Un’ecografia toracica per la diagnosi precoce del Covid-19: la scoperta di un medico lucchese in prima linea nelle Rsa in Lombardia

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Aldo Allegrini: “Usare questo strumento potrebbe essere fondamentale in caso di una seconda ondata”. I costi? Minori rispetto a tamponi e test sierologici.

Un’emergenza sanitaria senza precedenti, il senso del dovere, la scelta di partire per le “zone rosse” d’Italia. Fra i medici della task force Covid-19 ingaggiata durante il lockdown, c’era anche il lucchese Aldo AllegriniSpecialista in ematologia con un’esperienza di 16 anni ai pronto soccorso di Barga e Castelnuovo, Allegrini invia la sua messa a disposizione a fine marzo e dopo soli 15 giorni, la risposta: “È accaduto tutto in breve tempo. La partenza era prevista tre giorni dopo la chiamata, destinazione Roma: ma una volta arrivati nella capitale, lo smistamento nelle varie regioni. Tanti – continua Allegrini – sono stati inviati al nord, la maggior parte in Lombardia e quasi tutti nelle Rsa. Io sono finito in quelle di Pavia”.

È infatti nelle residenze sanitarie assistite che il Covid-19 ha colpito con maggiore aggressività. Un disastro nel disastro, su cui le inchieste faranno luce: nel frattempo rimane il dolore, la rabbia, l’incredulità. Le mille domande di chi da un giorno all’altro ha perso i propri cari: “A Pavia, il 90 per cento degli ospiti nelle Rsa era positivo al covid, e morivano come mosche. Pazienti con una media di 93,4 anni, in aggiunta a varie patologie. Si tratta – spiega Allegrini – di persone che poco prima uscivano, guardavano i nipoti, ridevano e scherzavano. Si muovevano con le loro gambe mentre il Covid le ha attaccate a un respiratore”.

Come è potuto succedere? “Difficile rispondere – osserva il medico – Non si può dire se il contagio nelle Rsa sia venuto dall’esterno o meno: sappiamo solo che si tratta di un virus altamente contagioso, molto più di una semplice influenza e anche della Sars. Incomparabile a nessun’altra malattia di cui ho esperienza. Eppure – continua Aldo – nelle Rsa di Pavia i rapporti con l’esterno sono stati gestiti egregiamente, chiudendo totalmente le strutture ai parenti. Bravissimi i medici, che oltre a prendersi cura del paziente, parlavano in videoconferenza con i familiari. Due cose di cui non mi occupavo – spiega Allegrini – perché io e i colleghi Bergamini e Lloyd Dini ci siamo dedicati alla ricerca. E abbiamo fatto una scoperta”.

Infatti, insieme al chirurgo di Careggi Bergamini e al cardiologo di Pisa Lloyd Dini, Allegrini crea una task force nella task force, che attraverso lo screening toracico degli ospiti perfeziona il sistema di diagnosi del Covid e la gestione interna delle Rsa, rallentando l’avanzata del contagio. “Una volta arrivati da Roma, non sapevamo assolutamente che fare. L’impressione era di esser stati mandati allo sbaraglio, nemmeno le agenzie territoriali ci fornivano indicazioni precise: le Rsa di Pavia navigavano nella disorganizzazione, con i medici e infermieri che lavoravano sbracciati, vestiti normali. Magari con una mascherina Ffp2, che in quel momento tuttavia era assolutamente insufficiente: i dispositivi di protezione adeguati, laggiù non sono mai arrivati. In questa situazione dopo i primi giorni passati a osservare le terapie, scartavetrare le cartelle, lavorare sui pazienti, io e Bergamini ci siamo chiesti: non potrebbe essere rilevante analizzare il quadro toracico del paziente contagiato?”.

Un’intuizione nata già in viaggio quando a Roma i due medici contattano il massimo esperto mondiale di ecografia: Gino Soldati: “Volevamo il parere del ‘padre dell’ecografia toracica’, che ha confermato le nostre idee: il quadro toracico del malato da Covid-19 è particolarissimo – racconta Allegrini – Il Covid si fa vedere, perché lascia delle strie B: artefatti assenti nel polmone sano dovuti alla formazione di grumi di sangue. In altri termini, cicatrici”. “Quella da Covid-19 è infatti una polmonite interstiziale – continua il dottore ò veicolata soprattutto da una vasculite trombotica. Significa che i vasi circondanti gli alveoli si infiammano creando piccoli trombi interni, che addensano il polmone non permettendo più di respirare. Perciò anche se gli alveoli si dilatano e sgonfiano, non c’è più vicino un vaso che permette il passaggio dell’ossigeno. La morte è provocata da un innesto di processi infiammatori fra cui la cascata di mediatori chimici, un processo che lascia tracce osservabili con un ecografo: noi le abbiamo individuate sul 40 per cento dei medici e nella maggioranza degli ospiti delle Rsa in cui abbiamo lavorato”.

