UN PÓ DI AUTOCRITICA NON GUASTA

in Opinione

di Adriano Segatori

Ogni forma di autocritica ha in sé, in percentuali diverse, tanto del masochismo nel rimestare nelle proprie mancanze che del sadismo nel confrontarle con quelle maggiori delle nostre. Questo non è l’intendimento del mio pensiero. Esso va piuttosto verso l’autocoscienza, verso una diversa, e forse per molti nuova, consapevolezza di chi si è e di come interpretiamo il mondo.Alcune premesse essenziali per evitare dubbi e dirimere eventuali fraintendimenti.Non sono il sostenitore della decrescita felice di Latouche: ogni rinuncia ad uno status precedente provoca malessere senso di fallimento.Non sono un simpatizzante del pauperismo egualitario: questo va bene per i comunisti i quali, come disse Montanelli, amano tanto i poveri che quando vanno al potere ne fanno sempre di più; e vale per il clericalismo ottuso e untuoso della sovversiva teologia della liberazione.Non sono neppure il morigerato piccolo borghese attento al serbare con cautela i piccoli accumuli della “roba” di verghiana memoria.Penso e a agisco con un misto tra D’Annunzio e Wilde: sono per lo spreco, per il superfluo, per l’inutile, per l’eccedente, per la rarità che in quanto tale costa cara.Ma, c’è un ‘ma’ rispetto al comune sentire: come rispose Aristippo a chi lo biasimava del legame con l’etera Laide, “possiedo, ma non sono posseduto”.Questa emergenza virale, che possiamo ben definire planetaria, ha fatto emergere alcuni fattori ai quali non eravamo abituati a pensare.Innanzitutto, al caso, all’imprevisto, all’incontrollabile. Noi, (dis)educati dal mito tecnologico dell’efficienza, dell’attivismo – dai bambini con cinque attività extrascolastiche agli adulti dei viaggi transoceanici e del funzionamento efficace dal lavoro al tempo libero – siamo stati inchiodati alla limitazione domestica o rionale. Siamo stati costretti a pensare e a pensarci, nella nostra fragilità e nella nostra fatuità esistenziale; alla nostra sopravvivenza di atomi consumatori percepita, falsamente, come comunità di bagordi.Poi, alla velleità della speranza, dell’illusione secondo gli antichi latini. La speranza che non ci succeda niente, la speranza in un futuro sempre radioso, la speranza in una sicurezza gestita con l’accudimento tecnologico.Infine, alla morte, a quella condizione umana che dà senso all’unica opportunità che ci è offerta per costruire una propria personalità e lasciare un segno nella storia del mondo, indipendentemente dal ruolo precario o dalla funzione certa che il destino ci ha assegnato.Cambieranno i rapporti con il prossimo? Miglioreranno le relazioni interpersonali? Rimoduleremo le nostre realizzazioni sul lavoro? Apprezzeremo di più ciò che abbiamo rinunciando a lamentarci per ciò che ci manca? Saremmo disposti a rischiare per un’idea e non acquattarci alle opinioni comuni?Alcuni sì, altri no, e questi avranno sprecato un’altra occasione continuando vere come se non dovessero morire mai e morire disperati non avendo mai vissuto veramente, tanto per parafrasare il Dalai Lama.