ALESSANDRO COSTA DOCENTE

L’armata di Ippocrate

in Opinione
ALESSANDRO COSTA DOCENTE

di Alessandro Costa

Stavo occupando il mio tempo nella lettura, come oggi fanno moltissime persone, il tempo che il coronavirus ci ha obbligato a riconoscere e certamente a ripensare. E, mentre cerco di non far scappare i miei pensieri dallo schermo del kindle mi arriva una notizia. Lucia, la figlia di due miei carissimi amici, da poco iscritta ad una delle scuole di specializzazione in medicina, ha deciso di aggiungersi alla lista di tutti quei medici volontari che hanno offerto al ministro della sanità la loro competenza e le loro mani. Vuole combattere, insieme a tanti colleghi, il coronavirus in tutte quelle regioni del nostro paese che stanno attraversando uno dei periodi più difficili della loro storia.Che i giovani spesso rispondano alla chiamata verso azioni pericolose, o addirittura temerarie, non è una novità. In tutte le guerre eserciti di giovani volontari hanno posto le loro vite al servizio di cause che ritenevano giuste. Un entusiasmo forse un po’ incosciente, lo sappiamo tutti, ma certamente parte della mentalità dei più giovani che, per fortuna, rispondono di più alle emozioni che alla ragione. Fare i soldati fa baluginare il mito dell’eroismo: dulce et decorum est pro patria mori. Mi è venuta quindi spontanea una domanda: per i medici è la stessa cosa? Vogliono anch’essi conquistarsi un’aura di eroismo?Quasi 8000 medici hanno risposto alla chiamata del ministro: tutti lo fanno perché vorrebbero il nome su una targa, su una strada, o sotto una statua ?Quando ero a Bagdad andammo con una mia collega in una farmacia e il medico che ci ricevette poté capire cosa stavamo cercando soltanto quando lei gli disse in latino: lactobacillus casei. Ci strinse la mano, ci guardò negli occhi, occhi che divennero un po’ lucidi e poi ci disse, in quel poco di inglese che sapeva «ho fatto il giuramento di Ippocrate». Era così orgoglioso che ci fece vedere la traduzione in arabo del giuramento, che aveva appeso al muro. Tutti i miei amici medici hanno fatto quel giuramento, ma mi sembrava quasi un adempimento burocratico, l’omaggio ad un’antica tradizione, niente di più.Però, quando ho scritto il mio libro sulla diversità, quella diversità di facce, religioni e culture, che avevo incontrato in tutto il mondo, mi venne l’idea di leggerlo.Nell’Asklepeion dell’isola di Kos c’erano templi per sacrificare al dio della medicina, Esculapio. C’erano però anche ambulatori e laboratori, ove veniva fondata la medicina moderna, fatta di sperimentazione e di scienza. Ma Ippocrate si rese conto che stava nascendo una professione, un mestiere molto diverso dagli altri, con un grandissimo potere sulla vita e sulla sofferenza e, come ogni altro potere, anche quello aveva bisogno di una guida. Il suo giuramento resta una delle pagine più belle della storia umana. Ed ecco perché esso vale per tutte le culture e tutte le fedi e rappresenta ancor oggi un canone universale, cui i veri medici sono onorati di appartenere, ma anche un indistruttibile ponte tra gli esseri umani.«Giuro per Apollo medico e Asclepio ….. di stimare il mio maestro di questa arte come mio padre e di vivere insieme a lui e di soccorrerlo se ha bisogno e …….. di rendere partecipi dei precetti e degli insegnamenti orali e di ogni altra dottrina i miei figli e i figli del mio maestro e gli allievi ……. Regolerò il tenore di vita per il bene dei malati secondo le mie forze e il mio giudizio, mi asterrò dal recar danno e offesa. Non somministrerò ad alcuno, neppure se richiesto, un farmaco mortale, né ……. a nessuna donna io darò un medicinale abortivo. Con innocenza e purezza io custodirò la mia vita e la mia arte ……… In qualsiasi casa andrò, io vi entrerò per il sollievo dei malati, e mi asterrò da ogni offesa e danno volontario, e fra l’altro da ogni azione corruttrice sul corpo delle donne e degli uomini, liberi e schiavi. Ciò che io possa vedere o sentire durante il mio esercizio o anche fuori dell’esercizio sulla vita degli uomini, tacerò ciò che non è necessario sia divulgato, ritenendo come un segreto cose simili» Perché Ippocrate, nel 430 a.C. aveva potuto capire con tanta chiarezza i principi che avrebbero dovuto regolare la professione di un medico, anticipando concetti fondamentali, come il segreto professionale e l’uguaglianza di tutti i pazienti, uomini e donne, liberi e schiavi? Certamente Ippocrate era fra quegli uomini che sono dotati di una particolare visione, una speciale capacità di comprendere gli esseri umani. Ma non è tutto. Ippocrate, come tutti i suoi successori, era un medico. Un uomo che vedeva tutti i giorni davanti a sé il dolore e la sofferenza, la debolezza del nostro corpo dinnanzi alla corruzione del tempo ed alla malattia. E persino la morte gli era familiare.Noi formiamo i nostri dottori in grandi università, con sale anatomiche, grandi laboratori ed enormi libri da studiare. Ma quando li portiamo, così giovani, a far pratica negli ospedali, nei pronto soccorsi e negli ambulatori, non ci limitiamo a dare loro nozioni e protocolli, li mettiamo accanto ai letti delle persone che soffrono ed è a loro che affidiamo la responsabilità di dire se torneranno a casa, oppure se quello sarà l’ultimo momento della loro vita.È ai medici che facciamo vedere che cos’è davvero la vita. E’ a questa loro incredibile esperienza, e non a libri e manuali, che noi ci affidiamo. Ecco perché Lucia, insieme ad altri 8000, ha deciso di mettere la sua vita in gioco, nell’insegnamento di un dottore di 2500 anni fa.