Quello che i “cinesini” non dicono.

in Editoriale


Di Alessio Papi

Il Governo Cinese dopo aver dato la colpa ad un pipistrello (regolarmente venduto nei mercati cinesi) della diffusione del Covid-19 , sull’ondata emotiva generata dall’indignazione globale anche dei meno “animalisti”, aveva annunciato in pompa magna la messa al bando dei cosiddetti “wet market” , ma soprattutto il divieto di vendere cani, gatti e animali selvatici a scopi “alimentari”.
Cosa sono i “wet market” e perché sono così pericolosi?
Nei “mercati cinesi” si vende di tutto, stelle di mare, pangolini (una specie di simpatico armadillo), cavallucci marini, pipistrelli, cani e gatti sono considerati una “prelibatezza” nella cucina tradizionale, e si sa in Cina (vedi anche la barbara pratica della medicina tradizionale che mette a rischio rinoceronti ed elefanti per il loro corno) le tradizioni sono dure a morire.
Al netto delle considerazioni etiche (lo scrivente non mangia cavallo, coniglio, agnello e cacciagione) perché sono tanto pericolosi i “mercati” di cui sopra?
Qui esce tutta la barbarie della tradizione, gli animali vengono tenuti vivi nei mercati e macellati (in maniera molto cruenta e dolorosa) davanti l’acquirente , in condizioni igieniche disastrose, insomma una bomba biologica a cielo aperto.
Le tradizioni si sa sono dure a morire, ma da dove provengono?
Il regime dei mandarini prima, e quello comunista post rivoluzione dopo, hanno sempre proibito la proprietà dei cosiddetti “animali da cortile e da allevamento” (galline, mucche, pecore, etc.) destinati a soddisfare le papille delle “alte sfere dello stato” , “costringendo” di fatto la popolazione comune a cibarsi di “qualsiasi cosa si muova”.
Fa riflettere la scelta del governo cinese di riaprire i mercati, compreso quello di Wuhan da dove, secondo la versione “ufficiale” , sarebbe partita l’epidemia di Covid-19, tramite un “presunto passaggio” del virus da una specie di pipistrello all’uomo, considerando che non solo non si è proceduto a vietare la vendita di animali selvatici, ma è ancora consentita la vendita di cani e gatti.
Se si esclude di considerare Xi Jinping un “sempliciotto” (i fatti dimostrano il contrario) qualcosa non torna.
L’ ipotesi che balza subito in mente è quella della totale estraneità del povero pipistrello all’epidemia, il che (senza facili complottismi) porta a pensare all’ipotesi del virus di sintesi, quindi non naturale.
Se il governo cinese sa l’origine del virus, sa che il veicolo non sono i wet market e quindi li riapre, il che pone una serie di inquietanti retroscena sul comportamento tenuto dal colosso asiatico nei confronti della comunità internazionale.
Altra ipotesi, probabile ma poco plausibile, è quella della tenuta sociale.
Se è vero che le (disgustose) tradizioni cinesi sono parte integrante della popolazione, riaprire i mercati potrebbe essere il maldestro tentativo di contenimento sociale di un paese pronto ad esplodere, sulla scorta di quanto accaduto a Hong Kong, dove 200 anni di protettorato britannico e mentalità occidentale hanno lasciato il segno.
Lasciare senza “prelibatezze” la popolazione potrebbe essere (per il regime) ben più pericoloso del dilagare di un’epidemia, in un paese dove la vita umana ha un valore molto basso, uno stato di emergenza perenne permette di controllare meglio la società, con i n più il vantaggio di poter internare e far sparire, con estrema facilità e senza troppo clamore , sobillatori e “nemici politici”.
Comunque la si veda i “cinesini”, che qualcuno con mal celata malizia continua a difendere per motivi economici, non ce la raccontano giusta.
Senza falsi pudori e senza ipocrisie, è il momento che gli organismi internazionali prendano posizione e comincino a far luce su quanto accade nel paese comunista.
Con la globalizzazione, volenti o nolenti, abbiamo imparato che quello che accade nel mondo ci riguarda sempre e comunque, non possiamo fare più gli struzzi e mettere la testa sotto la sabbia.
Quanto sta accadendo dall’altra parte del globo sta minando anche le libertà del “mondo libero”, come cittadini abbiamo il diritto e l’obbligo di chiedere ai nostri governi di fare luce e di comportarsi di conseguenza nei rapporti internazionali.
Una massima di Tito Livio recita :” Salvo è lo Stato a cui si obbedisce volentieri”, il covid-19 e la Cina rischiano di minare la fiducia nei governi, ma soprattutto la tenuta democratica dei paesi occidentali.

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