Via Francigena: tutte le tappe e quello che bisogna sapere

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Nel 1994 il Consiglio d’Europa ha riconosciuto all’anticadirettrice storico-religiosa la dignità di “Itinerario Culturale Europeo”, al pari del Cammino di Santiago diretto alla tomba dell’apostolo Giacomo, difensore della cristianità.

Il percorso ufficiale della Via Francigena, fedele a quello narrato dall’Arcivescovo Sigerico nei suoi Diari, ha una lunghezza di 1.800 chilometri ed è articolato in 79 tappe, da Canterbury fino a Roma.

In Inghilterra si snoda lungo un breve tratto (27 Km circa), che va da Canterbury a Dover, che coincide con la North Downs Way. Dopo aver attraversato lo Stretto della Manica, il pellegrino approda in Francia, precisamente nel Nord-Pas-de-Calais.

Le altre regioni francesi interessate dal percorso sono: la Champagne-Ardenne, la Picardie et la Franche-Comté. Lasciata alle spalle la Francia, la Via Francigena attraversa la Svizzera nei cantoni di Vaud e Valais. In Italia l’antica via attraversa sette regioni – Valle d’Aosta, Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna, Liguria, Toscana, Lazio – e 140 Comuni, per un totale di 45 tappe.

La strada era percorsa da mercanti e briganti in cerca di denaro, da crociati in cerca di gloria o, più semplicemente da uomini in cerca di se stessi. Il fascino della solitudine, la sensazione di straniamento, la devozione religiosa verso Dio, accompagnavano il devoto verso il cuore della Santità; i cristiani facevano del peregrinatio il simbolo della vita: “Gesù, cui sia pace, ha detto: il mondo è simile ad un ponte, tu passi su di esso ma non ci costruisci la tua casa”.

79 tappe complessive, 45 attraverso il nostro Paese, fondamentali sono quella del Colle del Gran San Bernardo, porta di accesso alle nostre Alpi, Pavia, capitale del Regno longobardo, Piacenza, nodo viario importantissimo, Fidenza, punto di snodo fra i percorsi di pianura e il valico di Monte Bardone, le città di Fornovo e di Berceto sul tratto appenninico.

Superato l’Appennino Tosco-Emiliano e il Passo della Cisa, il percorso scende a Pontremoli e Luni, per poi prendere la direzione della costa e proseguire lungo vie di comunicazione più sicure, come l’Aurelia e le strade consolari del tramontato Impero Romano. Sigerico tracciò la via, dopo di lui arrivarono mercanti, soldati o semplici pellegrini diretti nel cuore del Cattolicesimo.

Le tappe dell’antica strada medievale consentono oggi di conoscere, oltre a città turisticamente rinomate, anche paesi di provincia e piccoli borghi che tanto hanno fatto nella storia, nella crescita e nello sviluppo culturale. In questo Speciale vogliamo raccontare il territorio, valorizzare le bellezze naturali, descrivere i principali luoghi d’interesse artistico, culturale e religioso situati lungo le tappe della Via Francigena.

Lungo la Via Francigena si incontreranno espressioni artistiche e segni della devozione: fastose cattedrali rinascimentali e timidi monasteri romanici, imponenti siti archeologici o semplici e suggestive testimonianze del passato. Percorrendo le tante tappe del “Cammino del Cielo” si recupererà l’originario rapporto tra l’uomo, il tempo e lo spazio; proprio come in un vecchio “racconto di Canterbury”.

Via Francigena: le origini

La “Strata Francigenarum”, ovvero la “via percorsa da coloro che sono nati in Francia” era calcata, in realtà, da pellegrini provenienti da disparate località d’Europa e diretti a Roma per rendere omaggio alla tomba di San Pietro. L’homo viator e il movimento dello spirito!

La costruzione delle grandi vie di comunicazione che attraversavano l’Italia ebbe inizio con i romani; le strade consolari, municipali e vicinali tuttora esistenti sono lì a testimoniare la grande importanza raggiunta dalle vie di comunicazione nei secoli secondo e terzo d. C. Questi capolavori della ingegneria stradale, dopo la caduta dell’ Impero Romano, vennero gradatamente abbandonati divenendo nel Medioevo semplici mulattiere che non impedirono ai Longobardi di penetrare nel territorio nazionale.

