Matteo Renzi, l’appello a Salvini: “Centrodestra aiutami tu”. Pietro Senaldi: il significato delle sue parole

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Ha tuonato tanto, ma ancora non piove. Italia Viva oggi voterà la fiducia al governo sulle intercettazioni, anche se ieri sulla prescrizione ha votato con l’ opposizione. Incoerente? No, renziano. Conte, Pd e i grillini dicono che Renzi fa il diavolo a quattro perché è in cerca di visibilità, deve far salire il suo nuovo partito fermo nei sondaggi e non sa cantare nel coro, pretendendo per sé sempre il ruolo di primadonna. Sarà, in parte, vero, ma il fatto è che l’ex rottamatore è il più sveglio nella maggioranza e quindi riesce a giustificare le proprie rotture con argomentazioni dannatamente valide, al cui confronto quelle dei suoi alleati sono fuffa.

È cosa nota che il fondatore di Italia Viva voglia sbarazzarsi di Conte con un cambio di governo ancora una volta da fare senza passare per le urne. Il fiorentino aveva caricato di attese la sua presenza da Vespa a Porta a Porta, ieri sera. Tutti si aspettavano un attacco a testa bassa contro il presidente arcobaleno, giallo-rosso-verde. Le frecciate non sono mancate, ma Matteo ha giocato di fioretto, lanciando un appello «da Leu alla Meloni» per fare le riforme, perché «il Paese è fermo».
Siccome con la sinistra Italia Viva già ci sta, e male, è evidente che l’ invito è al centrodestra e il messaggio è: scompaginiamo tutto.

Renzi ha dato per scontate l’ inadeguatezza del premier e dei grillini e ha denunciato la paralisi della maggioranza imputandola alla necessità di una riforma dell’ intero assetto costituzionale. La proposta è quella del «sindaco d’ Italia», ovvero un presidenzialismo che garantisca governabilità attraverso un uomo forte al quale attribuire poteri ampi, se non pieni, eletto direttamente dai cittadini. È il pallino che l’ ex segretario dem ha in testa fin dai tempi del referendum che gli è costato la poltrona.

L’ex rottamatore, proverbiale amante degli azzardi politici, punta ad avere la botte piena e la moglie ubriaca. Nella rivoluzione che annuncia, la testa del premier arcobaleno sarà la prima a cadere, ma questo avverrebbe non per un regolamento di conti personale, bensì per interessi superiori. Matteo si è accorto di essere il sarto di un abito che pensava di essersi cucito su misura ma nel quale invece entra a malapena. L’ uomo si aspettava maggiore riconoscenza da Conte, specie adesso che siamo in fase di nomine, proprio come sei anni fa quando, nello stesso periodo dell’ anno, l’ allora segretario dem lanciò l’ operazione «Enrico, stai sereno». Egli è convinto di poter spingere il suo gioco molto in là perché pensa che, qualsiasi cosa succeda, non si andrà al voto, in quanto i parlamentari faranno prevalere il proprio spirito di sopravvivenza e saranno disposti a qualsiasi alchimia pur di rinviare il momento della verifica elettorale e del conseguente probabile addio agli scranni.

Per questo, da abile prestigiatore, ha tirato fuori dal cilindro l’ alibi migliore per non andare a casa: riformare un Paese che non va più da nessuna parte. Una scusa ben più nobile del disinnesco delle clausole per l’ aumento dell’ Iva sul quale è nato il Conte bis.

Il duello tra l’ ex premier e quello attuale è arrivato alla fase cruciale ma Renzi non può vincerlo da solo. Dopo tanto tuonare, Conte ha già aperto l’ ombrello. Pare abbia trovato santi in paradiso anche in Vaticano, dove altissime gerarchie si starebbero muovendo per racimolare per lui un drappello di nuovi responsabili alla Scilipoti. I berlusconiani insoddisfatti negano di essere disponibili a papocchi, ma esiste un’ anima azzurra, minoritaria però con buoni agganci fuori dal Palazzo, che trova più facile dialogare con i dem piuttosto che con Salvini. Il Pd poi è così terrorizzato dall’ idea che il rottamatore possa risollevarsi da preferire andare avanti con M5S e chi ci sta piuttosto che mettersi a ridisegnare il quadro istituzionale, come gli converrebbe.

Le speranze del rottamatore, che si trova in un momento di difficoltà che lo scorso agosto non aveva neppure immaginato, sono quindi a destra. Forza Italia è pronta, qualche decina di disperati grillini senza padrone pure. Tra loro, forse, anche Di Maio. Se Salvini decidesse di raccogliere l’ invito, si realizzerebbe lo scenario profetizzato dal numero due della Lega, Giorgetti, due mesi fa: un governo di ampia coalizione che faccia le riforme e porti l’ Italia al voto. I numeri? Ci sarebbe da convincere la Meloni, che ripete di volere il voto e niente altro. Impresa tosta. Ma l’ alternativa alla proposta di Renzi non sarebbero le urne bensì, ahinoi, la prosecuzione dell’ agonia di Conte e del Paese. Con patrimoniale, niente prescrizione, crescita sotto zero, cantieri fermi e barconi in arrivo.

Certo, se Renzi si fosse accorto la scorsa estate che il sistema non regge e l’ Italia ha bisogno di un governo che faccia le riforme, e lo avesse detto, anziché affrettarsi a far le scarpe al leader leghista, oggi il suo accorato appello suonerebbe più credibile. Siamo lieti che si sia ravveduto, anche se lo ha fatto solo dopo aver votato per mandare a processo Salvini e aver insediato un ministro dell’ Economia che mette tasse a tutto spiano giustificandole con il conto del Papeete da pagare. Il rottamatore ha fatto piovere tanto letame sui destinatari del suo appello. Le scuse sarebbero gradite, prima del tavolo per il bene comune al quale i due Mattei si siederebbero con obiettivi diversi: Salvini per votare entro l’ anno, Renzi per tirare almeno fino al 2021.

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