Coronavirus, in Cina la nuova tecnica di analisi dei tamponi: «Raggruppati 5 a 5, così acceleriamo i tempi»

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Continua la massiccia operazione per arrestare la seconda ondata di infezioni a Pechino. Il focolaio del mercato Xinfadi sembra sotto controllo. È stato scoperto l’11 giugno e da allora sono entrate in quarantena 40 comunità residenziali dove erano stati individuati casi. I nuovi contagi dichiarati, lunedì 22 giugno, sono solo 9 (e altri 9 nel resto della Cina). La capitale ha lanciato una controffensiva basata su tamponi a tappeto e tracciamento dei contatti avuti da chi è risultato positivo: i malati sono 236, nessun morto.

Le autorità hanno triplicato la capacità di sottoporre la popolazione al tampone. I centri dedicati sono circa 200 e le code ordinate e rapide. Un esercito di 100 mila operatori va porta a porta e convoca i cittadini, dando un’ora precisa per il prelievo. L’11 giugno Pechino poteva fare 90 mila tamponi al giorno, poi 230 mila, ora dicono anche 500 mila. Fin qui, pura organizzazione «con caratteristiche cinesi»: pianificazione, mobilitazione generale e ordini alla popolazione.

Il problema, dicono le autorità, non sono più i tamponi, ma lo smaltimento delle loro analisi. Si possono fare 500 mila tamponi al giorno, anche un milione facendo arrivare rinforzi da altre province, ma se ne possono analizzare solo 230 mila in 24 ore. Per battere il «nemico invisibile» Covid-19 il tempo è decisivo. Così ora c’è un’idea innovativa: sono stati aperti due centri di analisi improvvisati, con prefabbricati dove i tecnici di laboratorio lavorano come una catena di montaggio. E soprattutto, per snellire il processo si raggruppano i prelievi col tampone in gruppetti di cinque, si mischiano e si analizzano insieme. Se il campione è pulito, tutti e 5 sono al sicuro. Altrimenti si ripete singolarmente il test per ognuno dei soggetti. Ma siccome la statistica epidemiologica dice che la stragrande maggioranza dei 22 milioni di pechinesi non sono infetti, il sistema può funzionare. È già stato sperimentato a Wuhan, spiega l’agenzia Xinhua: nella città ground zero del coronavirus, finita l’emergenza, a fine maggio sono stati fatti e analizzati 9,8 milioni di tamponi in 19 giorni, con il metodo dei campioni di prelievo accorpati a gruppi di 5Gli esperti cinesi sostengono che si potrebbe arrivare a raggrupparne fino a 30. Per eseguire i tamponi Pechino ha fatto affluire personale sanitario da Wuhan, dalle province di Hebei e Liaoniing. La situazione sembra più critica in molti altri paesi dell’Asia, dall’India che dedica 25 hotel di lusso alla cura dei pazienti con sintomi non gravi, alla Sud Corea, all’Australia dove a un milione di abitanti dello Stato di Victoria è stato chiesto di non lasciare le loro zone, alla Nuova Zelanda dove stanno arrivando casi di rientro dall’estero. corriere

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