La storia della Via Francigena, che dal Colle del Gran San Bernardo scendeva alla città di San Pietro, è legata proprio a questo popolo dalle lunghe barbe e dai capelli pendenti sulle spalle; provenienti in principio dalla Scandinavia vennero sospinti dagli Avari alla conquista dell’Italia.

A causa del numero esiguo e della disorganizzazione militare il popolo germanico non riuscì ad impossessarsi di tutta la penisola ma poté mantenere legati al regno di Pavia i ducati del centro-sud Italia grazie alla “Via del monte Bardone”. L’odierno Passo della Cisa offriva allora una direttrice sicura, al riparo dalle scorribande bizantine che mantenevano il controllo del litorale ligure, toscano e dei passi appenninici orientali.

Come tutti gli itinerari medievali la Francigena non era strettamente legata ad un unico tracciato, ma si diramava nel territorio con percorsi e varianti legate alla situazione politica del momento e ai rischi delle epidemie malariche che imperversavano in pianura.

La dispersione territoriale della Francigena, soprattutto in pianura, le fecero assumere i connotati di “strada-territorio” e solo in prossimità dei valichi alpini o dei corsi d’acqua i viandanti erano vincolati ad una pista obbligata. Si trattava comunque di strade tortuose, raramente selciate, con accentuati dislivelli in prossimità dei passi; niente a che vedere con l’invidiabile rete viaria dell’antica Roma.

L’assenza di un forte potere centrale e la frammentazione feudale impedirono l’utilizzo coordinato e la corretta manutenzione dei percorsi; prerogative che erano alla base delle esemplari vie consolari ed imperiali. Solo in età comunale, in sintonia con il movimento economico e demografico, la strada acquistò importanza al punto dall’essere inserita negli statuti comunali.

Da Pavia la strada raggiungeva Piacenza e Borgo San Donnino (oggi Fidenza) da dove, per la valle del Taro, deviava verso l’Appennino, ricalcando in parte l’attuale strada statale della Cisa.

In prossimità del VI Regio Bizantino la via abbandonava l’itinerario di una vecchia strada consolare e, seguendo l’asse vallivo dell’Elsa, confluiva a Siena che in età comunale godette di un grande sviluppo economico e culturale grazie proprio alla presenza della Via Francigena.

L’antica via medievale influenzò l’impianto urbano a stella a tre punte e, soprattutto, incrementò lo sviluppo commerciale, artistico e culturale della città del Palio. Proprio con il proposito di agevolare ed aumentare il transito dei mercanti, Siena impose nel Costituito del 1274 la costruzione di fonti lungo le direttrici viarie più importanti.

Attraversata la val d’Orcia, in prossimità del lago di Bolsena, la strada si congiungeva con la via Cassia. Caduto il Regno longobardo, l’arteria principale dell’Italia, diretta nel cuore del Cristianesimo, acquisirà grande importanza con i Carolingi.

La Tavola Peutingeriana è una pergamena lunga quasi sette metri e larga trenta centimetri dove è figurato il mondo antico dall’Occidente alle foci del Gange. Nell’antico documento Roma è individuata da un circolo incoronato mentre i municipi romani sono rappresentati da piccole case e mura turrite.

La sede del papato oltreché nella Tavola Peutingeriana compare anche nel diario di Sigerico, redatto nel ‘900 e conservato oggi al British Museum di Londra. Il documento menziona le settantanove “submansiones de Roma usque ad mare” toccate dall’arcivescovo Sigerico nel viaggio di ritorno alla sede episcopale di Canterbury.

Nonostante il resoconto sia carente di notizie si può tracciare con certezza l’originale percorso della via Romea (tutte le vie che conducevano a Roma erano dette “Romee”, in particolare la strada da Canterbury a Roma prendeva il nome di Francigena).

