa. Durante tali incursioni, molti fra gli uomini vengono interrogati e arrestati per mancanza di documenti in regola. In molte occasioni, il luogo in cui vengono detenuti gli uomini, arrestati ai posti di blocco sull’autostrada o durante le incursioni nei campi, rimane sconosciuto per giorni. Segnalazioni su maltrattamenti e torture subite dai siriani all’interno delle prigioni libanesi sono state pubblicate da varie associazioni, testimoniando un preoccupante aumento di arresti arbitrari e un sovraffollamento delle carceri. Nel mese di giugno 2017, Human Rights Watch ha segnalato la morte di 5 cittadini siriani detenuti dall’esercito libanese, pubblicando le foto dei cadaveri, i quali recavano segni visibili di tortura….continua su globalist

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