A Wuhan tutti gli abitanti faranno il tampone

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Il governo cinese ha chiesto a ogni distretto di Wuhan, la città dove è stato individuato il primo focolaio dell’epidemia da coronavirus, di sottoporre tutti gli abitanti a un nuovo test effettuato col tampone per contenere sul nascere un nuovo eventuale focolaio. La notizia è stata diffusa da varie agenzie internazionali e dal South China Morning Post. Negli ultimi giorni sono stati individuati 6 casi positivi, tutti provenienti dallo stesso quartiere, dopo che per circa un mese in tutta la città – che conta più di 11 milioni di abitanti – non era stato registrato alcun caso.

«L’ambizioso piano di sottoporre al test un numero così ampio di persone dopo la scoperta di un gruppo di positivi tutto sommato piccolo dimostra quanto seriamente il governo cinese tema la minaccia di una seconda ondata di infezioni», scrive Quartz.

Tutto è iniziato tre giorni fa, domenica 10 maggio, quando un uomo di 89 anni che non aveva lasciato la città dalla fine di gennaio era stato trovato positivo. Il giorno successivo il governo ha deciso di sottoporre al test circa cinquemila persone che vivono nella sua via: cinque sono risultate positive, nessuna di loro presenta sintomi.

«I nuovi casi a Wuhan mostrano che esiste un rischio concreto di una seconda ondata di potenziali trasmissioni in una comunità causata da asintomatici o paucisintomatici», ha detto un epidemiologo cinese sentito dal South China Morning Post che ha voluto rimanere anonimo: «effettuare test su una scala così ampia può aiutare a trovare i positivi nascosti ed eliminare il rischio».

Dalla fine di dicembre i casi di coronavirus registrati a Wuhan sono stati 50.339, per un totale di 3.869 morti. Fino a circa dieci giorni fa, le autorità locali avevano realizzato circa un milione di tamponi (in Lombardia, una regione paragonabile per numero di abitanti, a fine aprile erano stati circa 340mila). Nello spazio di poche settimane il governo si è impegnato a farne il decuplo, con un impegno di risorse senza precedenti.

Non è ancora chiaro dove e come verranno realizzati i test: il governo ha chiesto al capo di ogni distretto di organizzare un piano a seconda della disponibilità e delle esigenze di ciascuna zona. I numeri, però, sono così imponenti che persino alcune fonti citate dal Global Times, uno dei principali media controllati dal governo cinese, hanno espresso dubbi sulla realizzazione del piano.

Peng Zhiyong, responsabile del reparto di terapia intensiva di uno degli ospedali della città, ha detto che testare chiunque sarebbe molto costoso, e che probabilmente alla fine saranno sottoposte al test soltanto le persone che rientrano in alcuni profili: quelli che sono stati a contatto coi positivi, i loro familiari, il personale sanitario, i cittadini più anziani e quelli che soffrono di malattie pregresse.

Lasciando da parte il costo per realizzare e analizzare più di dieci milioni di tamponi, diversi esperti ritengono che una serie di test così ampia avrebbe comunque una sua utilità. «Più casi troviamo, meglio è», ha detto al South China Morning Post Dirk Pfeiffer, un epidemiologo che lavora alla City University di Hong Kong. Wuhan rimane una delle città più attrezzate per gestire un nuovo eventuale focolaio: durante il picco del contagio aveva rapidamente aumentato le capacità dei propri laboratori di condurre e analizzare i test, aperto una decina di strutture per isolare i casi positivi e lanciato un’app per il tracciamento e il controllo dei casi sospetti.

Wuhan non è l’unica città dove le autorità cinesi sono intervenute per cercare di arginare un nuovo focolaio. Due giorni fa la città di Shulan, nel nordest del paese, ha annunciato un nuovo lockdown che durerà fino alla fine di maggio dopo avere individuato 14 casi positivi di cui non ha saputo rintracciare l’origine. il post

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