Dopo Sigerico hanno fatto seguito altri diari più minuziosi come quello di Nikulas di Munkathvera che intraprese, tra il 1151 e il 1154, il lungo viaggio che lo condusse dapprima a Roma e poi in Terrasanta. L’abate del monastero di Thingor, della lontana Islanda, apportò meticolosamente le tappe, i tempi di percorrenza, le notizie relative ai luoghi visitati (locande, ospedali, chiese, sedi episcopali, ecc. ).

Nel 1191 fu la volta del re di Francia Filippo II Augusto di ritorno dalla terza crociata e nel 1254 di Eudes Rigaud, arcivescovo di Ruen. Il detto “tutte le strade portano a Roma” appare oggi più veritiero che mai.

Via di commercio e di cultura

Una prerogativa dei Giubilei, oltre alle sacre indulgenze elargite dalla Chiesa, era quella di marciare di pari passo con lo sviluppo commerciale e culturale. Forse è anche per questo che, dopo il primo Anno Santo (indetto nel 1300 da papa Bonifacio VIII con la bolla Antiquorum habet digna fida relatio), ne seguirono altri, con intervalli sempre più brevi, finchè nel 1470 papa Paolo II stabilì che l’apertura della Porta Santa delle Basiliche di S. Pietro, S. Paolo, S. Giovanni e S. Maria Maggiore doveva avvenire ogni 25 anni, alla vigilia di Natale.

L’Ospedale, luogo di assistenza spirituale e materiale del prossimo

A distanza di un giorno di marcia i pellegrini, al sopraggiungere della sera, potevano contare sull’assistenza spirituale e materiale degli ospedali. Il nome non deve trarre in inganno: l’hospitia (dal latino “hospes”, cioè ospite), non era un luogo di cura, ma un opera di misericordia simile ai monasteri, dove le persone trovavano asilo in ampie sale con più giacigli e un altare dove poter pregare.

Si trattava di ospizi gestiti gratuitamente e a scopo assistenziale da ordini religiosi come i Gerosolimitani, i Templari e i frati dell’Ordine di Tau; solo in un secondo tempo a queste strutture modeste si affiancarono locande e costruzioni equiparabili ai nostri alberghi, di cui nè usufruivano soprattutto ricchi mercanti, banchieri ed ecclesiastici di passaggio.

Nel 1262 a San Gimignano si contavano ben nove “hospitatores qui tenent hospitia”, a Siena e Lucca erano ancora più numerosi. Tra i più importanti ospizi ricordiamo l’Ospedale di Santa Maria della Scala di Sienau, l’Ospedale di Altopascio, vicino a Lucca, e l’Ospedale del Gran San Bernardo, il valico alpino maggiormente percorso nel Medioevo, notissimo per la razza canina omonima che soccorreva i viandanti sorpresi dalle bufere di neve.

I rintocchi della “Smarrita”

Chi si smarriva nelle paludi di Bientina e di Fucecchio poteva contare sulle indicazioni della “Smarrita” che al sopraggiungere del crepuscolo, suonava per un’ora di seguito. I rintocchi della grande campana guidavano il viandante al “Domus hospitalis Sanctis Jacobi de Altopassu”, il celebre ospizio fatto realizzare dalla contessa Matilda, della quale è noto l’impegno a sostegno del clero riformatore.

L’attraversamento dei ponti

Oltre ai terreni prossimi alle paludi era faticoso ed oneroso attraversare anche i grandi corsi d’acqua come il Po e l’Arno; la furia delle acque dei quest’ultimo non risparmiava i ponti medievali che poggiavano su sponde precarie ed insicure.

Per innalzare nuovamente le arcate si poteva patteggiare l’anima con il diavolo oppure salvarla grazie alle speciali indulgenze che la Chiesa beneficiava per chi si impegnava nella ricostruzione e manutenzione dei ponti. L’ordine ospedaliero dei frati del Tau di Altopascio (o cavalieri di San Giacomo) si distinse proprio nella costruzione di ponti e chiatte.

