La legge Bonaccini sui nomadi che fa “moltiplicare” i campi rom

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La domanda è: che senso ha “superare” un campo nomadi, “fonte di disagio e tensione sociale”, per poi aprirne altri più piccoli? Se lo chiedono i cittadini dell’Emilia Romagna, che negli ultimi anni si sono trovati sul groppone una legge regionale il cui obiettivo è sì quello di chiudere i grossi insediamenti rom, ma che per farlo permette di spezzettarli in tanti mini-campi di ridotte dimensioni.Della serie: lasci uno e prendi chissà quanti.

La norma è stata approvata nel 2015 dalla giunta guidata da Stefano Bonaccini, oggi di nuovo candidato alla presidenza della Regione. La legge prevede che i Comuni possano offrire ai nomadi residenti nel proprio territorio “una pluralità di soluzioni abitative” alternative ai grandi campi: si va dalle forme abitative tradizionali alle famigerate “microaree familiari pubbliche o private”. Una microarea non è altro che un nuovo accampamento (con piazzole, case mobili e bagni in comune) solo più piccolo e ben costruito. A Bologna, per esempio, la giunta Pd per licenziare la problematica area sosta di via Erbosa ha ben pensato di edificarne due (al modico prezzo di circa 300mila euro) in altrettante zone della città. Così oggi i cittadini si ritrovano a dover convivere con due insediamenti al posto di uno. Un colpo di genio.

Secondo i vertici di viale Aldo Moro, le microaree ridurrebbero ghettizzazione e degrado. “Non mi pare che i casi già sperimentati dicano questo”, sussurra ironico il consigliere comunale leghista di Rimini, Matteo Zoccarato. Nella città costiera, per esempio, la maggioranza dem propose costruzione delle microaree così da chiudere la baraccopoli di via Islanda. Il progetto iniziale prevedeva la creazione di tre nuovi insediamenti, poi diventati cinque. “A un certo punto avevano pensato addirittura di aprirne undici”, racconta Zoccarato che insieme ai comitati cittadini “di centro, destra e sinistra” si è opposto al progetto dal costo di circa 200mila euro. Ad oggi il piano risulta bloccato e “difficilmente faranno ripartire a un anno dalle elezioni comunali”.

Già, le elezioni. In tempo di regionali era inevitabile che il tema “nomadi” entrasse prepotentemente in campagna elettorale. Gli schieramenti in fondo sono su posizioni inconciliabili: da una parte chi quella legge ha contribuito ad approvarla (Bonaccini); dall’altra chi la contesta apertamente e in un campo rom è stata pure aggredita (Lucia Borgonzoni). Il tema è scottante. In Emilia Romagna a fine 2017 erano presenti qualcosa come 2.784 nomadi, divisi in 144 insediamenti di cui 32 grandi aree sosta e ben 112 microaree (37 pubbliche e 75 private). Numeri consistenti, che la stessa Regione definisce come il frutto di “un fenomeno peculiare” emiliano in cui molti nuclei sinti hanno avuto “la tendenza” ad “uscire dalla aree sosta pubbliche” per “stabilirsi in piccoli appezzamenti agricoli di loro proprietà”. Propensione cui si è aggiunta la scelta di alcune amministrazioni già da diversi anni di “sperimentare” microaree comunali “in cui far risiedere i nuclei familiari”.

Non è un caso se il rapporto annuale 2018 dell’Associazione 21 luglio definisce l’Emilia Romagna la “Regione che conta il maggior numero” di microaree e quella che, insieme al Piemonte, vanta la concentrazione più alta di baraccopoli formali in Italia (ben 19). Con la sua legge, dunque, il Pd ha disciplinato questa tendenza e poi l’ha fatta propria. Investendoci sostanziose risorse economiche. Nel 2016 , infatti, Bonaccini&Co mettono a bilancio circa 1 milione euro per il superamento delle grandi aree sosta, la costruzione delle microaree e le transizioni abitative. Al bando partecipano le città di Camposanto, Carpi, Bologna, Casalecchio di Reno, Ferrara e Rimini. Tutti comuni (al tempo) governati da amministrazioni Pd o di centrosinistra. “Questa legge è assurda – sottolinea Zoccarato – perché così fa moltiplicare i campi nomadi”.

Il bello (o il brutto) è che per quanto l’Emilia piddina consideri le microaree una soluzione “innovativa” in grado di migliorare la vita dei sinti, la realtà rischia di essere ben diversa. A certificarlo è la stessa Associazione 21 Luglio, che nel rapporto assicura come le microaree non facciano altro che reiterare “la segregazione abitativa e sociale di famiglie su base etnica”. Un completo autogol. il giornale

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