L’anaffettività della maternità surrogata (Huxley)

in Editoriale

di Bonaria Corrias

Aldous Huxley, nel suo romanzo Il Nuovo Mondo (Brave New World, 1932), descrive la società del futuro dell’Anno di Ford 632 (anno 2540) come un enorme contenitore dove il ruolo degli esseri umani è dettato dall’eugenetica e dal controllo mentale, dove i rapporti tra gli esseri umani sono basati sul distanziamento sociale e sull’anaffettività, dove l’”ognuno appartiene a tutti gli altri”. E che la riproduzione umana avviene al di fuori del corpo della donna, attraverso dei contenitori, in cui gli embrioni umani sono prodotti e fatti sviluppare secondo quote prestabilite e pianificate dai governatori. I feti non subiscono un attaccamento emotivo alla propria matrice, il che li rende alla nascita, bambini facilmente condizionabili essendo stato il loro imprinting fetale, assente di ogni sentimento e pathos. Senza andare troppo in là nel tempo, il ricorso ad un contenitore generatore di un prodotto finito e ad una riproduzione in serie lo abbiamo già ed è la maternità surrogata. E’ una pratica che annichilisce e che toglie dignità alla donna ma è anche il prodotto di una società malata di anaffettività tra gli esseri umani, dove la surroga è lo strumento ideale per svuotare di ogni riferimento e connotazione l’attaccamento al seno materno subito dopo la nascita del bambino. In effetti, tale abominevole pratica, ambisce alla disattivazione dell’affettività tra colei che porta in grembo il bambino e il bambino stesso. Alla base dell’anaffettività vi è un sistema di mercato che impone ed obbliga alla madre naturale un artificioso e sterile comportamento per la non-costruzione della personalità e dell’essere io del bambino. E come una riproduzione in serie, dove i prodotti sono assemblati dalla catena di montaggio inventata da Ford (Serie T), i bambini sono scelti in base ai “desiderata” degli acquirenti, come la scelta del sesso del nascituro, il colore degli occhi, il colore della pelle, il colore dei capelli, lo studio della genomica umana (che si potrebbe identificare nell’eugenetica) e così via. Ed è ovvio che il prodotto finito, uscente dalla fabbrica, deve essere fatto a “regola d’arte”. Huxley e la maternità surrogata cosa hanno in comune, allora? Ad esser veloci nel dare una risposta, la maternità surrogata è il risultato di quegli studi di eugenetica elaborati sin dalla fine del 1800 e che sono balzati alla ribalta tra le due guerre mondiali ma che ad oggi nessuno farebbe più caso nella selezione del prodotto di un catalogo, piuttosto, si direbbe, ha un risvolto prettamente lucroso ed lì che il mercato con la domanda e l’offerta si riferisce. Come dire, è il mercato bellezza! Partendo da questo presupposto, il risvolto mercantilistico ed economico della maternità surrogata marca il confine illusorio tra il “diritto inequivocabile” di avere un figlio e la necessità economica di guadagno, scambiando i bambini per cose e giustificandola come “interessi individuali”. La “cosificazione” dei bambini ha anche degli altri risvolti a carattere puramente famigliare. Il primo è l’atomizzazione della famiglia, il secondo è la società atomizzata. Il secondo non può sopravvivere se il primo non esiste. Ovvero, può sopravvivere ma a quale condizione? E se oggi noi ci interroghiamo davanti ai cambiamenti e alle mode economico-sociali che interessano prevalentemente la famiglia e il suo nucleo, allo stesso tempo ne percepiamo il suo sgretolamento che equivale a slegare quelle relazioni affettive che rendono l’uomo un essere “liquido” cosi come Zygmunt Baumann lo definisce. E la liquidità dell’uomo fa si che gli possa avere una vita senza radici, senza identità, senza passato e senza nessun punto di riferimento. Così come il bambino cosificato.

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