L’epidemia di Coronavirus: forse da una tragedia abbiamo l’occasione di imparare qualcosa.

in Opinione

di Alessio Follieri

E’ arrivato lentamente come uno “tsunami”. Le prime avvisaglie dalla Cina, dove la situazione si è aggravata giorno dopo giorno, poi dall’Italia e pian piano il coronavirus ha sconvolto tutto, fino alla più banale quotidianità. Chi se lo aspettava? Era qualcosa che fino ad oggi vedevamo solo in film futuristici distopici. Ecco che scopriamo una prima cosa importante: l’impossibile, o almeno ciò che riteniamo superficialmente tale, può accadere. Un epidemia esplosa dall’altra parte del mondo è arrivata in brevissimo tempo a casa nostra, ed ecco che l’emergenza non è più un immagine che sconvolge la vita e la quotidianità di popoli lontani, ma è dentro casa nostra e sono bastati pochi giorni. In un mondo globalizzato e interconnesso le epidemie hanno una rapidità di espansione senza precedenti storici. Non è la prima volta, in passato ci sono state pandemie pericolose e altamente mortali, molto più del coronavirus. Il nostro punto di vista moderno spesso ci fa guardare con presunzione insolente anche la storia, ci convinciamo che siano stati eventi legati all’ignoranza del passato. Certo! Oggi i tempi sono diversi, abbiamo conoscenze maggiori per arginare un problema pandemico che in passato sarebbe stato devastante. Tuttavia appena la situazione in Italia è diventata sempre più allarmante in qualche modo la nostra società ha avuto la possibilità di guardarsi allo specchio. Da chi ha totalmente sottovalutato il virus con il motto troppo spesso promosso di “è solo un influenza” a chi invece è stato assalito da una paura incontrollabile. Nella società non solo italiana, c’è di tutto, lo sappiamo. Per giorni e giorni mentre il virus avanzava, in gran parte della popolazione fuori dalle zone rosse, ha vinto la tendenza di ignorare completamente l’emergenza. Le belle giornate sono state subito colte come l’occasione di affollare piazze, bar, ristoranti. I sabato sera per i più giovani, quello di affollare discoteche e locali. Vinceva quella tendenza ad un pensiero superficiale un po’ diffuso “tocca gli altri non a me”. Era necessario bloccare tutto in modo drastico per far capire alla gente che non eravamo al cospetto di una semplice influenza, di una sorta di cospirazione governativa o chissà cos’altro veniva tirato fuori puntualmente in modo random sui social. Ecco che la paura si è fatta viva in modo più prepotente e abbiamo scoperto una verità che era sotto traccia. La nostra civiltà non ha il senso della paura, o meglio, questo sentimento è vissuto e considerato in modo totalmente sbagliato. All’improvviso escono fuori debolezze profonde che caratterizzano la nostra società. La paura è considerata come debolezza, come un sentimento negativo da espellere totalmente dalla nostra percezione del reale, mentre ignoriamo che è uno stato emotivo che per milioni di anni ci ha salvato. Fin dai tempi più remoti la paura è quel campanello di allarme che crea una reazione in grado di salvaguardarci. Nella modernità non sappiamo più metabolizzare questo sentimento nel modo giusto. L’indifferenza spavalda ad un allarme virale importante, si alterna all’isteria in modo imbarazzante. La verità di fronte alla pandemia, è che sono venute allo scoperto delle realtà che per lungo tempo erano rimaste sotto traccia. Una di queste è quella di una civiltà ormai sempre più tecnica che ha costruito attorno a se un sistema di “sicurezze” e di “certezze” tali che, di fronte all’imponderabile, resta totalmente inerme e inadeguata. Questo ci fa scoprire che non c’è quell’immunità alla natura e alla realtà universale costituita da pericoli, emergenze, difficoltà, che spesso mettono a rischio le nostre vite spezzando il sistema nel quale siamo completamente immersi. Nella modernità non abbiamo più una vera cultura sulla realtà in cui viviamo. Ci scopriamo improvvisamente deboli, perché prima non avevamo consapevolezza sulle nostre reali debolezze. Al punto che non sappiamo più come stare al mondo senza tutti quei fattori del sistema che costituiscono la nostra vita ormai interamente determinata dalla tecnica. Scopriamo che il sistema che abbiamo costruito ci chiude nel guscio artificiale che in qualche modo ci ha reso estranei della nostra stessa natura. Siamo lontani dalle vite e dalle realtà dei nostri nonni quando, loro malgrado, gli eventi avevano insegnato loro che il sacrificio era uno stimolo per il futuro non una dannazione. Quando il sacrificio di qualcosa era l’occasione per pensare diversamente! E’ quella capacità di sopravvivenza e di farcela comunque che in qualche modo insegna pensieri alternativi e diversi. Nella speranza che tutto questo finisca presto, forse è il momento di cogliere da un male qualcosa di istruttivo. Probabilmente dopo questo evento tutto tornerà come prima e presto ce ne dimenticheremo, ma forse ci sarà l’occasione di pensare in modo più serio a quel guscio artificiale che opacizza la nostra visione della realtà, dei nostri limiti e delle nostre debolezze.