Un totale di circa 20 residenze sanitarie, che su indicazione dell’Ats di Pavia, Bergamini, Allegrini e Loyd Dini hanno girato per tre settimane: “Non effettuavamo l’ecografia toracica su pazienti con tampone positivo e sintomatici, che certamente erano malati. Ci concentravamo su chi aveva sintomi ma il risultato del tampone negativo, e su chi aveva un tampone interlocutorio, ovvero con carica virale non significativa per covid-19 – spiega Allegrini – Infine, su tutti quelli con tampone negativo e pochi sintomi. Il nostro obiettivo era capire quanto un quadro toracico con strie B e il tampone positivo siano sovrapponibili o meno, e quale fra i due strumenti possiede la migliore sensibilità e specificità per fare la diagnosi. Il risultato del nostro lavoro? Presentavano un’ecografia tipica da coronavirus la maggior parte dei pazienti con tampone negativo”.

Infatti, con un margine di errore del 25-30% il sistema dei tamponi non è del tutto affidabile per diagnosticare il Covid-19: “Quando il risultato è positivo di dubbi non ce ne sono, quando è negativo non ci possiamo fidare del tutto. Fatto sta che per decretare la guarigione clinica ne servono due – dice il medico, che però aggiunge – Certamente, non si può sostituire il tampone con l’ecografia toracica, ma questa è più specifica perché rileva la presenza delle strie B. È anche vero che non sappiamo quanto ci vuole per svilupparle, tantomeno in quanto tempo scompaiono: possono essere presenti anche in persone guarite da pochi giorni – Perciò il tampone ha comunque la sua funzione adiuvante: se sono presenti strie B e tampone positivo, so per certo che il paziente è malato in questo momento. Se successivamente lo stesso ha un quadro toracico simile e tampone negativo, posso pensare che sia guarito: tuttavia per fare la diagnosi precoce l’ecografo è molto più efficace, perché effettua uno screening molto più sensibile e altrettanto specifico. In un tempo di circa cinque minuti, quelli impiegati per ognuno degli ospiti visitati”.

Una media di circa 300 ospiti, distribuiti nelle 20 Rsa del pavese: strutture che su indicazione della task force di Allegrini, si sono quindi riorganizzate in maniera efficace per combattere il dilagare del contagio, con risultati positivi. “Suggerivamo ai medici della Rsa – dice Allegrini –  di creare percorsi puliti e sporchi, in modo da dividere i contagiati dai sani. Cosa che spesso era già stata fatta, ma adesso veniva perfezionata perché pazienti negativi al tampone ma con quadro toracico da Covid venivano spostati nelle zone sporche. Noi abbiamo dato l’input, iniziando un lavoro che dopo la nostra partenza è stato portato avanti dai colleghi delle residenze sanitarie, con ottimi feedback. Solo la settimana scorsa una dottoressa del pavese mi ha comunicato che quasi tutti i suoi pazienti sono guariti. Così come in tante altre Rsa”.

Dalle Rsa ai territori, ai medici di famiglia e di continuità assistenziale. Esportare questo metodo diagnostico fuori dalle residenze sanitarie assistite potrebbe fare la differenza, secondo Allegrini, in caso di una seconda ondata: “Si dice spesso in tv che il Covid-19 è ‘clinicamente morto’, ciò significa che è meno aggressivo ma la sua presenza sul territorio rimane. Per questo, in caso di una seconda ondata, se sarà necessario tornerò a disposizione dell’emergenza – afferma – Non lo farei volentieri, né senza paura, ma lo devo fare. Sono obbligato perché non si tratta assolutamente di una scelta: ma di essere un medico degno di questo nome, e una persona con un certo spessore morale. Tuttavia se riscoppia il contagio, avere almeno 5 o 6 medici sul territorio con disponibilità di un ecografo, sarebbe utilissimo – Potrebbe fare la differenza con diagnosi tempestive, evitando le tempistiche e le imprecisioni di tamponi e test sierologici e portando quindi a terapia precoce gli ammalati, con il 95 per cento di guarigioni, senza intasamenti di strutture sanitarie”.

“Si tratta – afferma il medico – di salvare vite. Per questo mi dispiace che la ‘nostra’ metodologia non sia stata accolta dalla maggioranza dei colleghi, né ha destato grande interesse fra i politici, nonostante i nostri sforzi di comunicazione. Io vorrei che venisse accolta da tutta la comunità medica e politica, e divulgata e messa in pratica il prima possibile. Se l’avessimo scoperta prima, molte persone potevano essere ancora qui, probabilmente, e altrettante potrebbero essere risparmiate in futuro”.

I costi? – conclude Allegrini – Minimi, rispetto a quelli dei tamponi e dei test sierologici, sia in termini di tempo che denaro. Senza contare che l’ecografo è un oggetto riutilizzabile a lungo”. Ansa