Twitter Diplomacy: dopo Trump il social si schiera contro Erdogan e sospende 7mila account. E Facebook resta fermo

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In molti chiamano il crescente interventismo di Twitter in politica interna e internazionale come Twitter Diplomacy. Una scelta non priva di controindicazioni perché si muove sul campo scivoloso del difficile equilibrio tra la difesa dei valori democratici e quello della libertà di espressione e del fact checking, cioè della verifica dei fatti, il cuore del giornalismo di qualità. O come ricorda The Guardiancitando CP Scott, il suo direttore del 1921, “Comment is free… but facts are sacred” , le opinioni sono libere ma i fatti sono sacri.

Dopo la pesante controversia scoppiata con Donald Trump, quando Twitter ha precisato errori in due suoi ‘cinguettii’, provocando la dura reazione dell’inquilino della Casa Bianca che ha firmato un ordine esecutivo anti-social network, che li priva dell’immunità legale contro eventuali cause per i loro contenuti, è ora la volta della Turchia di Erdogan.

È infatti scontro aperto tra il governo filo-islamico turco dell’AKP e Twitter, dopo che la piattaforma social ha deciso di sospendere ben 7mila account perché ritenuti ‘troll’, ovvero falsi costituiti al solo fine di sostenere le alterne fortune dopo 18 anni di regno incontrastato del presidente Recep Tayyip Erdogan su un paese di 82 milioni di abitanti con un’età media di 32 anni e di questi ben 15 milioni concentrati a Istanbul, megalopoli passata recentemente e dopo due elezioni ravvicinate nella mani del maggior partito di opposizione, il CHP, la formazione socialdemocratica, laica, filo-Occidentale e filo-Atlantica fondata dal padre della patria della Turchia moderna, Kemal Ataturk. La reazione turca non si è fatta attendere. “La teoria secondo cui questi account sarebbero ‘fake’ per sostenere il presidente, gestiti da un’unica autorità centrale è infondata. La decisione di chiudere questi profili è illogica e presa con un fine politico”, ha detto Fahrettin Altun, capo della comunicazione della presidenza turca. “La piattaforma americana crede di poter giustificare la propria decisione sulla base di denunce di alcune persone che credono che le proprie idee politiche siano dati scientifici. Siamo dinanzi a un tentativo inaccettabile di colpire il governo turco, compiere propaganda contro la Turchia e sostenere i golpisti e i terroristi del Pkk”, ha poi aggiunto Altun, attaccando Twitter e agitando come è consuetudine in questi casi l’accusa, fuori luogo, di fiancheggiare golpisti e il terrorismo.

Facebook resta più cauta e defilata sul tema della verifica dei contenuti ma lentamente sta rischiando di essere pesantemente coinvolta nel dibattito che si facendo sempre più infuocato in America. Da ultimo Facebook ha licenziato uno dei suoi dipendenti più critici verso l’atteggiamento del social media sui post di Donald Trump sulle proteste americane per George Floyd. Brandon Dail è stato cacciato per aver polemizzato con un collega al quale aveva chiesto senza successo di aggiungere il banner #BlackLivesMatter ad un progetto a cui stavano lavorando insieme. Davanti al rifiuto, Dail ha criticato il collega usando proprio il canale di Twitter, spingendo così Facebook a mandarlo a casa. Una reazione eccessiva come se ci fosse un nervo scoperto? Forse ma il social media ha confermato la ricostruzione, senza fornire ulteriori dettagli.

A far scattare l’ira di Dail, e di molti altri dipendenti di Facebook, è stato il post del 29 maggio di Trump in cui il presidente definì “criminali” i manifestanti di Minneapolis, la città nello stato del Minnesota, al confine con la regione canadese dell’Ontario, dove è stato ucciso Floyd che era originario del Texas, dove infatti si sono svolti i funerali. Un post definito da Twitter come “incitazione alla violenza”, mentre Facebook più cauta non è intervenuta, su decisione diretta del fondatore Mark Zuckerberg. Le polemiche come era facilmente prevedibile sono state immediate. “Deluso di doverlo dire: l’incitazione alla violenza di Trump su Facebook è disgustosa e dovrebbe essere segnalata e rimossa dalle nostre piattaforme. Sono in disaccordo con ogni politica che sostiene il contrario”, aveva twittato Dail dopo le spiegazioni di Zuckerberg.

Il primo di giugno centinaia di dipendenti di Facebook, incluso Dail, hanno scioperatoper manifestare la loro contrarietà all’inazione di Facebook. Le polemiche sempre più infuocate hanno però spinto Zuckerberg ad avviare una revisione delle politiche societarie. E forse anche a riassumere Chris Cox come chief product officer a un anno del suo addio. Prima della sua uscita Cox aveva posto con forza la priorità della lotta ai contenuti controversi e alla disinformazione. Diversi manager della società all’epoca erano però rimasti indifferenti se non contrari alla richiesta. Ora probabilmente dovranno rivedere le loro posizioni. E come cantava Bob Dylan nel lontano 1964 in America e non solo “The Time they are a changin”, i tempi per i social media, e non solo, stanno velocemente cambiando mettendo in fuorigioco le posizioni troppo caute. businessinsider.com

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