L’INADEGUATEZZA E LA LEGITTIMITA’ DEL POTERE

in Editoriale

di Luigi Cappelli

L’Italia è un Paese che ha affrontato la pandemia, quando ancora stava subendo gli effetti devastanti di una crisi economica, iniziata nel 2008.
Se vogliamo fare un’analisi obiettiva e comprendere le ragioni della situazione disastrosa in cui ci troviamo, però, dobbiamo risalire ancora più indietro nel tempo e, soprattutto, dobbiamo prendere atto che la principale causa di questo disastro è da ricercare nell’inadeguatezza di quasi tutte le scelte politiche, economiche e sociali, degli ultimi vent’anni.
Il tessuto produttivo italiano, che è diverso da quello dei nostri partners europei, si è sviluppato, per ragioni culturali e geografiche, sul turismo (mare, montagna e città d’arte) e su una frammentazione di piccole e medie imprese, soprattutto manifatturiere e di servizi, che hanno sempre costituito la loro identità e la loro forza, sull’innovazione, la conoscenza diretta dei processi produttivi e la capacità di interagire con il territorio.
Queste aziende, hanno una forte individualità e si identificano con l’imprenditore, con la conseguenza che, se da un lato si caratterizzano per la loro creatività (vedi le aziende della moda), che le rende immuni dalla concorrenza dei grandi gruppi, dall’altra necessitano di un sistema che sia in grado di proteggerle e di promuovere queste loro peculiarità.
La classe politica del dopo guerra, fino a quella che chiamiamo la “prima Repubblica”, aveva compreso il valore di questa “italianità” e l’aveva, in qualche modo, sostenuta, sia promovendo una sorta di marchio italiano della creatività e dell’innovazione, associato ad un’idea dell’Italia come luogo di vacanza e di cultura, sia sviluppando, intorno a questo sistema, una serie di interventi, che andavano dalla politica monetaria alla creazione di un sistema bancario nazionale, che aveva come punto di riferimento, anziché il rating, l’imprenditore.
Questo sistema ha cominciato a sgretolarsi quando, difronte all’accattivante idea di una società allargata che travalicasse i confini statali e riunisse tutti i popoli d’Europa, si decise di costituire questa nuova Comunità, nonostante ancora non vi fossero le condizioni per dettare regole comuni e utilizzare un’unica moneta.
Quello che abbiamo ottenuto è un sistema socio-economico-finanziario basato sul modello tedesco, che ha imposto logiche di monopolio e di standardizzazione dei prodotti, dei sistemi produttivi e degli strumenti finanziari.
Parallelamente, ha cominciato a farsi strada l’idea che, per fare politica, non fosse necessaria una storia personale e una specifica cultura, ma che tutti, per un’insana idea della democrazia, potessero accedere alle cariche rappresentative.
La fine dei partiti, che da sempre avevano fatto da filtro, ha accelerato questo processo e i social network e le piattaforme informatiche, hanno generato una rappresentatività nella quale l’immagine del politico, spesso creata appositamente per far colpo sugli elettori, ha preso il posto del valore, della cultura e dell’esperienza.
Questa nuova classe di politici improvvisati, ha perso completamente i legami col territorio e col tessuto produttivo ed è diventata, per un verso ideologica (vedi l’atteggiamento del PD verso gli immigrati) e per un altro, autoreferenziale.
Oggi si vive solo di sondaggi e, quindi, ogni cosa viene trasformata in numero e, il numero, spesso è dissociato dai principi e dai valori.
Accade così che, il mondo delle cosiddette partite iva, pur rappresentando l’ossatura sulla quale si regge tutto il sistema, poiché rappresentano solo una percentuale minore della popolazione, sono ignorate e vengono solo sfruttate per agevolare tutto il mondo dei lavoratori dipendenti, sia pubblici che privati, che costituisce il 75% degli elettori.
La diffusione del covid19, ha messo in evidenza tutte le criticità del nostro sistema.
Innanzi tutto ha evidenziato una totale mancanza di cultura giuridica e sociale. L’emergenza sanitaria, infatti, poteva e doveva essere affrontata con una maggiore sensibilità per i diritti costituzionali e le libertà degli individui, evitando estremizzazioni inutili e, soprattutto, non abusando dei pieni poteri e non prorogando le misure eccezionali oltre lo stretto necessario.
Su questo punto, anche LETTERA 150, il think tank di cui faccio parte, che riunisce tecnici e intellettuali di libero pensiero, di fronte alla volontà del Governo di prorogare lo stato di emergenza fino al 31 dicembre 2020, ha lanciato un appello al Capo dello Stato, perché non si verifichino ”rotture gravi e ingiustificate della legittimità costituzionale”.
