Russia, disastro ambientale oltre il circolo polare artico: 20 mila tonnellate di diesel nel fiume

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Per chi segue da vicino le vicende dell’Artico, l’inquinamento da gasolio che ha colpito due fiumi siberiani è solo un anticipo di quello che potrebbe accadere se dovessero andare avanti come previsto i piani della Russia e di altri Paesi nordici per lo sfruttamento intensivo di questa delicata regione. Gas, petrolio, metalli preziosi sono nascosti in quantità nelle viscere della terra al di sopra del 66° parallelo. E la corsa a queste risorse è iniziata. Nei pressi della città di Norilsk, a quasi tremila chilometri da Mosca, un deposito di gasolio ha sversato la settimana scorsa più di 20 mila tonnellate di carburante diesel in uno dei fiumi siberiani. L’allarme, per giunta, è stato dato in ritardo, quando oramai la chiazza oleosa aveva percorso più di 20 chilometri coprendo un’area di 350 km quadrati e inquinando un secondo fiume.

L’intervento di Putin 

Le notizie hanno suscitato una forte reazione dell’opinione pubblica, tanto da indurre il presidente Vladimir Putin a intervenire di persona, proclamando lo stato d’emergenza e rimproverando duramente in diretta televisiva i responsabili di quanto accaduto. Non solo i dirigenti dell’industria colpevole del disastro, ma anche il governatore locale che aveva candidamente confessato al presidente di essere venuto a sapere dell’incidente dalle piattaforme social. «Perché il governo è stato informato solo due giorni dopo l’accaduto? Dobbiamo venire a sapere di una situazione d’emergenza dai social media?», ha chiesto infuriato il presidente rivolgendosi al responsabile locale dell’azienda. «Ma lei è a posto con la testa o ha qualche problema?», ha aggiunto, sempre più alterato. La società, che fa capo al colosso delle estrazioni minerarie Norilsk nickel, aveva in un primo momento cercato di controbattere alle accuse del governatore, ma poi quando ha visto che quella strada la portava in rotta di collisione con Putin, ha pensato bene di non insistere sulla sua posizione. Vladimir Potanin, uno degli oligarchi che negli anni Novanta fecero la loro fortuna privatizzando con una spesa irrisoria le grandi aziende statali, è l’azionista di riferimento e presidente della Norilsk. Le azioni ieri sono scese di oltre l’8 per cento e Potanin, secondo Forbes, avrebbe perso un miliardo e mezzo di dollari. 

La dinamica dell’incidente alla cisterna

L’incidente è avvenuto il 29 maggio in una centrale elettrica di proprietà di una controllata della Norilsk, la Ntek. I sostegni di un enorme serbatoio circolare hanno ceduto a causa del riscaldamento del terreno. In quella zona il suolo è normalmente ghiacciato sia d’estate che d’inverno, grazie al fenomeno noto come permafrost. Ma i cambiamenti del clima stanno mettendo in crisi tutte le costruzioni che si reggono su pali profondamente infissi nel terreno. Il carburante per la centrale è così finito nel fiume Ambarnaya. Il ritardo negli interventi di bonifica ha fatto sì che il gasolio inquinasse anche un altro fiume, il Pyasina che sfocia nel mare di Kara.corriere.it

Il secondo grande incidente

I tecnici stanno ora cercando di fermare la chiazza con solventi e galleggianti di contenimento. Ma, secondo gli ambientalisti locali, la situazione è estremamente critica. Dopo l’intervento di Putin, il direttore della centrale Vyacheslav Starostin è stato arrestato e ora è in attesa di processo per inquinamento colposo. Quello di Norilsk è il secondo grande incidente ambientale che si verifica nell’Artico russo. Nel 1994 nella repubblica di Komi ci fu una fuoriuscita di petrolio da un oleodotto. Più di 94 mila tonnellate di greggio finirono nel fiume Pechora e giunsero fino al mare di Barents. Qualche mese dopo, con l’arrivo di piogge torrenziali, il petrolio si allargò su un vastissimo territorio tra altri due fiumi. La bonifica del disastro richiese dieci anni di lavori.

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