ALESSANDRO COSTA DOCENTE

I finanziatori possono essere complici?

in Opinione
ALESSANDRO COSTA DOCENTE

 

Poco tempo fa il giornale il Dubbio e due periodici on-line avevano pubblicato
un mio breve articolo, con il quale volevo condividere una notizia che mi
pareva importante.
Larry Fink l'amministratore delegato di Blackrock, uno dei più importanti
fondi pensione americani, aveva dichiarato, nella sua lettera annuale alle
imprese finanziate dal Fondo, che la sostenibilità sociale e ambientale sarebbe
stata un importante parametro per la valutazione delle imprese e delle
operazioni da finanziare. Larry Fink ha detto, in pratica, che avrebbe ritenuto
pericoloso investire in quelle imprese, o in quelle operazioni industriali,
suscettibili di mettere a rischio l'ambiente o le comunità umane circostanti.
Non si trattava di affermare valori etici o morali, ma soltanto di tutelare gli
interessi del Fondo quale finanziatore.
Causare danni all'ambiente e alle comunità umane può comportare
significativi danni per l'impresa responsabile, per le azioni legali che
potrebbero essere ad essa intentate dai danneggiati, ma anche per i non
trascurabili impatti reputazionali, cui i mercati sono molto sensibili. Le
violazioni dell'impresa potrebbero così produrre conseguenze dirette e
concrete sul valore dei suoi titoli, compromettendo i ritorni sugli investimenti
dei finanziatori. Alcuni hanno osservato che forse Larry Fink parlava in linea
di principio o voleva soltanto mandare un messaggio – magari con una punta
di ipocrisia.
Allora vale la pena esaminare un recente caso che ha coinvolto quattro
banche, la BIO CDC Group (Belgian Investment Company for Developing
Countries), la CDC Group (British Development Bank, formerly the
Commonwealth Development Corporation), la DEG, (Deutsche Investitions-
und Entwicklungsgesellschaft) e la FMO (Nederlandse Financierings
Maatschappij voor Ontwikkelingslanden). L'aspetto più significativo e più
importante è che non si tratta di banche ordinarie, di banche private, ma di
quelle strutture finanziarie speciali che tutti gli Stati hanno creato per
promuovere investimenti nei paesi in via di sviluppo, per i quali le imprese
non potrebbero reperire finanziamenti sul mercato privato. Queste banche
sono in sostanza finanziate e controllate dai rispettivi Stati, dei quali
rappresentano strumenti non per far soldi, ma per promuovere lo sviluppo
economico e sociale delle popolazioni più povere del mondo. In un Rapporto
del novembre 2019 intitolato 'Dirty investment', Human Rights Watch (una
delle primarie ONG internazionali a difesa dei diritti umani) ha documentato
in dettaglio gravi problemi di inquinamento e abusi ai diritti e alla salute dei
lavoratori, commessi da Feronia (e dalla una sua filiale – PHC) società
canadese che gestisce un impianto per la produzione di olio di palma nella