Purtroppo, non saranno le voci dei giuristi e degli intellettuali, a fermare la barbarie di chi ignora i fondamenti del diritto e il valore delle conquiste sociali.
Tutti i poteri sono stati condizionati da questa deriva, definita, forse anche troppo semplicisticamente, “populista”. La stampa e, in generale tutti i mezzi di informazione, sono asserviti a questo sistema e, persino la magistratura, è risultata essere così compromessa, da prefigurare una specie golpe bianco, messo in atto con il colpevole silenzio del Presidente della Repubblica.
La seconda criticità, evidenziata dal covid19, è quella relativa alla totale mancanza di organizzazione: gli ospedali sono andati in tilt; i Tribunali hanno sospeso l’attività e non sono ancora riusciti a ripartire; le scuole, gestite dalle idee folli della Ministra Azzolina, sono state le prime a chiudere, in Europa e le ultime a riaprire (in realtà non hanno più riaperto); i servizi pubblici sono stati sospesi e, ancora oggi che l’emergenza è, di fatto, terminata, si continua a lavorare in smart working, oppure su appuntamento, con file interminabili e servizi ridotti all’essenziale.
La falla più grossa, però, è proprio quella dell’economia e del sostegno alle imprese.
Il Governo, con un semplice Decreto, da un giorno all’altro, ha imposto la chiusura delle aziende e, per tre lunghi mesi, ogni attività è cessata.
In un Paese normale, si sarebbero dovute garantire delle prospettive per la ripartenza e, soprattutto, dei supporti economici per riuscire ad ammortizzare gli effetti del lockdown.
Programmare e lavorare su delle soluzioni per far ripartire l’economia e sostenere il disagio sociale, vuol dire, prima di tutto, avere ben chiari quali sono i settori trainanti e investire, quanto più possibile, per il loro rilancio.
Se avessimo una classe politica adeguata, ci saremmo dovuti aspettare degli interventi importanti nei settori del turismo, del manifatturiero e dell’edilizia.
Invece cosa è successo?
I ristoratori, che sono uno dei simboli dell’italianità, sono stati costretti a riaprire in condizioni impossibili e sono tutti sull’orlo del baratro, mentre gli albergatori, soprattutto quelli delle città, se hanno riaperto, stanno già pensando di richiudere.
Tutte le altre imprese, non hanno avuto niente di concreto, ad eccezione della possibilità di contrarre nuovi debiti, erogati a condizioni del tutto ordinarie e con tempi così dilatati da apparire del tutto inutili. Alla fine, si capirà che questi finanziamenti saranno serviti solo a consolidare ulteriormente il sistema bancario e a fornire alle imprese le risorse necessarie per pagare le tasse.
Infatti, il nostro Governo, si è ben guardato dal differire, dilazionare o stralciare il proprio credito fiscale.
Mentre si assisteva impotenti a tutto questo, però, siamo riusciti a fare la sanatoria degli immigrati, il reddito di cittadinanza, il reddito di emergenza e abbiamo dispensato gettoni e prebende a destra e manca, con i vari bonus bebè, bicicletta, baby sitter, nonni e, chi più ne ha più ne metta.
All’idea liberale, di uno Stato basato sulla libera concorrenza e sull’iniziativa privata, si sta sostituendo quella statalista, di derivazione comunista, basata sullo stato assistenziale, dove tutti si limitano a sopravvivere e, a nessuno è consentito di alzare la testa.
Meglio se si fa tutto questo, con la paura del virus e i pieni poteri, relegando il Parlamento al ruolo di mero spettatore.
Quindi, potremmo dire che l’inadeguatezza di questa classe politica è pericolosamente evidente.
C’è chi sostiene anche che, l’attuale maggioranza, non avrebbe nemmeno più il consenso degli elettori e che, pertanto, si dovrebbe andare a votare quanto prima.
Non si può, però, ignorare il fatto che questi improvvisati, che oggi siedono in Parlamento, non sono il frutto di un colpo di stato, ma sono stati eletti dai cittadini italiani, nel corso di una normale consultazione elettorale.
Questo vuol dire due cose: che i cittadini devono comprendere l’importanza del voto e assumersi le loro responsabilità e che occorre rivedere, non tanto la legge elettorale, quanto i criteri di selezione e i meccanismi attraverso i quali i candidati vengono scelti ed entrano a far parte delle liste elettorali.
Jeorge Bernard Show disse che “il successo non consiste nel non commettere errori, ma nel non ripeterli una seconda volta”. Se il covid riuscisse a farci capire questo, avrebbe ottenuto l’unico effetto positivo della sua disastrosa e incontrollata diffusione.