Il liceo romano che divide ricchi e poveri, una fotografia della segregazione scolastica in Italia

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Scuola uguale per tutti? Neanche per sogno. L’Istituto Via Trionfale distingue gli alunni in base a criteri sociali e di reddito, e non è il solo

 

“Alta borghesia” e “figli di colf e badanti che lavorano per le loro famiglie” da una parte. “Alunni di estrazione sociale medio-bassa” dall’altra. Ha deciso di scremare così i suoi alunni l’Istituto Comprensivo di via Trionfale di Roma, che si divide in due plessi poco distanti tra loro. Piuttosto che lasciare al caso la selezioni di quali studenti dovessero occupare l’una o l’altra sede, la scelta è stata fatta in base a criteri sociali e di reddito. Si è subito sollevato un polverone, con tanto di intervento di denuncia dell’Associazione dei presidi, così come della ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina. E infine il testo sul sito della scuola è stato cambiato, con l’eliminazione dei riferimenti alla segregazione sociale.

 

Quanto avvenuto nelle scorse ore a Roma può sembrare un caso isolato, uno scivolone. E invece è solo la punta dell’iceberg di un problema diffuso a livello nazionale. Nel novembre scorso, a Brescia il liceo classico Arnaldo presentava il suo piano triennale così: “Gli alunni provengono da un contesto sociale medio-alto che offre buone potenzialità di formazione culturale e ricchezza di stimoli. La presenza di studenti con cittadinanza non italiana è numericamente limitata”. Nel 2018, il liceo Visconti di Roma saliva agli onori della cronaca per aver sottolineato nella sua lettera di presentazione al ministero dell’Istruzione che “le famiglie che scelgono il liceo sono di estrazione medio-alto borghese, per lo più residenti in centro. Tutti, tranne un paio, gli studenti sono di nazionalità italiana e nessuno è diversamente abile”. Più o meno lo stesso messaggio lanciato dal liceo classico parificato Giuliana Falconieri, sempre a Roma, che sottolineava come “gli studenti del nostro istituto appartengono prevalentemente alla medio-alta borghesia romana”. Il liceo classico D’Oria di Genova, poi, si è spinto oltre, citando l’assenza di studenti socialmente svantaggiati come un plus in termini di apprendimento. “Il contesto socio-economico e culturale complessivamente di medio-alto livello e l’assenza di gruppi di studenti con caratteristiche particolari dal punto di vista della provenienza culturale (ad esempio, nomadi o studenti di zone particolarmente svantaggiate) costituiscono un background favorevole alla collaborazione e al dialogo tra scuola e famiglia”.

 

 

In Italia c’è un problema di segregazione scolastica, un problema reale che va ben oltre le descrizioni patinate attira-borghesia che si trovano sui siti degli istituti. Il fenomeno è raccontato bene nel libro-ricerca White Flight a Milano – la segregazione sociale ed etnica nelle scuole dell’obbligo (DAStU – Politecnico di Milano). Nel capoluogo lombardo, alle scuole del centro frequentate in alcuni casi al 90% da italiani di estrazione sociale medio-alta si oppone una realtà di periferia dove la presenza straniera nelle scuole può superare l’80%. Ma anche in periferia, all’interno dello stesso quartiere, le percentuali italiani-stranieri oscillano molto, rivelando una concezione sempre più diffusa di ‘scuole per poveri‘ e ‘scuole per ricchi‘. Una ghettizzazione scolastica dei più poveri e degli stranieri, ma anche un’autoghettizzazione dei più ricchi e italiani, che si traduce nel fatto che la scuola non è in grado di replicare l’eterogeneità etnica e culturale della città. A risentirne è il processo di integrazione e la qualità dell’apprendimento.

 

L’apprendimento di uno studente non è influenzato solo dalle sue caratteristiche personali ma anche da quelle dei compagni con i quali si trova a interagire. L’eterogeneità scolastica è allora un passaggio necessario per la qualità dell’insegnamento e dell’apprendimento degli studenti tutti, al contrario la ghettizzazione non fa altro che amplificare le diseguaglianze sociali. Nel mondo, in media, i bambini nati in famiglie povere hanno sette volte meno probabilità di terminare la scuola rispetto ai loro coetanei nati in famiglie ricche o benestanti. Questo non è ovviamente frutto di un discorso individuale di capacità, quanto di opportunità. I ricchi, insomma, per quanto spesso conseguano risultati superiori, non sono più bravi dei poveri. Hanno solo maggior potere decisionale nella scelta degli istituti “migliori”, favorendo il processo di segregazione che fa il male di entrambi, e hanno anche più mezzi a disposizione per correggere eventuali situazioni di difficoltà nei risultati – vedi le lezioni private.

 

La scuola deve essere uno strumento di mobilità sociale per gli studenti più svantaggiati. Da noi questo non avviene. “In Italia gli studenti con basso rendimento da un lato e quelli con alto rendimento dall’altro sono raggruppati nelle stesse scuole più spesso della media Ocse”, spiega un rapporto dell’Ocse dello scorso anno. La competizione sfrenata tra le scuole per attirare gli alunni considerati “giusti”, ma anche la totale libertà di scelta scolastica delle famiglie, in definitiva l’introduzione massiva di criteri di libero mercato anche nel sistema educativo, sono alla base del problema. Un problema ben rappresentato dal rapporto Invalsi 2019, che dà uno spaccato delle diseguaglianze all’interno del sistema scolastico italiano. Non solo tra nord e sud, ma anche tra scuole dello stesso quartiere. Wired