Repubblica Democratica del Congo (fra l'altro la banca inglese CDC è anche
socia della società congolese, detenendone il 38% del capitale ). Il Rapporto è
basato su documenti e su un'ampia campagna di interviste ai lavoratori e alle
comunità interessate dagli impianti produttivi. In esso vengono denunciate
molte pratiche illecite di Feronia. In particolare, la società: offriva ai
lavoratori congolesi salari eccessivamente bassi ($ 1,90 al giorno), ponendoli
così in una situazione di estrema povertà (in violazione degli standard
internazionali sui diritti umani, che prescrivono che al lavoratore debba
essere concessa una paga decente); offriva alle lavoratrici salari inferiori a
quelli dei lavoratori maschi; non assicurava ai lavoratori gli equipaggiamenti
necessari a difendere la loro salute nell'utilizzo dei pesticidi (alcuni sono fra
quelli considerati cancerogeni dall'OMS); sversava sui territori circostanti e,
soprattutto, nei corsi d'acqua utilizzati dalla popolazione locale, i residui
inquinanti della lavorazione, senza nessun trattamento adeguato; non aveva
consultato in alcun modo le comunità locali circa il funzionamento
dell'impianto produttivo (come attualmente prevedono gli standard
internazionali di tutela delle comunità umane con riferimento alle attività
delle imprese).
Le banche in questione sono state chiamate a rispondere per non aver
adeguatamente analizzato e sorvegliato i comportamenti dell'impresa che
finanziavano, né di aver tenuto adeguatamente conto delle denunce ad esse
pervenute dalle comunità locali, attraverso i meccanismi di segnalazione che
le stesse banche mettono a disposizione delle persone eventualmente
danneggiate. Inutile dire che tutte le problematiche rilevate costituivano
anche violazioni al diritto congolese sulla tutela dell'ambiente e del lavoro.
Il comunicato congiunto con il quale le quattro banche hanno risposto alle
accuse ad esse rivolte, lascia molte perplessità. Infatti le banche dichiarano di
conoscere le problematiche rilevate nel Rapporto, ma sostengono di stare
operando per risolverle. Esse ricordano di aver valutato l’investimento nel
2016 e di averlo ritenuto molto importante per lo sviluppo economico e
occupazionale dei territori circostanti. Se però è vero che la soluzione dei
problemi ambientali richiede tempi più lunghi, appare difficile credere che la
difesa della salute dei lavoratori e la concessione di paghe adeguate
(rispettando l’uguaglianza di genere), siano provvedimenti difficile da
realizzare in tempi rapidi.
E’ vero, come le banche dicono, che è difficile operare in realtà economiche e
sociali così complesse, ma è anche vero che questo tipo di istituzioni
finanziarie sono state create proprio per operare in realtà difficili come i paesi
più poveri.
Appare evidente, da un lato, che le banche ammettono chiaramente il loro
coinvolgimento per quanto riguarda il comportamento dell’impresa che

finanziano e, dall’altro, che le violazioni del diritto del lavoro e dell'ambiente
continuavano da tre anni, nonostante il loro impegno e perduravano al
momento del Rapporto di Human Rights Watch. Comunque è molto
importante sottolineare il fatto che le banche abbiano ammesso chiaramente
di essere corresponsabili delle problematiche ambientali e sociali
eventualmente causate dalle imprese che finanziano.
La ricerca pubblicata nel 2013, da me coordinata, 'Banks and human rights,
pathways to compliance' si basava su una banca dati di circa 400 casi di
coinvolgimento di banche in violazioni dei diritti umani da parte delle
imprese da esse finanziate. La ricerca analizzava approfonditamente anche la
potenziale esistenza di un rapporto di complicità degli istituti finanziari
coinvolti e la pratica internazionale in questo caso potrebbe confermarlo.
L'aspetto più rilevante riguarda la natura pubblica delle risorse finanziarie
utilizzate da tali banche. Potranno essere soddisfatti i contribuenti belgi,
inglesi, tedeschi e olandesi dell'uso dei loro soldi da parte di istituzioni
pubbliche incaricate della promozione economica e sociale dei paesi più
poveri?
Qualcuno però potrebbe continuare a pensare che si tratta di episodi, di
problematiche, che si verificano in paesi lontani, nei quali non c'è la forza di
applicare le leggi e la corruzione rappresenta spesso un ottimo strumento per
poterle violare impunemente. Non è così però. Le banche finanziatrici
dell'ILVA di Taranto potrebbero trovarsi in una situazione molto simile. I
danni ambientali e alla salute dei lavoratori e delle comunità circostanti
l'impianto, sono ben noti. Anche prescindendo dalle vicende politiche e
dall'incredibile alternativa tra salute e lavoro, se i lavoratori e le comunità
colpite proponessero azioni giudiziarie anche contro le banche finanziatrici,
potrebbero i giudici ritenerle responsabili? E che cosa direbbero i giudici delle
banche che finanziano la società che gestisce le autostrade, dopo il crollo del
ponte di Genova?