Coronavirus, Xi Jinping sapeva già dal 7 gennaio: quei 13 giorni di buco nella reazione al «demone virus»

in Esteri

Il 7 gennaio, ho dato ordini verbali e istruzioni sulla prevenzione e il contenimento del coronavirus». Così ha detto Xi Jinping il 3 febbraio in un discorso ai dirigenti comunisti, per sottolineare che non perse tempo nell’intervenire. Le parole del segretario generale sono state pubblicate oraa sulla rivista del Partito Qiushi, che significa «Cercare la Verità».

 

Ed è una Verità controversa questa. Perché finora la narrazione ufficiale datava al 20 gennaio il primo intervento di Xi nella crisi. Bisogna ricordare che il primo caso di «polmonite misteriosa» a Wuhan era stato scoperto a inizio dicembre e che per giorni e settimane la Cina aveva taciuto.

 

Prima comunicazione da Pechino all’Organizzazione mondiale della sanità il 31 dicembre.

Fino al 20 gennaio a Wuhan parlavano di «45 casi», sempre di «infezione misteriosa».

Il 18 gennaio gli epidemiologi dell’Imperial College di Londra spiegarono che i conti non tornavano: i contagi non potevano essere meno di 1.700, una questione di semplici calcoli statistici considerando che a Tokyo erano stati scoperti tre casi di coronavirus, importato da Wuhan.

Il 20 gennaio la Cina ammise la gravità dello scoppio del coronavirus: era già epidemia, con 4 morti e oltre 200 contagiati, ma la Commissione sanitaria nazionale assicurava ancora che «era prevenibile e contenibile».

 

La stampa di Pechino riferì che quel 20 gennaio il compagno segretario generale aveva presieduto una seduta del Politburo e aveva osservato: «È assolutamente cruciale fare un buon lavoro di prevenzione e controllo epidemiologico, la sicurezza e la salute della popolazione sono la priorità massima».

 

Il 21 gennaio il Partito-Stato il Partito-Stato disse ai quadri delle lontane province cinesi: «Chi nascondesse informazioni sul virus sarebbe punito severamente e inchiodato per l’eternità alla colonna dell’infamia». Il professor Zhong Nansnhan, l’esperto che aveva lavorato ai tempi della Sars, dichiarò che il misterioso coronavirus partito dal mercato del pesce e degli animali di Wuhan a fine dicembre «salta anche da persona a persona».

 

Ancora il 23 gennaio, con 25 morti ufficiali, la tv statale non parlava della situazione già tragica di Wuhan, preferiva aprire il tg con le immagini di Xi in ispezione in una lontana provincia, osservava che l’entusiasmo del leader «contagiava la folla». E il leader faceva gli auguri di Buon Capodanno lunare al popolo cinese.

 

Ma dal 24 gennaio, Wuhan veniva messa in quarantena: 11 milioni di abitanti chiusi in casa, aeroporto e stazione ferroviaria chiusi.

 

Il 28 gennaio Xi ricevette a Pechino il capo dell’Organizzazione mondiale per la sanità e proclamò: «L’epidemia è un demone, noi non permetteremo a un demone di restare nascosto… fin dall’inizio il governo cinese ha dato prova di apertura e trasparenza per diffondere nel tempo più breve le informazioni sul virus».

 

Ma quale inizio? Ora, stranamente Qiushi rivela che Xi Jinping aveva dato le prime istruzioni il 7 gennaio. Dunque sapeva già allora, 13 giorni prima dell’allarme generale.

 

Oggi i morti in Cina sono 1.665, i contagiati 70.000. L’allarme è mondiale, Wuhan e Hubei sono sempre in quarantena, l’economia cinese è ancora paralizzata. Quei 13 giorni potrebbero significare che anche Xi, pure informato, sottovalutò il pericolo del coronavirus. O più probabilmente, l’articolo di Qiushi (che non può essere stato pubblicato senza il visto del potere centrale) vuole costituire una prova a carico delle autorità di Wuhan, che non avrebbero messo in atto le direttive del capo supremo. E infatti il capo del Partito a Wuhan e nella provincia dello Hubei sono stati silurati.

 

È chiaro a tutti, anche nelle stanze del potere di Pechino, che questo disastro naturale ha un impatto politico. Secondo l’agenzia giapponese Nikkei, il vicepresidente Wang Qishan, braccio destro di Xi Jinping ed esperto di crisi (gestì l’uscita dalla Sars nel 2003), ha sconsigliato al leader supremo di esporsi in prima persona, data l’incertezza del momento. Secondo Wang il comandante in capo dovrebbe evitare di farsi coinvolgere troppo, restare distante per non rischiare accuse e in caso di insuccesso. Corriere