Gli avvocati romani riconsegnano le toghe

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Una decina di avvocati, in rappresentanza di tutti i colleghi di Roma, ha riconsegnato stamattina le toghe al presidente dell’Ordine degli avvocati di Roma. La protesta, organizzata dalla Camera penale, vuole sottolineare le difficoltà della giustizia nella fase di ripartenza, dopo le restrizioni del coronavirus. «Abbiamo atteso più di due mesi per potere indossare ancora, in aula, la nostra toga e per contribuire a fornire al nostro Paese un servizio essenziale: la giustizia. E invece una visione miope e timorosa impedisce, ancora oggi, un’effettiva ripresa», si legge in una nota della Camera penale di Roma. «A nulla sono serviti i nostri solleciti che denunciavano una vera e propria “rottamazione” di tantissimi processi, la mancanza di chiarezza sui criteri di scelta delle poche cause da trattare e le riaperture degli uffici. L’unico modo che abbiamo per rendere pubblica questa incredibile situazione è quella di scollarci la nostra seconda pelle: la toga, ormai inutile e inutilizzata».Il confronto è fatto con le altre attività sia commerciali e produttive, tutte entrate in funzione, mentre gli uffici giudiziari del tribunale riprenderanno la loro piena attività solamente a luglio. «Hanno riaperto tutto in Italia, anche le toilette pubbliche. Tutto tranne i tribunali – puntualizza a “Il Tempo” l’avvocato Carlo Taormina – Con le mascherine e il giusto distanziamento si potrebbe riprendere la normale attività giudiziaria. Invece i magistrati, pur percependo lo stesso compenso, non fanno udienze e non depositano sentenze. E le Procure non raccolgono denunce, salvo si tratti di fasce deboli. È inammissibile».«A piazzale Clodio ogni giorno – spiega Vincenzo Comi, vicepresidente della Camera penale – avevamo 30 aule in cui si svolgevano 20 udienze per aula. Adesso sono aperte 10 aule in cui si svolgono 2 udienze per aula. È stata una falcidia del numero dei processi». «Infine – conclude Comi – è assurdo che ogni giudice scelga i processi che vuole fissare in modo discrezionale e senza nessuna forma di regolarizzazione oggettiva delle calendarizzazioni. Se ci sono processi che hanno rilevanza mediatica, il giudice fisserà quelli e non il processo del povero disgraziato che da anni aspetta giustizia». Il tempo