LETTERA APERTA DI UN FORCAIOLO ALLE ANIME BUONE

in Analisi

di Adriano Segatori

<Sono diverso perché non sopporto il buon senso comuneMa neanche la retorica del pazzoNon ho nessuna voglio di assurde compressioniMa nemmeno di liberarmi a cazzo>>. . .<<Sono diverso, sono polemico e violentoNon ho nessun rispetto per la democraziaE parlo molto male di prostitute e detenutiDa quanto mi fa schifo chi ne fa dei miti>>Apro con queste parole da “Quando è moda è moda” dell’amico Giorgio Gaber per commentare – viste alcune sollecitazioni – le rivolte carcerarie in corso. Per motivi pratici il mio intervento sarà parziale e forse confuso, ma la brevità di lettura lo richiede. Premesse. 1. Non ho mai nascosto la mia antica vicinanza con la lotta armata, non avendovi aderito per fortuna ambientale e perché razionalmente ritenuta una impresa folle e inconcludente, oltre che economicamente perdente nella logica rivoluzionaria. Ho avuto amici uccisi, altri duramente detenuti, altri intelligentemente reinseriti. Per tutto quello che è accaduto mi ritengo comunque moralmente responsabile, avendo politicamente e spiritualmente aderito ad una stessa visione del mondo.2. Mantengo tuttora relazioni affettive con alcuni di loro, anche se – per stile, per mentalità, per freddezza e per rigore – mi sento più vicino a Giorgio Franco Freda, quindi distante dai sentimentalismi e dalle delicatezze emotive di talune frange della tanto frastagliata quanto confusa ‘area’.3. Ho sempre ritenuto pericoloso, ancorché caratterialmente intollerabile, la comunanza con i cosiddetti ‘comuni’, pur con i necessari distinguo per reati e comportamenti giudiziari.4. Ritengo la democrazia un’aberrazione politica, essendo per vocazione il sostenitore dello Stato etico e gerarchico, e in questo contesto mi ritengo soltanto un detenuto modello, rispettoso delle regole, diligente nel ruolo sociale che mi sono costruito e curioso delle sue contorsioni, un po’ come – tanto per darmi un tono – il Martin Venator di Jünger.Detto ciò, in termini già preannunciati come limitati, imprecisi e ridotti, delle rivendicazioni dei detenuti, delle loro precarietà esistenziali e dei loro bisogni sociali non mi interessa – e qui emerge l’anima nazionalpopolare – una beata mazza.Senza una distinzione tra soggetti, ogni solidarietà è una retorica qualunquistica e una difesa di categoria. Come ho detto in una intervista agli esterrefatti giornalisti de La7, che un assassino, depezzatore di cadaveri e cannibale venga condannato a morte, sarebbe una questione di semplice igiene e salute pubblica. Che violentatori, che appartenenti ad organizzazioni criminali, che pedofili, che trafficanti di uomini e di organi ed altri rimasugli dell’umanità vengano eliminati dal consorzio civile per me diventerebbe una questione di tipo pratico, non certo morale, né pietistica, né tanto meno di untuosità religiosa.Altro è il discorso politico, e di questo ho avuto modo di parlare a lungo con il mio primo editore, Renato Curcio, tanto per intenderci il fondatore delle Brigate Rosse, che con me condivideva, quanto meno vent’anni fa, la perplessità della comunanza con la malavita comune.Quindi, prima di prendere posizione con i rivoltosi e gli evasi, delle domande sorgono spontanee: Chi sono? Per quali reati sono detenuti? Quali sono i livelli di elaborazione dei loro comportamenti? Da dove provengono prima dell’entrata nei penitenziari?Che poi si attivi il piagnisteo su qualche morto, preferisco dirottare questo pensiero ai quasi mille suicidi per depressione da licenziamento o da solitudine sociale, agli operai precari che vogliono mantenere una vita onesta e dignitosa nella miseria, alla mia comunità che potrà non condividere i miei ideali politici, ma che essendo la mia di appartenenza intendo difenderla aldilà delle distinzioni di partito.Per quanto riguarda i cessi antagonisti, fosse per me sarebbero a correre con il culo in fiamme e i lividi sulle chiappe fino ad essere arrestati per vagabondaggio nella confusione dell’interminabile fuga.