L’arte vive se condivide valori

in Opinione

 

Di Alessandro Sansoni

L’arte ha una dimensione collettiva imprescindibile. I miti romantici del genio e dell’artista bohémien hanno per molto tempo offuscato questo aspetto, portando all’esasperazione l’autoreferenzialità dell’arte già insita nella teoria dell’art pour l’art, affermatasi con il parnassianesimo francese della seconda metà dell’Ottocento.

In virtù delle sue peculiari caratteristiche e a causa del ruolo che da sempre ha ricoperto nella storia dell’essere umano, tale deriva si è manifestata acutissimamente nella pittura.

In sé e per sé un oggetto non è artistico in quanto tale: per esserlo gli è necessario un significante e un significato. Il primo gli è fornito da colui che lo realizza (l’artista), che lo carica di contenuti estetici, ma anche etici, spirituali, politici. Il significato viene riconosciuto, invece, dal pubblico che fruisce l’opera, cogliendo quei contenuti con maggiore o minore raffinatezza a seconda del proprio spessore culturale.

In questo senso l’oggetto artistico, un quadro ad esempio, è un elemento complesso, decifrabile a più livelli, la cui artisticità è davvero riscontrabile solo in presenza di un’ampia convergenza spirituale e intellettiva, che necessita di un paradigma ermeneutico che renda comprensibile collettivamente il suo messaggio. Di fatto esso è un simbolo, nel senso greco del termine, un “segno” in grado di far riconoscere reciprocamente soggetti diversi, ma accomunati da valori condivisi.

Tradizionalmente, il poliedrico universo valoriale di cui parliamo ha una natura spesso religioso-sacrale, declinata in modalità differenti a seconda dei luoghi e delle epoche. L’excursus sulla storia della pittura italiana che si dispiega nelle pagine che abbiamo dedicato ai famosi pittori del passato delle varie regioni del nostro paese ce lo mostra chiaramente.

Negli affreschi, come nelle pale d’altare, del Due-Trecento la dimensione comunitaria è immediatamente percepibile: la funzione pedagogica è evidente nell’esaltazione della santità, per le opere a sfondo religioso, o della virtù, per quelle legate a una rappresentazione laico-aristocratica. La sapienza e la forza vitale esplodono nel Rinascimento conditi da un’aura paganeggiante, mentre con il Barocco è la maraviglia, di fronte alla vita e alla morte, a definire l’essenza estetico-spirituale dei dipinti. In quei secoli le forme del Bello sanno spiegare il Vero e il Giusto (e ciò che è autenticamente Potente).

Ma è proprio nel passaggio tra Sette e Ottocento che Hegel lancia il suo grido d’allarme, di fronte ai primi timidi cenni di secolarizzazione prodotti dall’illuminismo. Attenzione, egli dice, la morte di Dio (fondamento di un intero sistema di valori) comporta la morte dell’arte.

La perdita dell’elemento sacrale fa scadere infatti il simbolo a mero oggetto fine a se stesso, puro ornamento.

Al nichilismo che avanza e deteriora i fattori estetici, etici e morali dell’opera d’arte, l’unica reazione forte che l’uomo occidentale è riuscito a mettere in campo è stata di natura politica.

Nelle Avanguardie novecentesche la disperazione causata dalla caduta degli dèi produce la frantumazione della figura, ma anche un’intensa ricerca di nuove forme di espressività, che non a caso provano a recuperare un tessuto di valori approdando al realismo ostentato dell’arte totalitaria. Ma quel recupero del senso del bello e dell’armonia che mira a costruire una nuova religione laica, totalmente incentrata sull’azione politica tesa a realizzare il migliore dei mondi possibili, mancando del senso dell’umiltà che la consapevolezza del soprannaturale instilla nell’uomo, conduce l’Artecrazia futurista, lo smalto sul nulla dell’espressionismo benniano e il realismo sovietico al fallimento antropologico delle grandi tragedie del Novecento.

La profezia nietzschiana della morte di Dio che determina la trasvalutazione di tutti i valori e la nascita di una nuova era fondata sul superuomo (l’uomo nuovo capace di fondare da sé stesso una nuova civiltà, anche estetica) naufraga amaramente nel compiaciuto nichilismo solipsistico delle neoavanguardie della seconda metà del XX secolo, in cui la dimensione collettiva dell’arte, l’orizzonte d’attesa spirituale che la bellezza dispiega, semplicemente non sono più nemmeno contemplati.

Eppure negli ultimi anni, tra manichini impiccati e banane attaccate al muro con lo scotch, qualcosa sta cambiando e forme e figure ritornano prepotentemente come evocate dall’anima profonda dei popoli, che provano ad uscire dal nulla, rivendicando i valori che danno senso all’esistenza. Invertendo la direzione della verticale pedagogica è dal basso che riemerge oggi un senso estetico, soprattutto nella pittura, come dimostrano le opere e gli artisti, caratterizzati da stili diversi, che su questa rivista, con le nostre copertine, stiamo contribuendo a promuovere.

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