Ghino di Tacco

Un’altro tratto della Via Francigena di difficile percorrenza era il passo nei pressi di Radicofani; in questo caso il pellegrino come il mercante non doveva stare all’erta dalle forze della natura bensì a un noto brigante di nome Ghino di Tacco.

Il pellegrino affrontava il lungo viaggio verso il sepolcro di San Pietro portando con se l’essenziale: i calzari, un ruvido mantello chiamato “sanrocchino” ( “schiavina” o anche “pellegrina”), il “petaso” (un copricapo a larghe tese legato sotto al mento), il “bordone” (un solido e nodoso bastone con punta ferrata, divenuto simbolo del viaggiare a piedi) e la scarsella (una borsa di pelle gettata sulle spalle).

Il fedele, povero e penitente, portava sull’abito, solennemente benedetto, i simboli del movimento dello spirito: la “conchiglia” se si era recato in preghiera sulle reliquie di San Giacomo di Santiago di Compostela, la “palma” se aveva affrontato il viaggio più lungo, al Santo Sepolcro in Terrasanta.

Emblema del pellegrinaggio a Roma erano gli “scapolari”, strisce di panno aperte al centro per lasciare passare la testa e pendenti al petto e sulla schiena; le “pazienze” piccoli quadrati di stoffa benedetta sistemati al petto e sulla schiena; i “quadrangulae”, piccoli rilievi di piombo che recavano impressi i santi Pietro e Paolo.

Altre figure che testimoniavano il viaggio all’altera Jerusalem erano le chiavi decussate sormontate dal Triregno, il Crocifisso o il Sudario della Veronica.

Quest’ultima, simile alla Sacra Sindone, divenne un’importante immagine di venerazione, motivo che indusse gli ecclesiastici di Roma a trasferirla dall’oratorio di Santa Maria “al Presepe” alla Basilica di San Pietro. Anche il Volto Santo, considerato la vera effigie del Crocifisso, era una importante reliquia cristiana custodita a Lucca dopo essere stata miracolosamente rinvenuta a Luni (tappa ligure della Francigena).

Est!! Est!! Est!!

Percorrere i Cammini del Lazio significa anche scoprire i vini regionali. Fra i tanti ce n’è uno il cui nome è leggenda: il bianco DOC Est!! Est!! Est!! di Montefiascone. Si narra, infatti, che il vescovo Johannes Defuk, in viaggio verso Roma nel 1111, si facesse precedere da un coppiere addetto alla ricerca dei vini migliori.

Ad ogni incontro con un vino degno del vescovo, il servo “griffava” la porta della cantina con quello che è forse il primo marchio di qualità della storia: “Est”, ovvero: “C’è”. Tale fu l’entusiasmo per il bianco di Montefiascone che lì il messo lascò un triplo “Est” con tanto di punti esclamativi: Est!! Est!! Est!!

La bisaccia del pellegrino

Lanciato alla ribalta internazionale in occasione di Expo 2015, “La bisaccia del pellegrino” è il marchio che identifica le specialità alimentari tradizionali che posseggono quelle caratteristiche indispensabili del cibo per chi cammina quali: produzione tipica locale, adeguatezza al consumo degli escursionisti, leggerezza, conservabilità, naturalità, alto valore energetico e ottime caratteristiche sensoriali. Per saperne di più visitate il sito: www.bisaccia.viefrancigene.org

Gli ospizi medievali offrivano un buon giaciglio per un arcivescovo quale era Sigerico, ma indubbiamente l’ottima ricettività alberghiera ed agrituristica è quanto di meglio potrebbe desiderare il “pellegrino moderno”.

Bisogna ricordare che lungo il percorso della Via Francigena sono disponibili sia strutture di accoglienza “pellegrina” a basso costo (strutture religiose, ostelli, foresterie), sia strutture di accoglienza “turistica” (alberghi, B&B, agriturismo, ecc.). Quasi tutte le strutture di accoglienza pellegrina sono riservate ai viandanti muniti di credenziale, che è quindi un documento indispensabile per chi vuole affrontare il cammino. Trekking.it

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