LA GRANDE FINANZA BATTE I POLITICI SULLA SOSTENIBILITÀ AMBIENTALE: E I MEDIA ITALIANI?

in Opinione

Alessandro Costa

Nel 1833 la Gran Bretagna adottò lo Slavery Aboliction Act. Era il risultato di una presa di coscienza, politica e sociale, della mostruosità della schiavitù. Non successe molto. La schiavitù fu sconfitta soltanto quando le banche inglesi si rifiutarono di finanziare i viaggi delle navi negriere che portavano gli schiavi dall’Africa all’America.

Pochi in Italia –i soliti addetti ai lavori- hanno dato risalto a quella che appare una gigantesca rivoluzione nella finanza mondiale: mi riferisco alla lettera che Laurence D. Fink, il capo di BlackRock -il più importante fondo pensioni americano- ha indirizzato agli amministratori delle società che finanzia. Un fondo pensioni, come molti sanno, raccoglie le quote delle persone che vogliono crearsi un fondo pensionistico, e investe il denaro nelle azioni ed altri titoli delle società produttive in tutto il mondo.

Vale la pena di leggere la sua incredibile lettera, che dovrebbe rappresentare uno sconvolgente monito per la finanza e le imprese di tutto il pianeta.

Fink dice che “rischio climatico significa rischio d’investimento”, e spiega che “Cosa succederà ai mutui trentennali – un tassello chiave della finanza – se chi li eroga non è in grado di stimare l’impatto del rischio climatico su un arco di tempo tanto lungo, e se non sussistono opportunità di mercato per le assicurazioni contro incendi o inondazioni nelle aree interessate? Che accadrà all’inflazione, e di conseguenza ai tassi d’interesse, se il costo del cibo aumentasse a causa di siccità e inondazioni?”.

Non si tratta di uno scienziato, di un filosofo, né di un ambientalista, ma dell’uomo che governa uno dei soggetti più importanti della finanza mondiale. Attenzione: quello che dice non riguarda soltanto le nuove imprese, le nuove infrastrutture, le future iniziative, ma persino le attività economiche in corso. Fink parla di “uscire da investimenti con elevati rischi legati alla sostenibilità, come nel caso di produttori di carbone termico”: che direbbe di quello che sta succedendo all’ILVA di Taranto? O della società italiana che ha gestito così bene le nostre Autostrade da permettere il crollo del ponte di Genova?

Nel 2009 mi feci promotore di una ricerca su banche e diritti umani i cui risultati furono raccolti nello studio ‘Banks and Human Right: pathways to compliance’ , basato sull’analisi di circa 400 casi di banche coinvolte, in tutto il mondo, in iniziative che avevano comportato danni all’ambiente o violazioni dei diritti umani. Nessuna delle collane scientifiche ufficiali accettò di pubblicarlo: dovetti ricorrere all’autopubblicazione. Tentai di parlare con l’ABI, ma fui cortesemente spedito su un binario morto. Il problema non era di loro interesse.

Però già nel 2008, il prof. John Ruggie, di Harvard, aveva messo a punto l’ormai famoso ‘Framework, Respect, Protect and Remedy’, il rapporto col quale si riconosceva finalmente la responsabilità diretta delle imprese per il rispetto dei diritti umani (poi approvato all’unanimità dal Consiglio ONU per i Diritti Umani) e che oggi rappresenta un consenso mondiale in materia. Inutile dire che questo approccio sulla responsabilità delle imprese, è stato poi fatto proprio dall’OCSE e dall’Unione Europea.

I più importanti Istituti Finanziari mondiali, avevano cominciato da allora ad occuparsi del problema della responsabilità delle banche, che sono sempre –o quasi sempre- dietro le quinte. Esse hanno lavorato fino ad oggi nell’ambito di un gruppo chiamato Gruppo di Thun, dal nome della piccola cittadina svizzera dove si riunivano. Nella loro più recente riunione, del luglio del 2019, esse hanno adottato il documento OCSE ‘Due diligence for responsible business conduct in general corporate lending and securities underwriting’. Il documento rappresenta l’estensione al mondo della finanza delle strategie dell’OCSE sulla ‘Responsible, Business Conduct’. Parallelamente, e prima della lettera di Fink, molte fra le più importanti banche mondiali avevano aderito alla ‘Financial Initiative’ dello UN Environmental Programme, ed in quel quadro hanno adottato, nel settembre del 2019, i ‘Principles for Responsible Banking, un set di sei principi volti ad uniformare il comportamento delle banche al rispetto dello sviluppo sostenibile in materia ambientale.

Questi passi avanti fondamentali, dimostrano oggi chiaramente come la difesa dell’ambiente e dei diritti e dignità delle comunità umane, non siano più soltanto una esigenza etica, ma rappresentino un criterio fondamentale per poter finanziare tutte le operazioni economiche e le attività delle imprese.

Se ne accorgerà Trump e tutti quei geniali politici che pensano che la difesa dell’ambiente e della società umana siano preoccupazioni che riguardano piccole élite di intellettuali di sinistra? E se ne accorgeranno i media italiani, concentrati sui migranti o sulle vicende del giovane rampollo della famiglia reale inglese?

 

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