Pronti i “tagli” sulle pensioni: ecco i calcoli sugli assegni

in Economia

La crisi economica da coronavirus avrà ripercussioni negative anche sulle nostre pensioni. Non bastavano le difficoltà di imprese e lavoratori, ora anche i pensionati rischiano tagli agli assegni.

Come aveva già ricordato ilGiornale.it, Le pensioni degli italiani che lasceranno il lavoro nei prossimi anni (a partire dal 2022) saranno un po’ più basse di quanto ci aspettavamo. L’impatto per ora è contenuto. Si parla di una riduzione lorda dell’assegno futuro che può arrivare a sfiorare il 3% nel 2023. Un lavoratore nato nel 1956 che ha iniziato a versare contributi a inizio 1980, lascerebbe il lavoro nel 2023, a 67 anni, con una riduzione della quota contributiva del 2,7%. Questo numero è purtroppo destinato a crescere.

La questione riguarda le pensioni contributive, quelle legate al Pil. L’impatto della minore crescita si vede, infatti, solo sulla parte contributiva dell’assegno. La quota retributiva, invece, dipende interamente dal livello della retribuzione e dagli anni di attività lavorativa. La questione trattata dipende da due grandi riforme previdenziali fatte negli anni scorsi: la riforma Dini e la riforma Fornero. Con la prima, coloro che avevano almeno 18 anni di contribuzione nel 1995 sono stati collocati nel sistema retributivo e quindi hanno il calcolo contributivo solo dal 2012 in poi (anno di avvio della legge Fornero).

Chi al passaggio tra il 1995 e il 1996 aveva invece meno di 18 anni ricade nel sistema misto e si vede applicare il calcolo contributivo da quell’anno in poi, quindi con un peso molto maggiore. Poi ci sono i lavoratori che avendo iniziato a versare contributi dal 1996 in avanti avranno un assegno integralmente contributivo: molti di loro sono probabilmente ancora lontani dalla pensione.

Il perché è presto detto. La legge Dini prevede che i contributi versati per gli anni compresi nel nuovo metodo di calcolo, prima di essere trasformati in rendita, siano via via rivalutati con un tasso di capitalizzazione dato dalla crescita media del Pil nei cinque anni precedenti. Il meccanismo include anche uno sfasamento temporale, spiega Il Messaggero: quei lavoratori che andranno in pensione dal primo gennaio 2022 avranno l’ultima rivalutazione, sull’intero montante contributivo, legata proprio all’andamento del Pil di quest’anno. Ed è a questo punto che i nodi arrivano al pettine.

Secondo le stime del Def, essendo l’economia crollata dell’8% rispetto allo scorso anno, il Pil risulta solo impercettibilmente superiore a quello del 2015. Il tasso di capitalizzazione è così praticamente nullo, mentre con il prodotto interno lordo che il governo aveva stimato a fine 2019 il rendimento sarebbe stato pari all’1,9% circa. Per chi invece lascia il lavoro nel 2023 oltre alla inconsistente rivalutazione già applicata ce ne sarà un’altra connessa al Pil del 2021. Che sarà comunque molto più basso di quanto atteso, con un tasso di capitalizzazione pari allo 0,7% circa. Insomma, tutto questo chiarisce un fatto da non sottovalutare: le pensioni degli italiani saranno più leggere. Una botta non da poco. Chi ha lavorato una vita ne risentirà e non ci sono vie di fuga. il giornale